Lega in piazza con i “Sì Tav” e pronta al referendum, Chiamparino incassa e gongola



«Se mai il governo cadrà, non cadrà sui migranti, ma sulla Tav…». Il vaticinio è interessato, viene da un senatore di lungo corso del Pd, da sempre pro-Tav e che mal sopporta le ‘madamine’ torinesi gli abbiano scippato la primazia, ma ha un suo fondamento. Infatti, mentre sui migranti come sul decreto Sicurezza e, come presto si vedrà, anche sulla legittima difesa, alla fine a prevalere è ‘sempre’ la linea Salvini e mentre i due attesissimi provvedimenti attuativi di reddito di cittadinanza e quota cento tardano ad arrivare alle Camere (“Fino al 17 gennaio ci hanno sequestrato, qui è inutile anche solo venirci”, dice sconsolato un deputato), sulla Tav la possibilità che la linea ‘anti-industrialista’ dei 5Stelle la spunti è alta, specie dopo le indiscrezioni sulla tanto attesa analisi costi-benefici dell’opera. E allora ecco che Salvini se ne inventa un’altra delle sue. La Lega andrà in piazza, sabato, a manifestare per la Tav con tutto il Pd, mezza Forza Italia, le regioni del Nord e pure le madamin.


La notizia ha, in sé, dell’incredibile. Per molto meno, per dire quando un ministro di Rifondazione scese in piazza contro il governo Prodi II, scoppiò una crisi di governo. Ma tant’è. Nella maggioranza gialloverde, che si fa ‘governo’ su un tema e ‘opposizione’ al suo interno su un altro, succede di questo e altro. E così, da un lato i 5Stelle segnano un punto perché trapela, da fonti di palazzo Chigi, che l’analisi tecnica è negativa, sui costi-benefici per la Tav Torino-Lione. La bocciatura sarebbe contenuta nella relazione consegnata dalla commissione al Governo, che però ancora la definisce una “bozza preliminare” e fonti dell’esecutivo, al termine del vertice notturno di Palazzo Chigi, precisano che nessuna decisione è ad oggi presa. Insomma, si prende ancora tempo. Ma i ministri leghisti, come scatenati e come un sol uomo, pressano per un ‘supplemento di riflessione’ perché il ‘no’ definitivo all’opera rischia rischia, tra le altre, di provocare la ‘ritorsione’ dei francesi su Fincantieri. Di Maio, peraltro, prova persino a mediare e, sul punto, dice: “Non ho letto la relazione, è uno studio preliminare che poi avrà un contraddittorio con le varie associazioni di categoria e del territorio e con i comitati pro e contro la Tav”, assicura.


Ma, parlando a Radio Rtl, e già di mattina presto, Salvini dice che “è meglio andare avanti, perché se c'è un’opera a metà è meglio finirla che lasciarla a metà”. Poi introduce un argomento che sembra salomonico ma che sa essere assai insidioso, un vero cappio al collo, per il M5S: “Ci sono milioni di italiani che hanno un’idea chiara, se chiedessero un referendum nessuno di noi vorrebbe e potrebbe fermare la richiesta”. Un referendum popolare che, di fatto, vedrebbe tutti i partiti, tranne M5S, pro-Tav e che il fronte dei pro ‘grandi opere’ vincerebbe. Ma alla Lega non basta ed ecco che arriva l’adesione alla manifestazione di sabato organizzata a Torino dalle madamin con l’aiuto del… Pd. “La Lega non ha mai avuto dubbi: la Tav va realizzata, perché è una risorsa preziosa per lo sviluppo strategico dell'economia piemontese e di tutto il paese” dice secco Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera. Il quale condisce la sua affermazione con due annunci: in caso di esito negativo dell’analisi costi-benefici il Carroccio è pronto a «sostenere un referendum consultivo” e, due, che la Lega è “pronta a sostenere con forza le ragioni dei Sì Tav, anche sabato prossimo, in piazza Castello a Torino».


I governatori del Nord, ovviamente, non stanno nella pelle. «Ribadisco che la Tav è un’opera che serve e che va fatta. Se per raggiungere questo obiettivo è necessario un referendum, faremo anche questo» afferma il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, leghista doc. Ma il più scatenato è, ovviamente, il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino: «Il governo non ha più alibi: i dati tecnici ci sono, li completi e decida», dice, aggiungendo che afferma «se dirà no alla Tav,chiederò al Consiglio regionale di indire con apposita legge un referendum consultivo al quale, se lo riterranno, potranno unirsi i colleghi di Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta, e Liguria, in modo da avere una grande giornata in cui tutto il Nord Italia si pronunci su un eventuale decisione di bloccare la Tav». Chiamasi, il suo, un goal a porta vuota perché, appunto, su un tale obiettivo i governatori, tutti di centrodestra, sono pronti alla guerra. E così, Chiamparino - che si ricandida, per conto del Pd, alle regionali che presto si terranno in Piemonte e che, dicono i maligni, potrebbe godere di una sorta di non expedit leghista che cederebbe il passo a un candidato di FI ‘debole’ per perdere la regione, e non per vincerla… - rafforza di molto la sua posizione e la sua centralità. E, non pago, rigira il coltello nella piaga: “è chiaro che, dal punto di vista politico, quella della Torino-Lione è l’ennesima crepa tra Lega e 5Stelle la cui soluzione andrebbe chiesta a Di Maio e Salvini o ad Appendino e Molinari. Comunque sia, questa incertezza fa danni all'Italia e al Piemonte”.


Infine, Chiamparino ammette che non sarebbe sorpreso se fossero confermate le indiscrezioni che danno per bocciata la Tav: «Non mi stupirebbe se l’analisi costi benefici fornisse un risultato negativo perché il professore Ponti e il suo gruppo non hanno mai fatto mistero delle loro convinzioni. A questo però bisogna aggiungere la valutazione sui costi del non fare che al momento non mi risulta sia stata fatta e in ogni caso c’è una parte di valutazione che è politica e riguarda i benefici. Quando vale in termini economici per i prossimi 50 anni spostare il traffico merci dalla strada alla ferrovia? Io a questo do un altissimo valore e quindi ritengo che la Tav si debba fare. I benefici sono di gran lunga superiori ai costi. La politica ha un ruolo sulle opere che sono strategiche perché cambiano lo scenario, non ne prendono solo atto. Questo l’obiettivo». Infine, ovviamente, alzano la voce anche le sette madamin alla vigilia della manifestazione Si Tav di sabato mattina in piazza Castello a Torino e a due mesi dalla mobilitazione che il 10 novembre ha portato in piazza 40 mila persone: «Noi rispettiamo le istituzioni e chiediamo che le istituzioni rispettino noi: chiediamo a Di Maio di ascoltarci, di darci attenzione e di deviare un po’ di spazio ai temi che riguardano l'’talia e non solo ai gilet gialli francesi». Ora, appunto, la patata bollente, più che sul tavolo del povero Toninelli – contrarissimo alla Tav, ma ormai afono in quanto di fatto ‘commissariato’ dal suo Movimento – è nelle mani di Di Maio. Può decidere di ‘tenere duro’, aprendo una crisi verticale con la Lega ben più grave di quella sui migranti, oppure può rimangiarsi la parola data ai ‘no-Tav’ della val di Susa in campagna elettorale e, come già successo sulla Tap in Puglia e sulle trivelle in mare, può continuare a perdere voti e credibilità nella base dei 5Stelle. Ma, qualsiasi cosa decida, il suo sarà di certo un insuccesso.


di Ettore Maria Colombo

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