La Memoria di Salvini e quella corta dei 5Stelle sempre più propensi per il no al processo

La Memoria di Salvini e quella corta dei 5Stelle sempre più propensi per il no al processo

Aggiornato il: 14 nov 2019



L'ultimo atto del trasformismo a tinte gialloverdi è andato in scena tra ieri sera e questa mattina, quando dal Ministero degli Interni è stata recapitata a Palazzo Madama la Memoria del ministro e Senatore Matteo Salvini in merito ai fatti della nave Diciotti dello scorso agosto, che lo vedono indagato presso il Tribunale dei Ministri di Catania per sequestro aggravato di persona. Una relazione puramente "tecnica", quella inviata dal ministro alla Giunta per le autorizzazioni del Senato. Nessun attacco all'ingerenza della magistratura o tentativo di ridimensionare la portata del reato a lui ascritto: la tesi difensiva di Salvini poggia essenzialmente sulla piena condivisione, secondo quanto previsto dal Contratto siglato a maggio, dell'azione dell'esecutivo sul caso specifico della Diciotti e su tutta la questione dei flussi migratori. In secondo luogo, l'apologia del vicepremier spiega e approfondisce in più passi come quella della risoluzione delle controversie internazionali sia una prerogativa esclusiva dell'autorità governativa e rivendica dunque la gestione del "tira e molla" con Malta (circa quale fosse davvero il responsabile del salvataggio del natante da cui vennero poi trasferiti i 177 migranti a bordo della nave Diciotti della Marina militare) come azione sì politica, ma non circoscrivibile alla volontà individuale di Salvini come ministro, ma di tutta la squadra di governo. In una ricostruzione giorno per giorno della crisi svoltasi a largo del Mediterraneo e terminata al porto di Catania, essenzialmente atta a evidenziare una condotta non limpida e conforme ai regolamenti da parte di Malta – che non avrebbe adempiuto all'obbligo di salvaguardare e condurre in un porto sicuro i migranti a bordo del barcone rinvenuto in acque Sar di competenza de La Valletta, spingendo invece il natante verso Lampedusa, affibbiando di fatto l'intera questione in capo all'Italia – Salvini si avvale della giustificazione secondo cui la Diciotti non fu fatta attraccare a Catania per dar via alle procedure di sbarco da lui stesso poi bloccate, prefigurando così il reato di sequestro, bensì per esclusive «ragioni di comodità legate ai rifornimenti di cibo, acqua ed altro, rifornimenti che potevano avvenire tranquillamente anche in mezzo al mare». Come sottolineato nella Memoria, infatti, il governo aveva già sollecitato la Comunità europea a mettere in atto le risoluzioni relative al Consiglio europeo del 28 giugno riguardo la necessità di una redistribuzione dei migranti da accogliere una volta sbarcati sul suolo europeo. Spiegherebbe così, Salvini, quei lunghi giorni di stallo, coi migranti bloccati sullo scafo dell'Autorità marina italiana; stallo che a suo dire sarebbe stato peggiore se la nave avesse sostato a largo del porto in attesa dello sbroglio della questione in capo all'Europa. Tesi però, secondo quanto esplicitato dai giudici di Catania, che non troverebbe fondamento e che viene ritenuta marginale rispetto al trattamento degli esseri umani a bordo, utilizzati come leva politica contro Ue e Malta a discapito dei loro diritti fondamentali di persone e della loro stessa dignità.


Un aiuto in tal senso può fornirlo la Corte Costituzionale, che, pur senza citare esplicitamente il caso Diciotti, è intervenuta sulla questione per mezzo delle parole del presidente Giorgio Lattanzi per cui «qualunque reato può essere commesso da una persona o da più persone, come da un ministro, da più ministri o dall'intero governo, secondo i principi generali». L'interpretazione data dalla massima corte è dunque chiara: c'è una valutazione giuridica che spetta al Tribunale dei ministri, che in caso di riscontro di un reato si rimette al Parlamento, il quale ha il compito di valutare politicamente se tale reato si sia configurato «per soddisfare l'interesse pubblico costituzionalmente rilevante».

Ed è proprio su questo che punta interamente la relazione fatta pervenire in Senato dal ministro degli Interni: tutta l'azione (condivisa dal governo) avrebbe come finalità l'interesse esclusivo della nazione e la tutela dell'ordine pubblico. A sostegno della tesi e allegate alla Memoria ricevuta in mattinata dalla Giunta per le autorizzazioni, le lettere del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei Ministri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, che hanno fatto cerchio attorno all'alleato di governo: Conte lo ha fatto rivendicando la paternità della linea adottata dall'Italia, in qualità di premier, e Di Maio e Toninelli rimettendo la condotta dell'Italia in seno al più ampio dibattito nelle sedi europee sulla gestione condivisa della questione migratoria. Nessun illecito dunque, a sentir loro, ma soltanto un'azione forte e dimostrativa che l'Italia non si piegherebbe più alle "prepotenze" degli altri Paesi membri.


Relazione, quella presentata da Salvini, che ha contribuito ad acuire l'aspro dibattito in Senato, spaccato tra chi vuole a processo il vicepremier e chi no: secondo l'ex presidente di Palazzo Madama, Pietro Grasso, la relazione di Salvini sarebbe «irricevibile» per la Giunta presieduta dal forzista Maurizio Gasparri e questo in virtù del fatto che gli allegati a firma del premier e dei due ministri pentastellati violerebbero il regolamento che ascrive al solo imputato il diritto di presentare una Memoria.


Ma per qualcuno il bello deve ancora arrivare: sarà la decisione dei Senatori pentastellati a fare da spartiacque nella vicenda. Se infatti Salvini è stato, a ragione o meno, tacciato di repentino trasformismo quando è passato dallo sbeffeggiare pubblicamente l'inchiesta, quasi pregando di essere processato, a chiedere pochi giorni dopo che il Senato intercedesse e scongiurasse il processo, avvalendosi dunque dell'immunità precedentemente sconfessata, sono i grillini ad essere sotto i riflettori e degli alleati che già sospettano il tradimento e (soprattutto) dell'elettorato che li aspetta al varco alla prova dell'onestà. Se infatti arrivasse il sì all'autorizzazione a procedere contro Salvini da parte dei grillini, oltre alla tenuta dell'esecutivo che rischierebbe seriamente di vacillare, andrebbe aggiunta l'aggravante elettorale (in vista delle Europee) di essere stati gli artefici della nascita e della caduta anzitempo del governo del cambiamento. In caso contrario, con voto negativo, sopravviverebbe sì l'esecutivo ma il Movimento perderebbe quella verginità tanto decantata per divenire "partito a 5 Stelle" a tutti gli effetti, con conseguenze che potrebbero anche in questo caso avere ripercussioni nefaste sul bacino dei consensi. In ogni caso il rischio è alto e concreto e di lotta e di governo non sempre si può campare, ogni tanto le circostanze obbligano a esporsi e a scegliere. Ecco perché il «sì» dato per certo (per bocca dello stesso Di Maio) soltanto una manciata di settimane fa, sta sempre più propendendo per il suo opposto e la motivazione addotta lascia sempre più intravedere i contorni di un'operazione da prima Repubblica. Quella «specificità del caso» invocata dal vicepremier Di Maio, riguardo i fatti della Diciotti e le condivise reponsabilità, che andrebbe quindi in deroga al principio insindacabile del rigetto assoluto dell'immunità parlamentare, oltre a sembrare un po' forzata (ogni singolo caso è di per sé specifico relativamente al contesto generale) mette in luce lo scacco in cui sembrerebbero trovarsi i "gialli".


La votazione in Giunta dovrà essere effettuata con termine massimo per il 23 del mese, e la data del 20 viene data come la più probabile: due settimane in cui la tensione sarà destinata a raggiungere il culmine, in cui sapremo quale direzione prenderanno ufficialmente i grillini (e quanti disertori ne scaturiranno), il tutto, come se non bastasse, a condire le già impellenti questioni sulla Tav e su una contrazione della crescita dell'Italia che stanno rendendo queste le ore più calde per il governo dell'insolito triumvirato.



di Alessandro Leproux

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