La manovra e i conti che non tornano Salvini fissa a 8 miliardi il reddito, ma Di Maio ne vuole 10

La manovra e i conti che non tornano Salvini fissa a 8 miliardi il reddito, ma Di Maio ne vuole 10



Il clima di incertezza che aleggia attorno alla manovra fiscale sembra stia contagiando anche i principali interpreti del governo. Dubbi, ripensamenti o solo confusione? Qualunque sia la risposta il bizzarro siparietto andato in scena quest'oggi a distanza tra i due vicepremier conferma uno scenario in cui si campa alla giornata e gli accordi vengono via via ridiscussi e aggiornati. E allora non stupisce l'uscita del vicepremier in quota leghista Matteo Salvini che si mangia letteralmente due miliardi in pochi secondi: «Dieci miliardi per il reddito di cittadinanza? No, ce ne sono otto e altri otto per l'abolizione della legge Fornero». Di tutt'altro avviso Luigi Di Maio: «Direi che sono dieci. Nella manovra ci sono 20 miliardi: 10 per il reddito di cittadinanza, 7 per riformare la legge Fornero, 2 per la Flat tax e 1 miliardo per le assunzioni straordinarie».


Soltanto un fraintendimento? Un colpo di sonno dovuto allo stress prodotto da vertici su vertici e attacchi congiunti da tutte le parti contro un Def di cui per ora si sente solo parlare? Comunque sia i due protagonisti giocano a tirare acqua al proprio mulino arrivando anche a contraddirsi pubblicamente, senza però superare una certa soglia e senza mai colpirsi. Una serie di non detti che sommati potrebbero fare la prova di un rapporto che, seppur spacciato per idilliaco, è più probabilmente opportunistico e di reciproca sopportazione.


Ma non è solo sul reddito di cittadinanza che si gioca la partita economica del governo. La flat tax, elemento sponsorizzato e fortemente voluto dalla Lega, è ancora in fase di studio e, almeno per il 2019, non prenderà la forma auspicata. Una retromarcia dettata probabilmente dall'impossibilità concreta di mettere in piedi un provvedimento che costerebbe altri miliardi che il governo non può far spuntare da sotto il cilindro. «Non possiamo fare in cinque mesi quel che altri non fatto in 10 anni», la difesa del capo del Carroccio, che attacca il passato sperando in futuri più agevoli e difendendo comunque il suo operato sin qui svolto, quando ricorda di essere al governo «da quattro mesi» e che «senza miracoli» sta portando avanti «quello per cui ci hanno votato, io nel mio su immigrazione, sicurezza, beni della mafia».


E mentre è tempo di spiegazioni e bilanci per Salvini, un solitario Giovanni Tria è chiamato a un altrettanto scomodo incarico, quello di sedare gli animi alla corte di Bruxelles e provare a spiegare i motivi dello sforo dei paletti previsti nel Patto di stabilità. «Se ci sono delle regole che sono state sottoscritte, uno può decidere di non rispettarne alcune, l'altra parte è legittimata a dire che le regole sono state violate. Non ci si può offendere, bisogna spiegare il perché e quali sono gli obiettivi». Onestà rara di questi tempi, quella dell'inquilino di via XX Settembre, che invece di rivolgersi a facili e strumentali attacchi, analizza la situazione e tenta tramite il dialogo di ricucire i rapporti sfaldati dal duo Di Maio-Salvini.



di Alessandro Leproux

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