Lidia Ravera: “Non credo alle promesse dei talebani. Sulle donne afghane pende un destino feroce”



Lidia Ravera, l’avvento al potere dei talebani è una terribile minaccia che pende sul corpo e sull’anima delle donne afghane, nonostante i portavoce del regime si sforzino di rassicurare il mondo...

Non credo alle loro parole concilianti. E’ una guerra vinta con l’ideologia e l’applicazione di questa ideologia aberrante può voler dire qualsiasi cosa e sfugge a qualsiasi controllo. Anche a quello di un Governo che probabilmente non vuole avere rogne eccessive e rappresaglie dagli occidentali. Per questo mostrano la faccia sorridente e promettono che non faranno del male a nessuno. Credo che queste rassicurazioni siano completamente ininfluenti rispetto alla forza dirompente dell’ideologia talebana. Le donne non sono, quindi al riparo. Nulla è più garantito per loro da ora in avanti. Si pencola dentro il senso di impotenza che sempre ti prende quando vorresti intervenire e non sai che fare. Vorresti combattere, ma non hai nessuno strumento in mano. L’unica cosa che ci si può augurare è che ci sia una sorta di sollevamento di tutti i governi democratici d’Occidente, che li minacci di un tale isolamento politico ed economico di cui sia per loro impossibile non tenere conto. Ripeto, però, che tutto può sfuggire a qualsiasi controllo. E’ una forma di cultura barbarica, che va al di là dei passi che può fare o non fare un Governo.

Le donne nello specifico che cosa possono fare? C’è qualcuno che sostiene che non fanno tutto il possibile…

Ho ricevuto appelli, richieste di firme. Tutte noi scrittrici, per iniziativa della Fondazione Pangea Onlus, daremo vita a un blog a pagamento, intitolato “Il bazar della scrittura – Lezioni d’autore per l’Afghanistan”, i cui ricavati sosterranno le loro iniziative per quella martoriata parte del mondo. Sono tutte le cose che si fanno sempre. Sono, più che altro, una maniera per cercare di soffrire di meno. L’empatia di genere è ovviamente molto forte. Molto più forte di qualsiasi tipo di empatia. Quello che viene fatto a una donna viene fatto a tutte noi. Ci sono diverse gradazioni di subalternità. Le donne afghane hanno quella massima. Facciamo, come ho detto, le stesse cose di sempre. E’ la routine dell’orrore. Uno le fa perché è sempre meglio che non far niente e perché raccogliere soldi ha sempre un senso. Del resto, che cosa di diverso si potrebbe fare? Partire, andare in Afghanistan, organizzare una milizia? Si sono fatti tanti guai…

I guai fatti dall’Occidente?

Ci si interroga sui tanti perché. Perché l’Occidente è intervenuto? Perché ci ha ripensato? Perché è tornato? Perché si è di nuovo ritirato? E’ spaventoso tutto quanto. La politica di questi anni, i soldi spesi dagli americani, dagli inglesi e anche dagli italiani in armi. Per armare. Se quei soldi fossero stati destinati a costruire infrastrutture, ora l’Afghanistan sarebbe un Paese forte e coeso. Esportare la democrazia sulla canna di un fucile si è già visto a che cosa porta.

Prevale in lei un senso di angoscia…

E che altro dovrebbe prevalere, secondo lei?

di Antonello Sette

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