Le strade del cinema (la rubrica di Michele Lo Foco)


In che direzione va il cinema?

A questa domanda che ha come oggetto una attività aleatoria hanno cercato, nei decenni, di rispondere in molti, e in pochi, se non pochissimi, hanno saputo rispondere.

Taluni hanno evitato di esprimersi, ed hanno preferito lavorare ad altri elementi rispondendo alla domanda “dove va la televisione” o “dove va il ministero”: erano domande più facili ed i protagonisti meno aleatori e più individuabili, malleabili, e convenzionali.

Ma la mano invisibile che governa il cinema, come vuole la teoria di Adam Smith, e cioè il mercato, trascura del tutto le iniziative televisive o ministeriali e determina il successo secondo principi che solo la sociologia o la psicologia possono intuire e non certo i burocrati.

Oggi nell’aria si respira un profumo giovanile sempre più forte e sembra quasi che le strade cinematografiche si dirigano verso due collocazioni distinte e separate: da una parte il cinema per i giovani dai 5 ai 25, cui si uniscono le persone mature solo se devono accompagnare i bambini o solo se il prodotto è di livello molto superiore, come Batman o Spiderman.

Dall’altra il cinema destinato direttamente alle televisioni o alle piattaforme, spesso di origine nazionale, di livello medio o medio basso, quasi sempre modesto e modestamente recitato dai nostri similattori.

La prima categoria riesce a superare gli ostacoli ambientali, la pandemia, la mascherina, l’assenza di popcorn e raggiunge in sala risultati interessanti anche in Italia ma mirabolanti nel mondo, la seconda categoria vive di sussidi, di tax credit, di piccole cifre, di piccoli incassi e rincorre la Rai e le piattaforme per esistere.

In tutto questo susseguirsi di speranze e di manipolazioni svetta il nuovo ruolo dei documentari, che assurgono alla prima serata e finalmente si sono qualificati come spettacolo intelligente e non inutile come gran parte dei film.

A parte Ennio, che ha goduto di un Tornatore equilibrato e motivato, molte piattaforme hanno costruito su documentari, anche non nuovissimi, una logica di spettacolo.

E’ un buon segno, ma è soprattutto la dimostrazione che il pubblico non è un elemento ottuso e uniforme, ma talvolta si rivela ansioso di nuove conoscenze e di nuove offerte.

La parola nuove non è casuale: quello che le piattaforme chiedono è un documento filmato su personaggi attuali, strani, che creano curiosità e stimolano pulsioni emozionali, siano essi cantanti, politici, magistrati, artisti.

Il pubblico in definitiva si adegua alla società, che abbiamo imparato nell’ultimo anno essere liquida, ibrida, libera e confusa.

Di Michele Lo Foco.

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