Il Governo dura, la politica riparte specie ‘al centro’: le mosse di Casini, Calenda, Renzi e altri

Il Governo dura, la politica riparte specie ‘al centro’: le mosse di Casini, Calenda, Renzi e altri



Dato che ‘non’ si vota a settembre (niente urne anticipate, il governo Conte va avanti, al massimo si fa un bel rimpasto, magari un ‘rimpastone’, un Conte bis, e “passa la paura”), riprendono tutti i giochi possibili e immaginabili dentro e fuori gli attuali partiti politici italiani. Truppe si muovono in direzione ‘ostinata e contraria’ (rispetto a Di Maio), dentro i 5Stelle (vedi alla voce: Roberto Fico). Truppe si posizionano persino dentro alla Lega, dove pure erano in molti a voler votare (vedi alla voce: Giancarlo Giorgetti). Truppe, disordinate e in rotta, si leccano le ferite e cercano possibili ‘vie di fuga’ dentro e nei paraggi di Forza Italia. Truppe si interrogano, pensierose e titubanti, dentro il Pd. Vedi alla voce: Carlo Calenda, Matteo Renzi e, persino, Pierferdinando Casini. Il quale – nonostante, o forse grazie, le ben nove legislature che ha sulle spalle – ritiene di poter ancora dire la sua (e la dice) sui ‘moderati’ italiani e su come, i medesimi, dovrebbero scomporsi e ricomporsi.


Tutti si muovono, ma il centro è il solo mercato libero.

Tanto che, appunto, proprio da Casini e ‘non’ da Renzi (o da Calenda) bisogna partire per capire ‘a che punto è la notte’ in quel mare magno che risponde al nome di centro italiano. Un ‘centro’ politico, ma anche sociale e culturale, che se, da molti anni, sembra l’Araba Fenice (“che vi sia, ciascun lo dice, dove sia, nessun lo sa…”) di Metastasio, è anche – a detta di tutti i sondaggisti e opinionisti – il solo spazio e mercato politico-elettorale ancora disponibile. Infatti, se la destra è più che occupata (da Salvini e dalla sua Lega, ma anche dalla Meloni e i suoi Fratelli d’Italia), anche a sinistra ci sono, ormai, solo posti in piedi (il Pd ha raggranellato tutto quello che poteva, alle ultime europee, prosciugando non solo la ormai ex Leu, ma pure la Sinistra) e il M5S occupa – anche se, forse, ancora per poco – tutto ciò che si muove e ribolle e che non è né destra né sinistra. Al centro, invece, di spazio, in teoria, ce n’è, e pure tanto.


Attenzione alle parole del ‘sempieterno’ Casini…

E, dunque, si riparte da Casini. Il già leader di CCD, UDC e molto altro ancora, oltre che ex presidente della Camera, e oggi senatore ‘semplice’ del gruppo Autonomie, l’ha messa giù così, in un’intervista al Messaggero, qualche giorno fa: “Dobbiamo coprire lo spazio immenso che si è creato al centro, immense praterie che vanno colmate”. Per Casini è arrivata (o è ritornata) l’ora che i “moderati si mettano al lavoro per occupare uno spazio che nel Paese vale più del 10%”. E gli interlocutori possono essere tanti, per Casini: da Matteo Renzi a Carlo Calenda fino a chi, dentro Forza Italia, “non vuole morire salviniano”. D’altronde, ‘sostiene Casini’, che “gira l’Italia” e che “c’è tanta gente che chiede ai moderati di rimettersi in marcia. FI ondeggia ormai tra il vassallaggio a Salvini e la voglia di rinascere facendo qualcosa di più decoroso. Nel Pd Zingaretti sta facendo un lavoro serio, ma ci sono tanti elettori che il Pd non lo votano: alle Europee ha preso il 22% e, se pensiamo che Leu non ha presentato la lista, la somma è quella delle Politiche. Anche con qualche alleato, è testimonianza”.


Su Calenda, Casini coglie un punto critico.

In particolare, su Calenda, Casini coglie un punto critico vero: “Io apprezzo molto Calenda, però c’è un punto che mi divide da lui: è pronto a fare un partito chiedendo l'autorizzazione a Zingaretti, ma non arriverà. Non si può creare un partito di moderati chiedendo autorizzazioni”.

Nel Pd - quello di filiera ex Pci-Pds-Ds - la chiamano la strategia del ‘partito dei contadini’, cioè di quei partiti che i partiti comunisti dei paesi ‘a socialismo reale’ dell’Est creavano dal nulla per ‘fare finta’ di avere alleati altri da sé. Il progetto di Calenda, di fatto, per i centristi, quelli ‘veri’, si ridurrebbe a questo o poco di più. Un partito ‘satellite’ del Pd che, alleandosi con i dem alle elezioni, non potrebbe aspirare a fare molto di più di quanto ha fatto già +Europa, alle ultime Europee (3,2%), o la somma delle liste della Lorenzin (Civica e Popolare) e dei prodiani (Insieme) alle ultime elezioni politiche: lo zero virgola, pochi spiccioli.



Per Casini, Renzi sarà un “compagno di viaggio”

Casini non vuole “fare elenchi” dei possibili “compagni di viaggio”, ma un nome, subito dopo, lo fa eccome, quello di Matteo Renzi. “Lui – spiega - ha parlato a un 20% di elettori moderati. L’apertura a quell’elettorato è stata vissuta come lesa maestà. Io non so se Renzi ci sarà o meno, lo dirà lui. Però è uno di quelli in grado di parlare ai moderati. Come Calenda, +Europa, penso a Bruno Tabacci”, mentre nel gruppo dirigente di Forza Italia c’è “chi non accetta di morire salviniano”. Insomma, stavolta, è Casini che traccia il solco, ma serve qualcuno che – per dirla con Benito Mussolini – lo difenda, di questi tempi.

E qui, appunto, si torna al Pd e alle ‘mosse’ dei renziani. Di Calenda s’è detto. Un giorno impone, al Pd, la presenza, nel simbolo, della sua lista ‘Siamo europei’ e afferma che si iscriverà al gruppo dell’Alde, al Parlamento europeo, e non a quello del Pse. Il giorno dopo si fa eleggere dal Pd, campione di preferenze. Un giorno dice che vuole creare “un nuovo soggetto politico liberal-democratico”, distinto dal Pd e, il giorno dopo, dice ‘non avete capito nulla, io resto nel Pd’ (anche perché Zingaretti si è molto adirato). In attesa che si decida, non resta che guardare a Matteo Renzi.


Spaccato casa dem. Le mosse dei renziani non ortodossi

Rispetto al quale Renzi, però, va fatta un’altra specifica, una ‘bagatella’, in teoria, un interna corporis delle correnti dem, ma che la dice lunga e che, oggi, intercetta anche le tensioni che si sono registrate, dentro il Pd, sul ‘caso Csm’. Infatti, non a caso, mentre Zingaretti ha preso le distanze (e ‘rampognato’) Luca Lotti per le sue ‘cene’ con giudici oggi sotto inchiesta, Renzi non ha speso una parola una in difesa del suo – storico – braccio destro, prima suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio e, poi, ministro nel governo Gentiloni ma lì piazzato proprio da Renzi, oltre alla Boschi.


Lotti la mancata difesa – anzi, il vero e proprio ‘silenzio’ – del suo ex dante causa lo ha preso, ovviamente, malissimo. Ma si tratta di un caso di ‘pan per focaccia’. Infatti, Lotti – e, con lui, Lorenzo Guerini, altro storico ex renziano doc – hanno ‘secessionato’ dal loro punto di riferimento politico, e in epoca non sospetta. Tutto accadde in un convegno dell’ormai ex area renziana che si tenne a Salsomaggiore molti mesi fa (correva l’anno 2018) e che doveva servire a ‘incoronare’ Marco Minniti nella corsa alla segreteria dem. Minniti chiese ‘lealtà’ a Renzi e ai suoi (traduzione: di prendere l’impegno a non uscire “mai” dal Pd) e successe l’indicibile. I renziani dissero di sì, quasi tutti, a Minniti, Renzi e un pugno dei suoi no. “Non ti possiamo giurare né dare questa garanzia, specie per il futuro” fu la risposta. Come si sa, Minniti si ritirò dalla corsa e la strada alla corsa alla segreteria, per Zingaretti, divenne una facile discesa. Come conseguenza, dopo aver appoggiato – tiepidamente – la corsa di Maurizio Martina, i renziani non ‘ortodossi’ hanno dato vita a una loro corrente (“Base riformista”) che terrà i suoi primi lavori di corrente organizzata, nel Pd, il prossimo 5-7 luglio a Chianciano, altro luogo ‘topico’, ma nella storia della Dc, proprio come lo era Salsomaggiore. Renzi è invitato, ovviamente, ma non andrà. Certo, non andrà, pare, neppure alla prima assemblea nazionale dei suoi pasdaran, i fedelissimi raccolti intorno alla mozione Giachetti-Ascani, convocati per il 15-17 giugno ad Assisi.


Renzi pensa solo ai suoi Comitati. Base per un partito?

Ma la verità è che, senza più elezioni anticipate alle porte (prospettiva in cui Renzi, che – nonostante le apparenze – ha un ottimo rapporto personale con Salvini, non ha mai creduto), l’ex premier ed ex leader del Pd sta decidendo, seriamente, di ‘mollare gli ormeggi’ per una ‘cosa nuova’. Non a caso, la sua testa e il suo cuore sono rivolti ad altri due appuntamenti: la prima assise nazionale dei ‘suoi’ comitati civici ‘Azione civile – Ritorno al Futuro’ (il deputato dem, e vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, che li coordina assicura che “sono più di 800, quasi mille”, i detrattori rispondono che “sono numeri di carta”), che si terrà il prossimo 12 luglio a Milano (tema, teorico, le fake news, in realtà sarà un modo per saggiarne la forza), e – ovviamente – la prossima edizione della Leopolda, la numero dieci, che si terrà a novembre nella sua Firenze.


Insomma, Renzi si sente, ormai, proiettato ‘fuori’ dal Pd, verso un campo vasto, quanto inesplorato, una – appunto – terra incognita, che risponde al nome di ‘centro’ politico. “Entro l’anno – assicura chi lo conosce bene – molla il Pd e fa un partito suo, specie se, come è chiaro, non si vota”. Si vedrà, si saprà, per ora lui, ovviamente, smentisce secco. Ma non è un caso se un altro suo (ex) fedelissimo come Dario Parrini (già segretario dem della Toscana e ‘padre’ del Rosatellum), intervistato dal Foglio, dice secco che “fuori dal Pd non c’è salvezza” e che “l’idea che il Pd possa esternalizzare la rappresentanza del centro e dei moderati è un autoinganno”. Parrini parla a nuora (Calenda) affinché suocera (Renzi) intenda e, come lui, la pensano tutti i colonnelli di Lotti e Guerini oggi dentro “Base riformista”.


Forza Italia è un partito sul punto di implodere…

Resterebbe da dire, per completare il quadro, degli azzurri. Sbandati, come un esercito in rotta, con il loro leader sempieterno, ma forse ormai non più davvero tale, che non vuole rinunciare al suo ‘stato maggiore’ (Ghedini, Ronzulli) e che non intende, davvero, dare vita a una “rivoluzione democratica”, dentro Forza Italia (congresso, democrazia interna, parole e concetti che gli fanno venire l’orticaria), si favoleggia – ma, per ora, siamo solo alle dicerie da Transatlantico – di una ‘ribellione’ di una sessantina (su cento) parlamentari azzurri che, pur riconoscendo a Berlusconi la sua leadership ‘assoluta’ – sarebbero pronti a compiere gesti eclantanti, fino all’autosospensione da ‘tutti’ gli incarichi di partito per dimostrare il loro ‘malessere’ e per chiedere una “rivoluzione”, appunto, dentro FI. Con l’obiettivo non di seguire Giovanni Toti e gli ‘scissionisti’ verso la Lega, ma per ‘raddrizzare’ un partito ridotto all’8% e farlo veleggiare, appunto, verso lidi centristi e moderati. Senza dire di quegli azzurri alla Gianfranco Micciché, siciliano, o alla Paolo Romani, lombardo, che l’approdo a una cosa centrista, fatta con pezzi in fuoriuscita dal Pd e altri, la teorizzano, se non apertamente, nei conciliaboli. Certo è che la congiunzione, o l’incontro, con Renzi (e Casini, forse persino con Calenda) sarebbe automatica. Ma al di là del fatto che una ‘ribellione’ alla Spartaco degli azzurri bisognerebbe, per crederci davvero, prima vederla, altra acqua deve passare sotto i ponti degli scenari politici.


Il mondo cattolico si muoverà mai?

Anche l’acqua, per dire, cristiana, cioè la possibilità che la Cei e la Chiesa, con la benedizione del Vaticano, si mettano di buzzo buono a ‘lavorare’ a una ‘Cosa’ centrista, cristianamente ispirata e, ovvio, di orientamento moderato. Si parla del tentativo di coinvolgere personalità sindacali (Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl, molto apprezzato in ambienti vaticani) e di metterli alla guida di un progetto politico neo-Dc ma privo di ‘confessionalismo’, quindi orientato più ‘laicamente’ e che possa inglobare pezzi di azzurri ma anche di lib-dem. E, perché no?, Renzi. Ma, per ora, anche in questo caso, siamo solo ai ‘si dice’, anche se alcune associazioni come la ‘Rete bianca’ o ‘Agire politicamente’ lavorano, sottotraccia, a questo obiettivo. Non resta che aspettare. Paradossalmente, infatti, la ‘non’ crisi di governo riapre e rimette in movimento tutti i partiti. E i tempi, se la legislatura va avanti, diventano non certo ‘tempi brevi’, ma ‘tempi medi’. Anche perché, come diceva l’economista Keynes, “sui tempi lunghi siamo tutti morti”.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

Direttore Responsabile:      Monica Macchioni

Editore: Ultra! S.r.l.-Via E. Gianturco 5-Roma

                         P.I.: 13394291002