La Libia sull'orlo di una crisi umanitaria: in caso di guerra non regge la politica dei porti chiusi



Se la Cina è vicina, figuriamoci la Libia. Non un forte partner commerciale, tanto meno una super potenza da lisciarsi nella corsa all'oro. Semmai una polveriera, uno scenario desolante, conseguenza delle miopi politiche coloniali della vicina Europa. Un paese da quasi un secolo sull'orlo del baratro e in cui l'uso della forza e delle armi si intervalla a inutili tentativi di riappacificazione. Giunti a oltre dieci giorni di scontri, dopo l'avanzata dell'esercito guidato dal generale Haftar, padrone in Cirenaica, verso la capitale Tripoli sotto la guida politica di quel al-Sarraj riconosciuto quale legittimo presidente dalla comunità internazionale, la conta dei morti e dei feriti è salita attorno alle settecento vittime. Una disgrazia che è il principio di un disastro annunciato e le cui conseguenze travalicano gli scenari di politica estera che, ancora oggi, fanno dell'Africa uno scacchiere alla mercé delle potenze che vi si affacciano.


Nel corso di un'intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, il presidente al-Sarraj ha delineato i contorni dell'emergenza umanitaria che a breve investirà l'Europa, una delle prime e dirette conseguenze dello scenario libico che sembra avviarsi alla guerra civile. Sono circa sedicimila gli sfollati costretti ad abbandonare le proprie case dopo soltanto pochi giorni di combattimenti, un numero impressionante che può solo aumentare e di cui una buona parte potrebbe tentare la via del mare per trovare rifugio verso la più sicura Europa. Una crisi umanitaria che diventerebbe immediatamente migratoria per il Vecchio continente e in primis per l'Italia. Se il ministro degli Interni ha già dichiarato, senza se e senza ma, che la politica di chiusura dei porti resterà invariata, la questione questa volta potrebbe andare ben oltre le mire politiche del governo gialloverde. Oltre all'incredibile numero di rifugiati (questo infatti sarebbe il loro status, riconosciuto internazionalmente) che potrebbero puntare all'Italia per scappare dalla guerra, andrebbero sommati i circa 800mila migranti, tra quelli rinchiusi nei centri di detenzione libici e quelli in attesa di salire su un barcone della speranza, che potrebbero letteralmente invadere le coste italiane e maltesi, cioè quelle che interessano la rotta del Mediterraneo centrale, la più battuta. Anche per loro, ovviamente, si configurerebbe lo status di rifugiati politici e, volenti o nolenti, secondo il diritto internazionale di cui l'Italia non solo è firmataria ma storica promotrice, i porti andrebbero aperti e la conseguente accoglienza diventerebbe un doveroso obbligo. Starebbe poi all'Europa organizzare un sistema efficiente di distribuzione dei migranti per dar vita a quella solidarietà alla quale, almeno a parole, sarebbero tutti concordi. Come se non bastasse, sempre secondo quanto dichiarato dal Primo ministro del governo di accordo nazionale libico, la minaccia mai del tutto sradicata dell'Isis si sarebbe riaffacciata a sud della Libia, dove i seguaci di Daesh starebbero già puntando nuovi bersagli scoperti per riaccendere il focolaio del terrorismo internazionale.


Va da sé che il clima di tensione e totale chiusura instaurato dall'Italia negli ultimi mesi nei riguardi dei partner più importanti dell'Ue, rischia di trasformarsi nell'autogol del secolo. È infatti assodato che la crisi umanitaria che si aggraverà in tutto il Nord Africa non potrà essere gestita unicamente dal nostro paese e quel logorio di rapporti non potrà che ritornare e presentare un conto salatissimo. La Libia non era e sicuramente non sarà a breve un porto sicuro ed è bene che la politica italiana cominci ad avere familiarità con gli obblighi in materia di salvataggi in mare e di accoglienza dei profughi, perché le conseguenze andrebbero certamente oltre la minaccia di processi in seno alla magistratura italiana.


di Alessandro Leproux

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