La Diciotti verso un porto italiano, Salvini vuole «ridiscutere le convenzioni vecchie di 50 anni»

La Diciotti verso un porto italiano, Salvini vuole «ridiscutere le convenzioni vecchie di 50 anni»



La Diciotti, lo scafo della Guardia costiera da quattro giorni in rada a Lampedusa con 177 migranti a bordo, si è mossa e starebbe puntando le coste della Sicilia. Già questa di per sé rappresenta una notizia, visto lo stallo a cui ormai ci stiamo abituando ogni qual volta una nave si trovi protagonista di un salvataggio in acque di competenza italiana o maltese. Dopo gli stracci volati tra le autorità dei rispettivi Paesi e l'invocazione parallela di Salvini nei confronti dell'Ue e quella dei firmatari di molte petizioni dirette al Capo dello Stato Mattarella, perché ripetesse quanto fatto già un mese fa quando sbloccò la situazione della Diciotti a largo di Palermo, la vicenda sembra finalmente trovare una conclusione.


Se in un primo momento il ministro degli Interni Matteo Salvini aveva ipotizzato addirittura la possibilità di riportare i migranti in Libia, contravvenendo dunque alle convenzioni internazionali in merito a salvataggi in mare e respingimenti, oggi il tiro sembra essere stato ricalibrato, con lo stesso leader del Carroccio che ha aperto alla possibilità dello sbarco della Diciotti in un porto italiano a patto che vi sia quell'equa distribuzione del carico umano tra i Paesi partner dell'Unione Europea, così come avvenuto la scorsa settimana per il caso dell'Aquarius a La Valletta e come a lungo invocato dall'Italia e dal premier Giuseppe Conte durante il summit europeo di Bruxelles e quello austriaco di Innsbruck. Sebbene non vi siano in tal senso conferme dall'Ue, nelle parole del portavoce della Commissione migrazione Tove Ernst, la quale ha parlato di «lavoro per trovare una soluzione, la più rapida possibile» dopo essere stata contattata dalle autorità italiane, l'apertura del vicepremier leghista sembra un punto di non ritorno e la Diciotti probabilmente sbarcherà proprio in un porto italiano.


Vicenda fumosa sulla quale la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo, per mano del Procuratore Luigi Patronaggio, per indagare sulle «condizioni dei 177 migranti al momento del tentato ingresso in Italia del 16 agosto e per individuare gli scafisti responsabili».


Ancora da chiarire quale sarà effettivamente il porto che accoglierà il carico umano prima che venga poi ripartito tra quei "volenterosi" alleati europei che vorranno partecipare all'operazione. Se Lampedusa sembra essere stata scartata, sia dall'evidenza del fatto che la nave si è spostata dal raggio del porto dell'isola siciliana e dal fatto che il centro di accoglienza non è in grado di gestire un numero così alto di persone, anche l'ipotesi di Pozzallo, che sembrava il luogo destinato allo sbarco, sarebbe stata sventata, con lo stesso sindaco che avrebbe negato che la Diciotti si starebbe recando nella località ragusana. Inoltre nell'hot spot di Pozzallo sarebbero ancora presenti quasi tutti i 450 migranti fatti sbarcare da Salvini dopo il tira e molla conclusosi con l'intervento del presidente Mattarella, ancora da ripartire tra gli otto Paesi europei che si erano offerti, fatta eccezione per la Francia che ha già prestato fede all'impegno.


Per quanto riguarda la possibilità, sino a ora mai verificatasi, di riportare in Libia i migranti recuperati in acque europee, Salvini si è detto pronto a rivedere anche le convenzioni, come quella di Ginevra, che impongono l'assistenza in mare aperto e l'obbligo di condurre in un porto giudicato sicuro le persone recuperate. «Se si possono rivedere le concessioni autostradali, si possono rivedere anche i trattati internazionali che hanno in alcuni casi 50 anni di storia alle spalle visto che il mondo in mezzo secolo è cambiato. E anche l'immigrazione è cambiata e il business della mafia». Queste le parole del vicepremier che non cede all'idea di operare direttamente in Nord Africa per bloccare il numero delle partenze e rivalorizzare quei Paesi ancora politicamente e socialmente instabili, un'operazione che richiederebbe comunque, oltre allo sforzo congiunto dei Paesi africani interessati e di ingenti investimenti da parte di quelli dell'Unione, anni di transizione che evidentemente sono un lusso che non ci si può più permettere. Mentre i litigi su scala internazionale proseguono e non rendono affatto più semplice la questione, con l'Italia che sembra non volerne sapere più di operare in solitudine in attesa di un aiuto promesso e che puntualmente tarda ad arrivare, gli sbarchi sembrano essere l'unica costante, un monito che riporta tutti alla realtà dei fatti e che ricorda come il problema sia ora e che alle lunghe sedute politiche per dirimerlo occorre trovare un risvolto pratico che finalmente renda onore alla parola Unione davanti a quella Europea.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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