Lo stato triste del Pd e del centrosinistra diviso tra chi vuole dialogare con M5S e chi no

Lo stato triste del Pd e del centrosinistra diviso tra chi vuole dialogare con M5S e chi no



“Almanacchi, vendo almanacchi nuovi!” diceva, in un famoso brano delle Operette morali, “Il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, il poeta Giacomo Leopardi. Che tipo di anno nuovo si prospetta per il Pd e, più in generale, per il centrosinistra, cioè per l’opposizione? Un anno decisamente difficile e, soprattutto, assai oscuro. Bastava guardare la rassegna stampa di oggi, 2 gennaio, anno domini 2019. Non una riga sul Pd, sul suo congresso e, più in generale, sul ‘futuro’ del centrosinistra. Solo la testimonianza dell’ex deputata dem – e filosofa – Michela Marzano che racconta, a Repubblica, che «il dissenso è democrazia. Nel Pd ero una ribelle, ma nessuno mi ha espulso». Ovviamente, a ‘tema’ ci sono i 5Stelle e la loro politica di espulsioni appena messa in atto al Senato.

Poi, sull’Huffington Post, ecco arrivare la staffilata rivolta proprio al Pd: il direttore, Lucia Annunziata, firma un post dal titolo inequivocabile: «Il Capodanno degli struzzi». Sottotitolo, ancora più inequivocabile: «L’attesa di un salvifico e imminente collasso del Governo. L’illusione che in fondo non sia successo nulla. A realtà di una manovra sbagliata che però costruisce consenso». Forse ingenerosa nel giudizio – peraltro esteso anche all’altra opposizione, Forza Italia – specie quando dice che «Lanci di volumetti, gilet azzurri, e inni alla Costituzione calpestata sono fuori tempo massimo», forse troppo severa nel dire che «Manifestazioni di maniera, indecisione, cautela nelle scelte. Non un alito di vita vera sale dalle sue fila: dalla sinistra non è arrivata in tutti questi mesi nessuna iniziativa che abbia avuto impatto sulla vicenda politica nazionale», la Annunziata coglie un punto politico molto importante: il Pd – ma anche FI e, più in generale, l’opposizione – balbetta.

Secondo il direttore dell’Huffington Post, il problema è che «La classe dirigente dell’opposizione è ferma perché vittima della grande illusione che in fondo non sia successo nulla. Pensa ancora di avere tutte le ragioni dalla sua parte, pensa che il governo, nato fragile, incompetente, diviso, sia già sulla strada della dissoluzione». Poi cita l’ex segretario Matteo Renzi, «voce di punta di queste convinzioni che, in una intervista alla Stampa ha fornito addirittura anche il calendario della conclusione del governo: ‘andrà in pezzi nei primi mesi dell’anno, prima delle elezioni europee’». Durissima, e impietosa, la conclusione dell’Annunziata: “Basta dunque aspettare, cari Democratici, e poi tutto tornerà a posto. Facile, consolatoria, è una previsione che scalda i cuori. La più bella delle molte favole che paralizzano la rinascita della sinistra”. Bene, anzi male.


Ma vediamo i fatti. L’opposizione fa quello che può, in Parlamento, dati i numeri esigui (111 deputati e 52 senatori, poco più di 150 parlamentari in tutto, FI molti di meno…), e fare ostruzionismo, come le opposizioni hanno fatto durante la legge di Bilancio, è l’ABC della democrazia. Le manifestazioni di piazza, specie quella del Pd (FI tende di manifestare, di solito, ‘al chiuso’, ma a gennaio Berlusconi ha promesso di lanciare i ‘gilet azzurri’ in tutte le città e le piazze italiane), sono state poco riuscite, è vero, come quella organizzata davanti a Montecitorio (50/100 persone), ma bisognerà vedere come andrà quella, già annunciata, del 12 gennaio. Poi, certo, due opposizioni prive di leader (il Pd affronterà, a marzo, un difficile e lancinante congresso per decidere chi lo guiderà, la successione a Berlusconi è un tema sempre attuale ma mai davvero affrontato, dentro FI) e, soprattutto, sempre in debito di ossigeno nei sondaggi (il Pd è quotato intorno al 17%, FI oscilla intorno al 10%: la somma, come si vede, non supera il 30% dell’elettorato…), sono, naturaliter, poco credibili e appaiono poco incisive. D’altro canto, invece, e nonostante una manovra economica che tutti gli osservatori ritengono “sbagliata” e che, di certo, non darà alcuno scossone all’economia e agli investimenti, il consenso complessivo alle forze di governo resta alto. E anche se l’M5S paga dazio per le sue scelte contraddittorie e persino la Lega (e Salvini) sembrano aver perso smalto, resta il punto. Come certificava un quotidiano mai tenero, nei confronti dell’esecutivo gialloverde, e cioè Repubblica, una ricerca dell’Istituto Demos, direttore il sociologo Ilvo Diamanti, pubblicata il 24 dicembre, indicava che «il motore della svolta è gialloverde” e “la fiducia nelle Istituzioni è alta» perché «M5S e Lega hanno trasformato, dicendo ‘lo Stato siamo noi’, la proverbiale sfiducia degli italiani nello Stato in ‘fiducia’. Verso il Parlamento e persino verso l’Unione europea». Così, gli “attori della sfiducia” (i due partiti della coalizione gialloverde) sono diventati “i motori della fiducia” degli italiani. Una novità assoluta. Sempre su Repubblica, lo scorso 19 dicembre, un'altra ricerca, questa volta dello studioso Piero Ignazi, commentando i dati di un sondaggio dell’SWG, spiegava che «i 5Stelle vengono visti dal 50% dei suoi elettori come un partito ‘di sinistra’ soprattutto perché “viene associato a temi sociali come il reddito di cittadinanza e non al ‘vaffa’: gli ex elettori del Pd si sono orientati in massa verso M5S».


Certo, persino l’Annunziata giudica questi dati come una lettura ‘emotiva’ e non ‘politica’ da parte dell’elettorato, ma tant’è. E far finta – anche solo il ‘far finta’, si badi bene – che la prima manovra economica del governo gialloverde sia, davvero (il che, appunto, non è…) una manovra ‘di rottura’ rispetto alle manovra economiche ‘del passato’ aiuta a radicare, nel Paese, una ‘narrazione’ alternativa dove la polemica è tutta giocata contro le presunte elites.

Paradossalmente, anche il recente ‘videomessaggio’ del duo Di Maio – Di Battista (trasmesso da una località sciistica, lo stile è quello delle peggiori imitazioni di Boldi e De Sica, ma tant’è: lo stile, se non ce l’ha, non se lo può mica dare), tutto incentrato – ancora?! Sì, ancora… - contro ‘la Casta’ e che mette nel mirino non aiuti ai lavoratori e ai pensionati, ma l’ennesimo ‘taglio’ alle pensioni e agli stipendi dei parlamentari, per non dire del videomessaggio di Salvini – che, alla faccia dei ‘buoni sentimenti’ profusi da Mattarella – continua a battere sempre e solo il tasto della ‘sicurezza’, non vengono percepiti – in questa fase, appunto, ‘emotiva’ – per quello che sono, e cioè “armi di distrazione di massa”, ma per quello che ‘non’ sono: la “punizione” (o rivincita) dei poveri e degli oppressi contro i privilegiati e i ‘ricchi’.

Insomma, l’importante è “fare giustizia” delle iniquità e dei privilegi (altrui), e poco importa che questo non si tramuti in “più soldi” ai lavoratori e ai pensionati, soldi che ‘non’ ci sono in questa manovra e ancor meno ci saranno in futuro. Del resto, come ha ricordato Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera, e come ricorda sempre l’Annunziata, «il declino globale delle elite sembra ormai irreversibile, data la loro natura chiusa, iper-omogenea, autoreferenziale».


Elite le cui caratteristiche sono l’anzianità, la scarsa presenza femminile, e la provenienza ideologica di centrosinistra (“caratterizzata da un perbenismo culturale di irritante quanto superficiale assennatezza”). Il risultato di questa combinazione – sostiene Galli Della Loggia - è “conformismo, carrierismo, ostilità a ogni cambiamento, riluttanza a prendere decisioni importanti e/o impopolari”. «E alzi la mano – è il sacrosanto controcanto di Lucia Annunziata - chi non riconosce in queste definizioni un ritratto perfetto di quanto questo paese sia fermo, e non solo sul piano degli investimenti interni». Quale la soluzione?

Per l’Annunziata è “uscire da ogni economicismo” e ‘mettere l’orecchio a terra’ – come direbbe Bersani – per ascoltare “la voce del Popolo”, di fatto assecondandolo. Così, però, si dà ragione – in pratica – a chi, nel Pd, come di fatto dicono di voler fare almeno due candidati su cinque al congresso del 4 marzo (Zingaretti e Boccia), vuole ‘aprire’ un dialogo con i 5Stelle per una ‘Nuova Alleanza’ (alle prossime elezioni politiche? Forse) o per dare vita a ‘un nuovo governo’, ovviamente su un nuovo asse Pd-M5S. Ma altri candidati, dentro il Pd, dal ticket Giachetti-Ascani allo stesso Martina, che pure quel dialogo tentò di aprirlo, durante la crisi di governo del 2018, poi stoppato da Renzi, non la pensano così. Di conseguenza, oltre che sugli eterni (e frusti, a dirla tutta) ‘equilibri di potere’ interni al Pd, sarà questa la partita ‘programmatica’ su cui verterà il congresso e che vedrà i diversi candidati dividersi lungo l’asse del ‘sì’ o del ‘no’ a un rapporto più stretto, anche se ‘sfidante’, verso i 5Stelle.


Al di là del fatto che saranno gli elettori delle primarie a dire chi, tra i vari candidati, ha ragione, un rapporto più ‘sfidante’, ma di fatto più ‘collaborativo’, verso i pentastellati, nel (vano?) tentativo di sganciarli dall’abbraccio (mortale?) con la Lega di Salvini, sarà ‘il’ tema del congresso del Pd. E, forse, il principale motivo – oltre, si capisce, a quello del desiderio di totale autonomia – che porterà Matteo Renzi, se tale linea dovesse prevalere, dentro il Pd, a lasciare per sempre il partito che ha scalato e da cui, subito dopo le elezioni, si è dimesso da segretario, per fargli affrontare le elezioni europee del 26 maggio (una tappa decisiva per le sorti di tutti i partiti politici attuali, non solo per le forze dell’opposizione) con un nuovo partito o, comunque, con una ‘nuova creatura’, cioè a viso aperto. Paradossalmente, da questo punto di vista, è Forza Italia ad avere meno ‘problemi’. Il partito azzurro è in difficoltà, nel radicamento e nei sondaggi, e sconta l’ormai consapevole divaricazione tra le alleanze a livello territoriale (tutte, rigorosamente, di centro-destra, quindi con la Lega dentro, anzi: con la Lega, di fatto, egemone) e il quadro nazionale (dove FI è all’opposizione del governo), ma la ‘linea’ che non solo Tajani e i capigruppo, ma lo stesso Berlusconi, hanno impresso al partito è, insieme, di revanche (sulla Lega) e di piena ostilità al governo in carica, puntando alla sua caduta per dar vita a un ‘nuovo’ governo (con la Lega e alcuni transfughi grillini) o, appunto, a nuove elezioni. Ecco, il quadro – confuso e contradditorio quanto si vuole – che esce esaminando lo stato attuale di (scarsa) salute delle opposizioni parlamentari al governo gialloverde in carica è che Forza Italia sembra essere ‘messa meglio’ del Pd. Il che, dati i tempi, è tutto dire e sarà anche ‘tutto da scrivere’.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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