La manovra scontenta tutti ma il vero sconfitto è Salvini, il Paese prigioniero della propaganda



Doveva essere il contenitore della rivoluzione fiscale, il biglietto da visita dei sovranisti made in Italy agli occhi del mondo intero, la panacea per il rilancio dell'economia. Doveva essere tante cose, la manovra fiscale partorita dal duo gialloverde, ma di certo non il teatrino dell'assurdo a cui un Paese intero ha dovuto assistere vedendo gradualmente dissiparsi molte di quelle misure agognate e promesse sin dalle prime battute della campagna elettorale che ha portato al voto del 4 marzo. Escono entrambi sconfitti, seppure in toni diversi, i due attori principali della messa in scena protrattasi tra le stanze del potere romano e quelle "bacchettone" di Bruxelles. E non è una sconfitta solamente nei contenuti, rivisti a ribasso per non andare incontro alla procedura di infrazione messa in moto dall'Ue, ma su tutta la linea, soprattutto quella nel rapporto con gli elettori. Gli stessi che mesi fa hanno puntato tutto e si sono affidati alle promesse pirotecniche sparate come fuochi di capodanno sia da Di Maio che da Salvini. Sembra passata una vita quando i due, baldanzosi, scevri del macigno della responsabilità governativa, additavano gli avversari, "quelli che c'erano prima", di questo e quell'altro, di servilismo nei confronti dei poteri in capo a Bruxelles, di menzogne dinnanzi al popolo italiano. Bene, di quelle scene oggi rimane solo l'amaro riso che suscitano, riguardandole in video mesi dopo, con il carico del senno di poi. L'"ubriacone", come qualcuno più volte aveva deciso di rinominare il Presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, non solo non ha vacillato di fronte ai continui attacchi mediatici del bullo esecutivo tricolore, non limitandosi a risposte di facciata, ma ha preso il toro per le corna e i vicepremier per le orecchie, portandoli "con le cattive" su posizioni che i due, Salvini e Di Maio, mai si sarebbero anche solo sognati di occupare qualche mese prima. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire, anche se i più fiduciosi, oltranzisti, forse oltre ogni ragionevole dubbio, vedono della strategia alle spalle della condotta dei due vicepremier, che sparando alto hanno cercato di portare a casa quanta più "ciccia" riuscivano a strappare ai seriosi vertici della Comunità europea. Intanto, sventata la procedura che avrebbe inchiodato l'Italia a politiche che dire ferree è andarci piano, che l'avrebbe privata di moltissimi fondi elargiti dall'Ue e condannata a un destino quanto mai incerto, con l'emendamento depositato in Commissione bilancio in Senato, il governo fa il conto delle perdite, di quel che resta del potpourri di istituti economici preventivati, con l'unica variabile positiva, quella dello spread, tornato a livelli pre allarme. Un'Italia «più vicina alle regole», si fa scappare il commissario Ue Pierre Moscovici, primo interlocutore nei trattati con il Tesoro per arrivare a una quadra che non sconvolgesse e destabilizzasse ulteriormente l'Eurozona. Una quadra costata cara tanto in termini di revisione della spesa in deficit, quanto della credibilità di chi l'ha portata avanti. A uscirne peggio, come è normale che fosse visto il gioco forza dei numeri all'interno della coalizione aggrappata al contratto di governo, è stata la Lega, che dei provvedimenti promessi e presentati a quell'area notoriamente definita "produttiva" del Paese, tutti incentrati sugli sgravi per le medie e piccole imprese strozzate dalla pressione fiscale e sulla ormai celebre rottamazione della legge Fornero, con la conseguente riforma delle pensioni, è riuscita a portare a casa soltanto le briciole. Lo stop all'aumento dell'Iva, una sorta di dogma sacro anche ai grillini, è stato sventato e sono scattate integralmente le ormai note clausole di salvaguardia, che faranno salire l'Iva di 23 miliardi nel 2020 e di quasi 29 miliardi nel 2021, mentre è confermato il congelamento ai tassi attuali per il 2019. Sparita la flat tax, almeno nella sua versione canonica delle due aliquote fisse. La ricetta caldeggiata da Salvini e accettata in nome del quieto vivere anche da Di Maio e compagnia troverà vita nel testo soltanto in forma spuria e cioè per le partite Iva, con l'aggiunta di un'aliquota calcolata al 7% per i pensionati residenti all'estero da più di cinque anni e che decidano di spostare la loro residenza in comuni del Mezzogiorno al di sotto dei ventimila abitanti. Addio al tanto paventato condono fiscale, o pace fiscale per gli economisti in cravatta verde. Lo stralcio delle cartelle riguarderà soltanto quelle sotto i mille euro affidate alla riscossione nel periodo dal 2000 al 2010. Un risparmio di circa dieci miliardi di euro, da quel fantomatico 2,4% al 2,04%, che vedrà i più corposi tagli su quota 100 e reddito di cittadinanza. Entrambe le misure, seppur con una platea di beneficiari sempre più assottigliata, troveranno luce già nel 2019. Novità anche sui tagli alle pensioni d'oro: si va da un 10% per gli assegni tra i 90mila e i 130mila euro, sino a un 40% per gli assegni oltre i 500mila euro. Una manovra a trazione grillina, si grida già, dopo che la condotta alternata del governo sui diversi fronti di competenza lasciava presupporre a una lenta e inesorabile presa di timone dell'aera leghista. E mentre qualcuno aspetta soltanto le elezioni europee per vedersi concretizzare quella spallata di Salvini a un esecutivo che si arrampica ogni giorno su specchi sempre più in bilico e che appare sempre più diviso da quelle posizioni inconciliabili che vanno via via acutizzandosi, il testo presentato in Commissione bilancio in Senato conferma che le carte sono finalmente sul tavolo, che il tempo dei giochi di parole, delle "supercazzole politichesi" è ormai tramontato. Restano i numeri, inesorabili e incontrovertibili e sanno di sconfitta. Resta soltanto da prevederne la portata, ma la malsana idea che il governo giochi soltanto a portare acqua (mai come in questo periodo i consensi sono liquidi e sfuggevoli) al proprio mulino, conscio che scommettere sulla piena durata del mandato è oggi un azzardo, serpeggia sempre di più e apre a un'altra ipotesi, altrettanto sinistra, che vorrebbe i due schieramenti protagonisti di un'assurda campagna elettorale protratta anche durante la gestione del Paese, a spese dei cittadini e della credibilità del sistema. Due fazioni che appaiono ormai sempre più ripiegate su se stesse, non più in grado di rimandare al contratto ogni qual volta le differenze si facciano sentire, ormai sempre più consapevoli che la natura quanto mai inedita di questa alleanza ha i mesi (se non i giorni) contati. E non credere che questo avrà delle ripercussioni in termini di numeri, di quanti si sentiranno ancora una volta traditi dalle belle speranze di cambiamento, sarebbe l'ennesimo, madornale errore di valutazione. Soltanto l'ultimo di una lista chilometrica.


di Alessandro Leproux

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