Lo sceriffo rosso in D&G agli ex Pci: «Non sapete far funzionare manco l’aria condizionata»

Lo sceriffo rosso in D&G agli ex Pci: «Non sapete far funzionare manco l’aria condizionata»



Ripensandoci a quasi vent'anni di distanza, forse Stefania Craxi fu l'unica a incutere un po' di paura al coriaceo Marco Minniti. Ovvero, l' ex "Lothar" di Palazzo Chigi, che non ebbe neppure timore di rompere con il suo ex capo e maestro, uno del calibro di Massimo D'Alema. Tunisi, 21 gennaio 2000, funerali di Bettino Craxi. Minniti, sottosegretario plenipotenziario alla Presidenza del Consiglio, con D'Alema premier, ha il non facile compito di guidare anche la delegazione dei Ds. Prova a chiedere consiglio all'inviato del "Giorno", Marco Sassano, giornalista e scrittore socialista: "Vorrei andare da loro, a salutare personalmente i Craxi... Che dici?". Sassano lo gela con un sorriso un po' perfido: "Dipende da chi trovi, caro Marco...". Minniti non fece una piega e battè subito in ritirata. Con realistica intelligenza, l'"ambasciatore" di D'Alema, capì che non era proprio aria. Del resto, la famiglia Craxi aveva già immediatamente rifiutato la proposta di funerali di Stato in rispetto della volontà dello statista socialista ("Non tornerò in Italia né vivo né morto, ma solo da uomo libero") e aveva ammonito con Bobo, in un' intervista proprio a "L'Unità" così i Ds: "Vengano, ma stiano un passo indietro". Minniti quindi era già arrivato a Tunisi con un cuore ovviamente tutt'altro che leggero. Però resse bene la parte. Stette militarescamente (anche per dna famigliare) insieme con l'altro Ds Gavino Angius, capo dei senatori, il ministro degli Esteri Lamberto Dini, nelle ultime file di una chiesa gremita di socialisti, una folla che traboccava all'esterno. Anzi, Minniti a un certo punto abbracciò una militante del Psi che piangeva ed era rimasta in piedi. E le cedette il suo posto. All'esterno fu poi investito insieme con gli altri, come per un mini-contrappasso della storia, dal Raphael a Tunisi, da una pioggia piccolissima, al confronto dell'aggressione del 30 aprile del '93, di però pesanti "monetine", i dinari. Non fece neppure in quel caso una minima piega. E lasciò Tunisi forse ancora pensando alla ferita aperta dalla mancata unità a sinistra. Cortese, discreto, sorridente, ma un duro vero, non solo per aver avuto un padre generale dell'Aeronautica militare ma anche per esser cresciuto nell'ex Pci, quello che per lui era "la ditta", l'ex ministro dell'Interno, dal pugno di ferro versione "rossa" sull'immigrazione irregolare, ama notoriamente i completi Dolce&Gabbana. Ma non dà l'idea del radical chic, un mondo che appare distante dal suo. Forse, se diventerà lui il nuovo segretario del Pd, per paradosso anziché essere una risposta apparentemente vecchia, la sua leadership potrebbe essere l'unica da sinistra in grado almeno di iniziare a competere con una Lega al momento inarrestabile. Il "generale in rosso", che finora ha snobbato i social, a Botteghe Oscure nel suo ufficio da coordinatore della segreteria dei Ds, teneva i modellini degli aerei militari e si lamentava per un certo mal funzionamento d'estate dell'aria condizionata. Una cosa minimale, ma anche questa allora per lui uno scarso segno di modernità e progresso a sinistra. Minniti forse non è da catalogare semplicemente solo come un ex comunista.



di Paola Sacchi

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