La nomina di Ermini al Csm riporta in vita Matteo Renzi e spacca di nuovo il Pd

La nomina di Ermini al Csm riporta in vita Matteo Renzi e spacca di nuovo il Pd



Proprio nel giorno in cui Matteo Renzi oggettivamente si rafforza con la nomina abbastanza a sorpresa di David Ermini, suo fedelissimo, che ha naturalmente lasciato subito la sua tessera di partito, a vicepresidente del Csm, nel Pd riparte la guerra. Che l’ex premier ed ex segretario dem obiettivamente abbia segnato un punto a suo vantaggio, con la non usuale elezione a Palazzo dei Marescialli di un vicepresidente che per la prima volta non proviene dall’attuale maggioranza politica di governo, lo dicono anche dentro Forza Italia, che non potendo certo votare il candidato grillino, ha votato scheda bianca.


Dice un parlamentare azzurro off the record: «Sono certamente piani diversi, ma la nomina di Ermini dimostra che Renzi è ancora vivo e ha una sua forza». E del resto questo, pur certamente non volendolo, lo ammette di fatto lo stesso vicepremier Luigi di Maio, che sconfitto ha inveito contro l’elezione del “renzianissimo Ermini”. Ma per paradosso proprio mentre l’ex premier dem torna a battere un colpo nelle istituzioni, riparte la guerra contro di lui dentro casa sua. Non suona esattamente amichevole nei confronti di Renzi la decisione annunciata a Porta a Porta dall’attuale segretario del Pd Maurizio Martina di tenere le primarie il 27 di gennaio. Perché? Agli esperti di cose piddine sembra un vero e proprio alt di fatto ad una eventuale ridiscesa in campo dell’ex sindaco di Firenze, il quale comunque ha finora sempre smentito di volerlo fare. Presentarsi alle primarie e magari vincerle significherebbe poi mettersi su un percorso di guerra che vedrebbe come prima tappa le elezioni europee dove forse neppure un leader con la bacchetta magica potrebbe riportare il Pd agli antichi fasti. È evidente che la traversata nel deserto è appena iniziata. E in quel caso è chiaro che sarebbe fin troppo facile trovare di nuovo il colpevole e cioè il solito Renzi, al quale verrebbe accollata tutta la sconfitta. Altra cosa sarebbe spostare il congresso a dopo le europee. Come i renziani sembra che in realtà sperassero. Ad ogni modo, Renzi o non Renzi, la traversata nel deserto è appena iniziata, ma si stenta a vedere la bussola che la guida in un Pd dilaniato da faide e correnti. E nel quale ieri è esplosa un’altra polemica proprio su come attrezzarsi in vista delle elezioni europee per far fronte all’asse sovranista o a eventuali accordi tra sovranisti e Ppe.


Mentre Renzi ha sottoscritto un patto “anti-populista” con altri leader europei tra cui i liberali dell’Alde, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando e Nicola Zingaretti, che ha già annunciato la sua discesa in campo alle primarie, se ne sono dissociati. E Orlando ha sottolineato che il congresso del Pd sarà tra «chi vuole restare nel Pse e allargarlo e chi vuole andare con i liberali dell’Alde». Insomma, spaccatura netta. Scene non nuove da un matrimonio tra le varie anime del Pd, che sembra ogni giorno sempre più incrinarsi. Con l’indiscrezione di sottofondo, ma sempre tassativamente smentita, che alla fine Renzi voglia fare una cosa per conto suo.


di Paola Sacchi

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