La scia di sangue di latitanti rossi e neri mai estradati in Italia: colpa della dottrina Mitterand

La scia di sangue di latitanti rossi e neri mai estradati in Italia: colpa della dottrina Mitterand



Cesare Battisti ok, va bene. Ma "che fare" di tutti gli altri? Cioè di assassini e terroristi anche molto più efferati di lui, responsabili di molti omicidi o vere e proprie stragi, alcune ancora impunite o ancora avvolte nel mistero, dalla strage (nera) di piazza Fontana (1969) all’omicidio (rosso) di Aldo Moro (1978), pagine su cui vera luce non è mai stata fatta? Battisti è stato catturato domenica a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, dove era fuggito dal Brasile, Paese che lo ha ospitato e protetto per molti, troppi, anni, dopo che lo fece la Francia, grazie a una fulminea azione dell’Interpol. Battisti è stato immediatamente estradato in Italia e stamane l’aereo che lo conduceva in patria è atterrato a Ciampino, dopo un breve passaggio, di nuovo, in Brasile. Il neo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, ha celermente spedito, al ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, il "pacco regalo". Il dato di fatto politico nessuno lo vuole negare: in due giorni, un vero e proprio ‘amen’ dopo decenni di (dorata) latitanza in giro per il mondo, il nuovo Brasile sana una ferita aperta con l’Italia dai tempi di Lula. Il governo italiano – su tutti, appunto, il ministro Salvini – gioisce ogni due minuti da due giorni e si intesta da solo quello che è un indubitabile, sia chiaro, successo del Paese che, finalmente, ottiene che un terrorista così vigliacco e sprezzante sia assicurato e restituito alle patrie galere dove dovrebbe scontare due ergastoli per ben quattro omicidi.


Tutto bene, dunque? Insomma, mica tanto. Qualche strascico polemico perdura, ma non tanto perché ha riportato a galla voci e volti che sembravano finiti – giustamente – nel dimenticatoio della Storia che appartengono alla, ormai sempre più ristretta, pseudo-elite pseudo-intellettuale dell’estrema sinistra italiana che – ancora oggi – giudica "irragionevole" la pena per Battisti e che, ancora oggi, ritiene che “la dolorosa pagina degli anni ‘70” andava chiusa con una amnistia o un indulto generalizzati e omnicomprensivi (Va ricordato, per onor di verità, che anche l’ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga, non certo sospettabile di simpatie estremiste, la chiedeva). Anche i toni roboanti e trituranti di Salvini sono ‘classici’ e, al di là della comprensibile (e giustificata) soddisfazione, vanno considerati per quello che sono: arma di propaganda. Sembra quasi che il "Capo dei Capi" di Cosa Nostra sia stato ‘"ri-arrestato" o che esistano ancora, in Italia, pericolosi "comunisti" che vogliono rianimare sanguinose lotte armate. Tant’è, nel gioco (sporco) della Politica, si sa, "vale tutto".


Ma il problema è un altro: che fine hanno fatto tutti gli altri e perché nessun politico italiano ne chiede, stracciandosi le vesti, la immediata cattura e/o caccia? Eppure, sono latitanti (a volte anche da molto più tempo di Battisti) e soprattutto sono responsabili di azioni e omicidi, o vere e proprie stragi, ben più gravi ed efferate di quelle commesse dall’ex membro dei Proletari armati per il comunismo (Pac), formazione terroristica dall’efferata violenza ma che, per dirne una, ebbe un peso risibile nella lunga e drammatica scia di sangue che ha caratterizzato e solcato, ferendone il cuore, la storia dell’Italia lungo gli anni Settanta e Ottanta.

Forse perché fanno ancora "paura", specie per quello che, se catturati e portati a scontare le pene che meriterebbero, potrebbero dire su omicidi e stragi su cui, nel nostro Paese, è ancora buio fitto, nonostante siano passati 30, 40, 50 anni.


Certo che l’arresto in Bolivia di Battisti fa tornare d’attualità un dossier rimasto per anni – troppi anni - sulle scrivanie degli investigatori italiani: quello delle primule rosse e nere. «Sono sicuro che le forze dell’ordine potranno riassicurare alle galere altre decine di delinquenti, vigliacchi e assassini che sono in giro per il mondo a godersi la vita», chiosa Salvini, ma molti di loro hanno ormai acquisito cittadinanza straniera e quindi non sono più estradabili. Altri, invece, hanno trascorso talmente tanto tempo da latitanti che hanno incassato la prescrizione. Insomma, in questo caso Salvini fa solo tanta propaganda. Ma vediamo, allora, chi sono e di cosa sono accusati, questi pericolosi – almeno quanto se non più di Battisti - terroristi.


Sono circa una cinquantina i terroristi tra ‘rossi’ (circa 40) e "neri" (i quali sono molti di meno anche perché, sulle stragi "nere", un tempo dette "neo-fasciste", la luce è fioca e le responsabilità o non sono mai state accertate o sono dubbie) italianissimi ma fuggiti all’estero e ancora latitanti, secondo i dati forniti all’agenzia di stampa AdnKronos dal Crst, il Centro ricerca sicurezza e terrorismo diretto da Ranieri Razzante. Fra loro figurano diverse figure di spicco di formazioni terroristiche le cui sigle oggi dicono poco, ma che hanno segnato, con il sangue, la storia d’Italia: Brigate Rosse, Prima Linea, Ncc, Potere Operaio, Lotta Continua, Autonomia Operaia. Una trentina di latitanti vivono in Francia, il resto si divide tra Nicaragua, Brasile, Argentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria. Le loro biografie sono contenute in un volume che la Direzione centrale della polizia criminale tiene costantemente aggiornato ma che non ha portato, finora, alcun frutto nelle investigazioni.


È la Francia il Paese Eldorado dei ricercati politici italiani. Almeno 400 persone, condannate in Italia per omicidi o per crimini eversivi contro lo Stato, hanno trovato rifugio Oltralpe. ‘Merito’ (si fa per dire) della cd. “dottrina Mitterand”: secondo l’allora presidente francese le leggi anti-terrorismo approvate in Italia tra il gli anni ’70 e gli anni ’80 non erano condivisibili. “La Francia valuterà la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili” se i Paesi che chiedono l’estradizione hanno un “sistema giudiziario che non corrisponde all’idea che Parigi ha delle libertà”, fu il ragionamento esposto da Mitterand, presidente francese e guida del Partito socialista (Psf), a patto che i destinatari non fossero ricercati per atti diretti contro lo Stato francese e avessero rinunciato – a insindacabile giudizio dello Stato francese - a ogni forma di violenza politica. La dottrina Mitterand venne abrogata, di fatto, solo a inizio Millennio.

Ed è proprio in questo modo che Battisti aveva trovato rifugio in Francia, fino al 2004: aveva poi fatto perdere le sue tracce solo quando aveva capito che per lui si stava avvicinando l’estradizione per la condanna all’ergastolo, da scontare in Italia, una volta che la dottrina Mitterand era ‘tramontata’. Battista, prima scomparso nel nulla, era riapparso a Rio de Janeiro, in Brasile, dove era stato arrestato nel 2007: detenuto fino al 2011, aveva poi ottenuto clemenza dall’ex presidente (socialista, del Partito dei lavoratori) Lula fino all’arresto in Bolivia di domenica.

Tra i nomi più significativi dei molti altri rifugiati in Francia c’è quello di Giorgio Pietrostefani, fondatore con Adriano Sofri di Lotta Continua, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (1972). Pietrostefani, già residente in Francia, tornò volontariamente per il processo e fu arrestato nel 1997. Scarcerato nel 1999 per la revisione del processo, ma ri-condannato nel 2000, sempre come mandante del delitto Calabresi, per sottrarsi all’esecuzione della condanna definitiva si è reso latitante rifugiandosi nuovamente in Francia, dove era già residente. Da ricordare che, per il delitto Calabresi, nel 2006 ha invece ottenuto la grazia, per motivi di salute, Ovidio Bompressi, uno degli esecutori dell’omicidio, mentre Adriano Sofri ha scontato la pena sotto diversi regimi di detenzione, senza mai fuggire, e cioè in Italia ed oggi è tornato a essere un uomo libero, mentre Pietrostefani ha gran parte della condanna da scontare.


Tra i terroristi rossi che hanno trovato riparo e ‘casa’ ospitale in Francia, vi sono Enrico Villimburgo, esponente delle Br e condannato all’ergastolo nel processo Moro-ter e per i delitti Minervini, Galvaligi, Bachelet, come le ex brigatiste Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, entrambe condannate all’ergastolo nel processo Moro ter e chiamate in causa anche per i delitti D'Antona e Biagi. Poi c’è, in Francia, Sergio Tornaghi, 60 anni, milanese, ex Br, esponente della colonna brigatista milanese ‘Walter Alasia’, condannato all’ergastolo per partecipazione a banda armata e destinatario di un mandato di cattura internazionale. Nel nord della Francia si troverebbe anche Giovanni Alimonti, leader delle Br-Pcc, condannato a 22 anni al processo Moro ter. In Francia vive anche Giancarlo Santilli, ex militante di Prima Linea, su cui grava una condanna a 19 anni. Stesso rifugio transalpino di cui gode oggi Marina Petrella, condannata all’ergastolo per omicidio, che si è vista, addirittura, riconoscere dalla Francia lo status di rifugiato politico, evitando così di dover scontare la pena detentiva. Salvata, in quel caso, da Nicolas Sarkozy: l’ex presidente francese ne bloccò l’estradizione per motivi umanitari. Un altro caso che grida, da molti decenni, vendetta è quello di Oreste Scalzone: tra i fondatori di Potere Operaio, aveva una condanna a 16 anni per ‘banda armata’, ma si è rifugiato in Francia, dove vive, tornato libero dal 2007.

Uno dei pochissimi ad essere stato estradato dalla Francia è stato Paolo Persichetti, che ha militato nelle Br-Unione dei Comunisti Combattenti: fu consegnato nel 2002 alle autorità giudiziarie italiane ed è stato condannato a 22 anni di carcere per concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri, ma scarcerato definitivamente nel 2014.


Vive, invece, felice, in Svizzera un altro dei condannati per l’agguato di via Fani: si chiama Alvaro Lojacono, è stato un esponente delle Brigate rosse, nonché di una latitanza avventurosa. È passato dal Nord Africa e dal Sud America: alla fine ha trovato riparo nel Paese elvetico, acquisendone la cittadinanza con il nome di Alvaro Baragiola e non è dunque estradabile. Un altro membro di spicco delle Br, Leonardo Bertulazzi, latitante da 22 anni e fuggito in Argentina: ha scontato otto mesi di carcere e oggi lì vive.


Si gode, invece, il Nicaragua Alessio Casimirri, ex brigatista rosso condannato in via definitiva per il sequestro Moro. Casimirri faceva parte del commando che il 16 marzo 1978 colpì in via Fani uccidendo gli uomini della scorta dell'ex presidente della Dc ed è stato condannato, sia pur in contumacia, a ben 6 (sei) ergastoli. Su di lui gravano i sospetti delle ‘trame occulte’ intorno al delitto Moro e tutte le commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro (compresa l’ultima) ne hanno chiesto, invano, l’estradizione perché potrebbe gettare ‘nuove luce’ sui misteri del rapimento, della detenzione e dell’omocidio del leader dc. In Nicaragua ha trovato rifugio anche Manlio Grillo, ricercato per il rogo di Primavalle, in cui morirono i fratelli Mattei. Latitante anche il suo compagno di Potere Operaio, Achille Lollo, ma in Brasile, dove nel 1993 il Tribunale supremo federale ha rigettato la richiesta di estradizione dell’Italia. Per entrambi le condanne a 18 anni di reclusione per i fatti di Primavalle sono in prescrizione.


Tra i terroristi di estrema destra, il ruolo di principale di “primula nera” è toccato per anni a Delfo Zorzi: l’esponente di Ordine Nuovo è stato condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di piazza Fontana. Fu assolto in appello e poi in via definitiva: dal 2010 non è più latitante. Vive in Giappone dagli anni ’70, non era mai stato possibile estradarlo perché divenne cittadino giapponese nel 1989 dopo aver sposato una donna nipponica: ha cambiato nome e adesso si chiama Roi Hagen. Vive a Tokyo e oggi è un importante imprenditore nel settore dell’import/export.

Si trova a Londra dagli anni ’80, infine, Vittorio Spadavecchia, ex esponente dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari): fuggì in Gran Bretagna due mesi dopo aver assaltato a Roma la sede dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, presidente Arafat. Condannato a 15 anni di reclusione nel 1989 per una serie di reati – compreso l’attentato per finalità terroristiche – per lui i giudici inglesi hanno rigettato le richieste di estradizione da parte dell’Italia. In Gran Bretagna Spadavecchia è manager di un club di rugby ed azionista di una società: la Kencroft Properties Limited, di cui è titolare anche un altro ex aderente ai Nar rifugiato a Londra, Stefano Tiraboschi. Il nome di Spadavecchia è finito di recente nelle carte della procura di Roma: nel 2012, infatti, Massimo Carminati si è recato proprio a Londra a trovare il vecchio camerata.

Come si vede, molti nomi – tristemente - ‘famosi’ e molti nomi, ormai, finiti nell’oblio, vivono all’estero, liberi e, forse, ‘felici’. Alcuni non sono più estradabili o i loro reati sono finiti prescritti o, addirittura, sono stati persino assolti. Peccato. Le loro storie e ‘verità’ (finte o pseudo che siano) potrebbero fare luce su molti misteri irrisolti della storia italiana. Ma questa è un’utopia. Restituire dignità e onore alle loro vittime, chiedendone l’estradizione in Italia e facendo scontare loro le pene che loro spettano, invece (per chi è ancora possibile, ovviamente), sarebbe un piccolo, ma importante, modo per lenire il dolore di tante famiglie di innocenti italiani le cui vite sono state spezzate per il furore di un’ideologia sanguinaria o per perseguire trame occulte.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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