La Terza Via di Di Maio e la tentazione di far saltare il banco prima del referendum

Benedetto ragazzo! Ma perché non dire semplicemente: «Noi non siamo né carne ne pesce», al limite, prendendolo in prestito da Elio e le Storie tese e aggiungendo a mo’ di postilla - che visto il risultato umbro ci sta come il cacio sui maccheroni - «la mia angoscia non decresce». E se proprio voleva, pronunciare un solenne «non abbiamo nessun preconcetto, non ideali fissi e soprattutto non orgoglio sciocco». Che senza stare a specificare che la frase è presa in prestito da Benito Mussolini (tanto chi lo va a scoprire che lo ha detto il Capoccione), ci faceva pure un figurone. E invece che ti fa Gigino di Maio in arte capo politico del Movimento Cinque stelle e conducator delle feluche italiane? Ti va a pescare la Terza via. «Il voto umbro ci ha dimostrato che quando ci mettiamo insieme a uno dei due poli c'è una parte di nostri elettori che non ci vota più. Il Movimento è stato creato come “altro” e deve mantenere la terza via». Per dare forza al concetto sul Blog delle Stelle qualche giorno fa il ministro degli Esteri faceva sapere che loro non sono nati per inseguire il consenso, «bensì per portare a casa i risultati», che a uno gli verrebbe da dire: “già ma come li porti a casa questi risultati se non hai il consenso?”. Dettagli.

La parola chiave è Terza via. Che senso ha però sulla sua bocca? Perché si tratta, Di Maio lo sa?, del termine più sfigato della storia politica degli ultimi 30 anni. Quella Third Way che, per sintetizzare all’estremo, doveva superare sia socialismo che neoliberismo classico, è fallita miseramente, messa all’angolo dal turbocapitalismo e dai neocons che hanno dilagato in Occidente. Al punto che lo stesso teorico della Terza Via, Antony Giddens ha ammesso qualche tempo fa che quell’idea era stata «scardinata» dalle innovazione tecnologiche che hanno completamente mutato il quadro produttivo. Un dibattito complesso e che ha visto discettare su quale via dovesse prendere la Terza via, politici del calibro di Clinton, Blair, Schroeder e che ha infatuato per una breve stagione nientepopodimeno che il lider Maximo (Un giorno massimalista, un giorno riformista, quando non addirittura riformista e massimalista nella stessa giornata).

Ma il punto è che Di Maio con la Terza via non c’entra un piffero e che il suo progetto non mira a riformare e a far incontrare socialismo e capitalismo. Non essendo per sua stessa ammissione né di sinistra né di destra e meno che mai centrista, Di Maio confonde la Terza via con l’opportunismo e la spregiudicatezza, quella stessa spregiudicatezza che lo ha visto passare da Salvini (di cui oggettivamente era più infatuato) a Zingaretti. L’idea di poter tornare a vedere le stelle, ovvero quel 32,7 per cento delle politiche del 2018, è ormai impensabile. Il movimento, o quello che diventerà, è condannato a viaggiare intorno al 8-10 per cento, sia che si richiuda nello splendido isolamento sia che riprovi ad accasarsi con un’altra forza politica. La sua Terza via è un modo per prepararsi a fare l’ago della bilancia in un prossimo futuro (che poi, traducendo malignamente significa mettere all’asta il proprio sostegno ad un esecutivo piuttosto che a un altro). Se così è bisogna anche chiedersi se Di Maio parla per se o per i Cinque stelle nel loro complesso. E’ difficile immaginare che il gruppo dirigente del Movimento lo segua su questa strada. Molti e non solo Fico, sono convinti che un accordo programmatico col Pd sia non solo auspicabile ma nell’ordine delle cose. E’ possibile, insomma, che si apra la strada ad una quasi scissione, o ad una scissione carsica, pronta a manifestarsi al momento giusto. D’altronde uno bene informato come Francesco Verderami scrive oggi sul Corriere della Sera che Di Maio e i fedelissimi stato lavorando ad un «nuovo progetto che — per come va maturando — potrebbe entrare in conflitto con la linea di Grillo e Casaleggio junior».

Al prossimo giro di giostra parlamentare non ci sarà da stare tanto allegri con un partito spaccato come una mela. E come una mela caduta dall’albero, alquanto ammaccato. Con un numero di parlamentari così ridotto i margini di manovra per fare l’ago della bilancia sono scarsi. Di Maio rischia al più di finire perso come il famoso ago nel pagliaio. Ma il ragazzo è furbo. Una scappatoia diabolica potrebbe girare nella testa del ministro di Pomigliano. Una scappatoia da far scattare dopo le regionali dell’Emilia Romagna. Se il M5S andrà, come Di Maio dice, da solo e se il Pd perderà, meglio se di un soffio, quella regione è inevitabile che tensioni e recriminazioni si scaricheranno come un fulmine su palazzo Chigi. E Di Maio stavolta potrebbe essere quello che, con il sorrisetto alla Goblin, dà fuoco alle polveri. Pensateci bene, cosa c’è di meglio che far saltare il banco prima del possibile ed eventuale referendum confermativo sul taglio dei parlamentari? Se così fosse si andrebbe alle elezioni anticipate con le vecchie regole. E allora sì che Gigino, con un pezzo del M5S, e in barba alle forbici di cartone che ha sfoggiato su piazza Montecitorio, potrebbe diventare l’ago della bilancia.

di Giampiero Cazzato

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