La rivincita di Berlusconi può passare solo dall’Europa, e dalla porta (chiusa) del Ppe

La rivincita di Berlusconi può passare solo dall’Europa, e dalla porta (chiusa) del Ppe



Silvio Berlusconi in questi giorni fa pensare alla protagonista di Good Bye Lenin!, la fervente sostenitrice del regime socialista che la sera del 7 ottobre 1989 entra in coma con il Muro di Berlino ancora in piedi e si risveglia otto mesi dopo tra le macerie del socialismo reale, al punto che i figli per evitarle il contraccolpo psicologico le fanno credere che tutto procede come prima. Come se la Germania orientale esistesse ancora.

Se non fosse che è troppo scaltro e navigato per non vedere che in un anno il mondo che conosceva è completamente mutato e se non fosse, anche e soprattutto, che i suoi figli, quelli fuori il partito e quelli dentro, non sono così premurosi come gli Alex e Ariane della pellicola cinematografica, ma anzi gli sbattono in faccia in malo modo il nuovo scenario che lo vede mestamente nel ruolo di attore non protagonista, verrebbe da pensare che Berlusconi sia affetto da quel meccanismo che in psicologia si chiama negazione. Il centrodestra cui è abituato, quello cui ha dato vita più di 25 anni fa non esiste più, eppure il cavaliere ripropone gli stessi schemi e forse anche gli stessi tic della Casa delle libertà.


C’è da chiedersi, visto che alla patologia della negazione non ci crediamo, perché lo faccia. Matteo Salvini non perde occasione per dire che la nave va, che resta con Luigi Di Maio per altri 4 anni ancora e che di elezioni anticipate non se ne parla. «Io resto con i 5 stelle, perché dovrei lasciarli?». Già, perché mai dovrebbe lasciarli? Ora poi, che sono esangui, precipitati al 17 per cento dopo aver toccato il cielo solo un anno fa? Il leader della Lega, che finora doveva sorbirsi sbuffando i pistolotti di Conte o i bluff di Di Maio è il dominus del governo. E nei prossimi mesi inanellerà uno dietro l’altro i punti del contratto che stanno più a cuore al suo partito. Di Maio probabilmente a breve – vedi le parole da stalinista di Gianluigi Paragone sulla «generosità» dello statista di Pomigliano, che somma 4 incarichi nella sua persona e sulla necessità di avere un leader h24- sarà spogliato della carica di capo politico del movimento e gli rimarrà ben poco: il governo forse, e forse anche un solo dicastero. Il governo insomma si avvia a diventare per i grillini non più il proprio governo, ma un governo amico su cui nei prossimi mesi si potrà all’occorrenza anche sparare. Ma non oggi. Oggi la ferita sanguina e non c’è né la forza né la volontà di mettersi di traverso al Capitano. Salvini punta su questo lasso di tempo. Sei mesi, un anno? Si vedrà. Più buona la prima ipotesi. Saranno comunque mesi utili. Sotto diversi aspetti. Perché, e veniamo a Berlusconi, in questo tempo, si potrebbe aprire dentro Forza Italia il tema della leadership. Con le cautele del caso, certo, perché siamo pur sempre in presenza di un partito che nasce con atto volitivo di Berlusconi, ma le dichiarazioni di queste ore sono il preludio di una guerra interna agli azzurri che potrebbe portare diversi berlusocones ad indossare la magliette verde di (vista la confidenza con crocefissi e rosari) don Matteo.


Il mancato raggiungimento della soglia del 10%, il flop della lista al centro, ha dato la stura a tutti i malumori interni, finora sopiti. I maggiorenti del partito temono la tenaglia dell’asse Lega-Fratelli d’Italia e il lavoro ai fianchi dei totiani, già in procinto di lasciare FI. L’aria a palazzo Grazioli è tesa. C’è chi reclama un Congresso nazionale vero per un cambio di rotta (Gelmini e Carfagna i testa), chi stila liste di proscrizione, chi pensa a dove piazzerà le sue terga nel futuro prossimo. Da Bruxelles dove ha partecipato al summit del Partito popolare europeo Berlusconi prova a serrare le fila. Ieri ha ribadito che Forza Italia è indispensabile nel centrodestra e che continuare con questo governo sarebbe «un tradimento del sentimento e della volontà» degli italiani. E dentro il centrodestra, «Forza Italia ha una funzione imprescindibile: è il presidio della cultura e della politica liberale, è il presidio della civiltà europea e dei suoi principi, è la garanzia del mantenimento della democrazia rappresentativa e della libertà in Italia». Concetti più volte espressi in questi mesi. La novità è la nettezza dell’attacco a Giovanni Toti e a tutti coloro che in queste ore stanno accarezzano l’idea di una Costituente per intrupparsi con Lega e FdI. Toti, dice il cavaliere non andrà da «nessuna parte perché tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono consegnati all'invisibilità». Due sera fa intervenendo in collegamento nel corso di Porta a Porta ha annunciato che da giovedì prossimo al Comitato di Presidenza del partito prenderà il via un «percorso di rinnovamento condiviso per stendere un programma e stabilire una guida collettiva che sarà composta da persone di grande livello». E non ha rinunciato ad una stoccata a Salvini e Meloni: «La mia cultura, i miei successi in politica internazionale, mettono un po' di soggezione a questi leader la cui preparazione non è paragonabile alla mia: per questo vado in Europa e non sarò seduto al tavolo di governo del nuovo centrodestra a far pesare la mia esperienza». Tiè.


La corte di Giorgia Meloni a Salvini intanto si fa sempre più pressante. Lo supplica quasi di licenziare in tronco di Maio & Co ed imbarcare lei. Per conquistare galloni sul campo arriva ad accusare perfino Forza Italia di praticare la politica «dei due forni, cioè la possibilità di allearsi sia a destra che a sinistra a seconda di quel che conviene. Ecco, noi una cosa così proprio non l'accettiamo». Quando in realtà il maestro dei due forni è proprio l’agognato Salvini. Che però alle sue avances fa orecchie da mercante. Per diversi motivi. Perché primo, non ha senso allearsi con un partito, quello della Meloni, che è troppo caratterizzato a destra. Non sembri strano, ma Salvini può permettersi di fare l’occhiolino a CasaPound, ma portare la Meloni con lui a palazzo Chigi potrebbe rivelarsi un boomerang e rompere, in sostanza, il delicato – anche se farlocco - equilibrio interclassista che lo ha portato a conquistare l’Italia dal nord al sud. E poi anche in questo caso il tempo gioca a favore della Lega. Per Fratelli d’Italia fare un anno di opposizione al governo di cui vorrebbero far parte è un rischio grosso. Diventerebbero afoni giorno dopo giorno e i consensi guadagnati il 26 maggio ci metterebbero poco a volatilizzarsi. Gorgia Meloni ne è consapevole. E un po’ di timore ce l’ha.


Berlusconi ha poche frecce al suo arco. In Italia anzi sono pochissime. Ed è per questo che ha scelto come arena per la sua battaglia l’Europa. Ma quale Europa? Quella sovranista, che, assicura, intende normalizzare dentro il Partito popolare europeo? Certo, se riuscisse a spingere Salvini a bussare alla porta del Ppe potrebbe assurgere al ruolo di nuovo padre dell’Europa. L’uomo che ha domato la bestia. Però non può non sapere che le possibilità di riuscita del suo piano sono scarse se non scarsissime. La Merkel di aggiungere un posto a tavola per il leghista non ci pensa proprio. Dunque? Dunque l’importante per Berlusconi potrebbe essere semplicemente l’atto salviniano del bussare, ancorché con scarsissima convinzione. Perché se poi per qualche motivo quella porta non fosse aperta, beh, potrebbe sempre dire, “io ce l’ho messa tutta, me se voi siete impresentabili, se battete i pugni sul tavolo….” (e non a caso Tajani proprio ieri ha fatto riferimento proprio alla politica fallimentare della voce grossa). A quel punto il vero sconfitto non sarebbe più il Cavaliere, ma Salvini. Quello che a urne ancora aperte diceva che in Italia non sarebbe cambiato nulla. Infatti, la brutta sorpresa potrebbe fargliela proprio l’Europa (procedura d’infrazione a parte). Insomma, se entra nel Ppe ha vinto Berlusconi. Se invece scartasse di lato, verso lidi sovranisti, don Matteo avrebbe compagni di viaggio poco raccomandabili e ancor meno influenti. E’ proprio vero, la vendetta va consumata fredda.


di Giampiero Cazzato

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