Lorenzin (Civica Popolare): «Domani a Conte il mio sì consapevole. Perché è in gioco la democrazia»

Lorenzin (Civica Popolare): «Domani a Conte il mio sì consapevole. Perché è in gioco la democrazia»




Parla Beatrice Lorenzin (Civica Popolare): «Domani a Conte il mio sì consapevole. Perché è in gioco la democrazia» Parla Beatrice Lorenzin (Civica Popolare): «Domani a Conte il mio sì consapevole. Perché è in gioco la democrazia»


Sostiene Beatrice Lorenzin che «sì, certo, il trasformismo è una mala pianta dura da estirpare e anche la rapidità con cui Di Maio è passato da Salvini a Zingaretti ce lo dimostra». Sì, certo,«il populismo è ancora in grado di fare danni al paese». Di alcuni ministri poi, «se ne sarebbe fatto volentieri a meno». Sì, è vero e indiscutibile, sostiene ancora la Lorenzin, che «questo esecutivo che nasce è probabilmente sbilanciato a sinistra». Tutto vero, ma per la leader di Civica Popolare, il dato di fondo, quello che lunedì la porterà a dire sì al Conte bis, è un altro: «oggi si fronteggiano nel paese due visioni della politica e della libertà diametralmente opposte e inconciliabili: da una parte la democrazia liberale con i suoi istituti e le sue regole, i suoi contrappesi, dall’altra la democrazia illiberale teorizzata e praticata dal leader ungherese Orbàn». Quella pseudo-democrazia che si fonda sulla limitazione delle libertà civili e costituzionali, che fa affidamento sul contatto diretto tra il popolo e il leader, che si fa beffe della mediazione politica. «Abbiamo visto i prodomi di questa deriva autoritaria nei 14 mesi che abbiamo alle spalle, con un ministro che mentre ballava al Papeete, impugnava mitra, prometteva ruspe, baciava rosari, intanto tracciava le linee di una fuoriuscita dal sistema di garanzie che ci ha consegnato la Carta costituzionale nel 1948. Il rischio che abbiamo corso – e che ancora corriamo – è stato grande. Ci sono momenti nella vicenda politica di un paese in cui bisogna avere il coraggio di guardare avanti, di prendere una strada che oggi può anche apparire accidentata e complicata, ma che ci può riportare sulla strada maestra della democrazia italiana. Ecco perché il mio sì a Conte sarà più che convinto. Sarà un sì consapevole».


Onorevole, da una moderata come lei mi aspettavo un sì sofferto. Invece mi dice che sarà un sì consapevole. E’ una notizia.


«Sarà un sì consapevole, perché in tutto quello che sto vedendo e sentendo in queste settimane c’è una valutazione prettamente politica sulle prospettive del nostro paese. Ho sentito e sento distinguo, prese di distanza, atteggiamenti anche sdegnati rispetto al Conte bis. Posizioni legittime, ci mancherebbe, nessuno meglio di me sa cosa è un contrasto col Movimento cinque stelle. Sono stata attaccata su due tematiche fondamentali come la centralità della scienza e i vaccini. Incursioni violente che ho provato sulla mia pelle e non solo dal M5S ma anche, e forse ancor di più, dalla Lega, ma la politica non è fatta di rancori. La politica, una buona politica, getta il cuore oltre gli ostacoli, perché ha una motivazione più alta».


Dimenticare anni di insulti non sarà facile. E non tanto e non solo per i gruppi dirigenti del Pd, ma soprattutto per la base di quel partito, che infatti non appare molto entusiasta di questo nuovo governo.

«Capisco benissimo i sentimenti dei militanti del centrosinistra. Eppure quello che mi sento di dire è che con il voto di fiducia della Camere si sancirà una grande vittoria della politica e delle democrazie liberali. L’Italia torna in modo netto e deciso dentro un asse europeo e filo atlantico, dopo più di un anno di isolamento. Rischiavamo qualora si fosse andati a votare e Salvini avesse vinto - cosa altamente probabile ma non sicura - un governo sovranista e isolazionista che ci avrebbe portato fuori dall’Europa e, come ammesso dallo stesso Borghi, fuori dall’euro. Avremmo avuto un autunno pesantissimo con il paese in esercizio provvisorio la spada di Damocle dell’Iva e lo spread alle stelle. Cose che non sono argomento per chi gioca in Borsa e addetti ai lavori - ce li ricordiamo i lunari ragionamenti sui “numerini”? - ma toccano la carne viva dell’Italia, i bisogni delle persone, le loro prospettive di vita, le opportunità occupazionali per i nostri giovani».


E dopo un autunno pesante sarebbe arrivato l’inverno dello scontento in tutta Europa, i rischi di recessione e la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Ue, anche se oggi Boris Johnson appare sensibilmente ammaccato.


«Johnson, così come Salvini, sembra un avventuriero. Sono figli di una stessa cultura, di leaderismo autoritario che tanti problemi sta creando anche negli Stati Uniti. Come il primo non merita di guidare un paese dalle grandi e gloriose tradizioni democratiche, il secondo, che si candidava ad assumere i “pieni poteri” in Italia, è istituzionalmente parlando un analfabeta. Salvini non è mai stato un uomo di Stato, è semmai un uomo che ha occupato lo Stato. Non ha la più pallida idea di cosa significhi governare processi mondiali complessi, come ad esempio l’immigrazione. Si erano insomma verificate tutte le condizioni perfette per una tempesta perfetta che avrebbe trascinato l’Italia in un contesto senza margini. Oggi a poco più di un mese da quella pazza crisi aperta dal leader della Lega ci ritroviamo Conte presidente del consiglio con una maggioranza che non è più quella populisita e antieuropea. Mi dica lei se non bisogna salutare questa novità come un elemento positivo?».


Già, ma non teme che i Cinque stelle si siano parlamentarizzati per finta, una mano di vernice e via? Perché in così poco tempo non si cambia radicalmente opinione. Insomma, non è che è tutta una operazione trasformista per mantenersi al potere?


«Può essere. Non lo escludo affatto. Però il punto è un altro. Il Movimento che è nato come una forza antisistema è oggi inserito a pieno titolo nelle dinamiche parlamentari e questo non può essere che un bene. Anche i comunisti degli anni 50 attendevano l’ora X da Mosca per fare la rivoluzione. Ma intanto, aspettando Godot, hanno cominciato a praticare e ad apprezzare la tanto vituperata democrazia parlamentare. E quelli erano rivoluzionari di professione non la “gente comune” comune arruolata da Beppe Grillo! Quelli avevano Togliatti non Di Maio. Guardiamo i fatti. E i fatti ci dicono che non solo i Cinque Stelle hanno votato Ursula von der Leyen ma hanno deciso di condividere le responsabilità di governo con una forza oggettivamente democratica e riformista come il Pd».


Zingaretti dice: chiudiamo la stagione dell’odio.


Fa bene Zingaretti a porla come condizione necessaria alla svolta. L’odio è stato utilizzato nel modo più becero e drammatico nella storia recente - e non solo in quella, come ci insegnano i venti anni di fascismo - per dare un libero sfogo alle paure delle masse. La politica in questi 14 mesi ha abdicato al suo ruolo di guida ed è diventata un megafono dell’odio. Ora abbiamo necessità di voltare pagina e tornare a ricucire un paese slabbrato dal punto di vista sociale, economico e culturale. I Cinque stelle in questo contesto di governo hanno l’occasione storica di una trasformazione, ovvero passare dall’essere movimento che è stato essenzialmente di protesta, a movimento di governo».


Carlo Calenda, dopo l’accordo col M5S ha annunciato l’addio al Pd e la costruzione di una nuova forza politica. «La gente si ricorda molto bene che il M5S è nato per distruggere la democrazia rappresentativa. E poi conosco bene la classe dirigente grillina: sono incapaci e arroganti, non cambieranno mai». Parole dure e in parte condivisibili. Ma il punto è uscire dal Pd per fare cosa e per parlare a chi?


«Io voglio molto bene a Carlo e condivido molte delle sue riflessioni, ma questa volta non sono d’accordo con lui. Primum vivere deinde philosophari: il primo obiettivo di un partito che si chiama “Siamo europei” dovrebbe essere quello di non far vincere forze che sono portatrici della democrazia illiberale. Quelli sono i miei nemici numero uno. In questa fase storica i liberali si tappano il naso per qualcosa di superiore, che è mettere l’Italia e l’Europa al sicuro. Posso essere d’accordo con Calenda quando solleva il tema della scarsa competenza di alcuni ministri del Movimento Cinque stelle, ma…».


Ma chi ha più filo tessera di più, giusto?


«Diciamo che la vera partita la giocheranno in due: da una parte un Conte che sembra determinato ad emanciparsi definitivamente da Di Maio e dall’altra il Pd che ha la golden share sulle grandi questioni che attengono l’economia e i rapporti con l’Europa. E quindi, tornando a Calenda, quello che mi sento di dirgli è che è interesse di tutti che il Pd mantenga una salda radice riformista. Vedo invece possibile in questi anni la rinascita di una aggregazione liberale proprio per riattualizzare i grandi temi della libertà, essendo lo strato liberale sotto attacco in modo diretto in tutto il mondo occidentale».

A riaprire una partita che sembrava chiusa è stato Renzi. Come giudica le mosse dell’ex premier?


«Renzi è uscito molto bene da questa vicenda. Ha avuto una grossa intuizione e ha avuto la capacità di farla crescere nel suo partito; ora saranno centrali i temi portati avanti dal governo rispetto alla maggioranza parlamentare».

Nel centrodestra e nel campo moderato si dice che questo è il governo più a sinistra di sempre. Lei che dice?


«Che sia di sinistra non ci sono dubbi, però se guardiamo le figure chiave di questo governo targate Pd il giudizio si fa più articolato. Franceschini non lo si può certo accusare di essere un pericoloso comunista. Ha capacità di mediazione non banali. Le ricette economiche di Gualtieri non mi sembra che siano prese dal programma dei soviet di Pietrogrado, ma sono figlie di un forte riformismo. Certo, è un dato oggettivo per la presenza di Leu che il governo sia spostato a sinistra ma dobbiamo guardare alla sostanza delle cose e misurare e giudicare il nuovo governo dalle politiche che porta avanti. Se c’è il taglio del cuneo fiscale sono d’accordo. Se si pensa alla riduzione delle aliquote ci metto la firma. Se verrà implementato il finanziamento al fondo sanitario, su cui la ministra Grillo ha fallito, sarò supercontenta. Se ci saranno investimenti in istruzione e sanità il mio sì sarà convinto. Voterò la fiducia per tutti questi motivi, ma mi sentirò anche libera di approvare o meno e di volta in volta i singoli provvedimenti che si presenteranno nel corso della legislatura».


Lorenzin, detto tra noi, nel Pd ci sono politici che sono ben più moderati di lei. Se domani il governo Conte per rafforzare la sua base di consenso volgesse lo sguardo a Civica Popolare cosa direste?


«Se il governo fa bene e mette in campo una formula diversa, la maggioranza cresce e diventa alternativa politica alla destra/destra. Questa stagione potrebbe rappresentare dunque un laboratorio politico interessante. Noi dobbiamo mettere in campo una progettualità politica che ci permetta di offrire una risposta credibile per quell’elettorato moderato che è finito nelle mani della Lega perché non aveva un’altra opzione. Dipenderà dalla sensibilità politica della maggioranza e di Conte tenere conto delle istanza di cui siamo portatori. Ma al di là degli equilibri parlamentari possibili una cosa va detta chiaramente».


Prego.


«Il timore più grande che ho è che se alcune tematiche non vengono affrontate con intelligenza noi rischiamo che quello che abbiamo fatto uscire dalla porta, il sovranismo e il populsimo, rientri dalla finestra. Per dirla in altri termini rafforzare l’esecutivo nel parlamento va bene ma non basta, occorre fortificarlo nel paese; bisogna stare tra la gente, accettare il confronto e cercare di essere portatori dei tanti bisogni oggi negati. E’ l’unica strada per dare gambe robuste alla nostra democrazia. Come ho detto anche a Conte occorre mettere in campo una road map sulla crescita, investendo sul capitale umano e sul futuro».


Anche perché se il governo non regge e dura pochi mesi Salvini raccoglierà voti a mani basse. E il prossimo presidente della Repubblica se lo vota lui.


«Questa legislatura, tra le tante che ricordavo prima, ne deve fare altre due: primo – e lo dico senza nessuna remora - eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, altrimenti non avrebbe senso l’operazione fatta ora. La normalizzazione del sistema deve essere un compito di questo parlamento. Di questo, perché sennò il rischio è la normalizzazione illiberale e autoritaria. E poi deve riuscire a tenere botta alla crisi economica – di cui la recessione in Germania e l’elemento che più ci deve preoccupare – senza comprimere ma anzi accelerando sugli investimenti. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di una fase espansiva e del rilancio del welfare. Parlo della sanità che è l’ambito che conosco meglio: il servizio sanitario nazionale è un patrimonio da sviluppare e da tutelare. Come? Con nuovo modelli gestionali, scommettendo sulla ricerca».



La Lega accusa il Conte bis di essere asservito all’Europa, anzi di più, afferma che questo governo è stato fatto in Europa e contro gli interessi degli italiani. Conclusione, saremmo davanti a dei golpisti e poltronari che negano il voto ai cittadini e non si rassegnano ad andare a casa.


« Da un ammiratore, nemmeno tanto disinteressato (a quanto pare) di Putin quale Salvini è, non si accettano lezioni. Ha ragione Sergio Fabbrini quando, oggi sul Sole 24 Ore definisce le visioni sovraniste “primitive” e ricorda che l’Europa e l’Eurozona non sono degli estranei, ma sono costituite anche da noi. Faccio notare poi che i paesi rigoristi del Vecchio Continente non vedono con troppo favore la nomina di Gentiloni come commissario Ue. Che voglio dire con ciò? Che l’Italia non si presenta a Bruxelles con il cappello in mano, come vuol far credere la destra sovranista, ma che torna ad essere elemento centrale della dialettica interna alla Ue con l’obiettivo di far imboccare alla costruzione europea una strada nuova. E se c’è un politico capace di perseguire questo obiettivo e di negoziare la trasformazione dell’Ue, di introdurre il tema di una maggiore flessibilità nei parametri europei quello è proprio Paolo Gentiloni. Si è completamente ribaltato lo scenario politico e tutti quelli che, me compresa, hanno avvertito con preoccupazione le pressioni fortissime miranti a disgregare la costruzione immaginata tanti anni fa da Adenauer, Spinelli, Schuman e De Gasperi, oggi possono tirare un respiro di sollievo».


Per disarmare davvero il sovranismo occorre convincere gli italiani che l’Europa è madre e non matrigna. Facile a dirsi meno facile a farsi.


«Ha ragione. E la grande sfida della nuova Commissione europea sarò esattamente quella di mettere in campo quelle riforme che i cittadini aspettano ormai da troppo tempo. Per tornare a vivere nella società il sogno europeista deve declinarsi nell’Europa sociale, del lavoro, del welfare, dell’integrazione e della solidarietà. Deve parlare di investimenti, di industria 4.0, mettere in campo misure anticicliche. E deve, ancora, cambiare passo sull’immigrazione. Le parole del leader turco Erdogan all’Europa, “aiutateci o manderemo i rifugiati siriani in Europa” suonano né più né meno che come una minaccia nei confronti di Unione. Parliamo di 3,5 milioni di rifugiati che attualmente si trovano sul territorio turco. Altro che il blocco illegittimo delle navi delle Ong di cui si gloriava tronfio Salvini! Per affrontare la questione dei migranti, per affrontarla davvero, servono ben altro che i toni da ducetto, occorre mettersi attorno al tavolo con i partner europei e trovare soluzioni condivise».


Onorevole, lei non ha mai nominato Forza Italia. Considera il partito di Berlusconi ormai finito e ininfluente?


«Ognuno e padrone a casa sua. E Berlusconi di Forza Italia è padre e padrone. Però avendo militato per anni in quel partito e con ruoli importanti, ritengo che l’errore più grande commesso è stato quello di non rompere l’alleanza con la Lega prima delle elezioni europee. Perché un partito che è nato per fare la rivoluzione liberale non ha nulla da spartire con un partito, il Carroccio salvinizzato, che si fonda sulla democrazia illiberale. Il punto non era portare Salvini nel Ppe ma cacciarlo dall’Italia. E invece sento che ancora sperano di fare la coalizione di centrodestra. Una coazione a ripetere che non promette nulla di buono. Quella di Salvini su Forza Italia è un’opa con un messaggio semplice che viene giustificato dallo stesso Berlusconi: se lungo il discrimine liberalismo/antiliberalismo non erigi un muro invalicabile, se non hai la forza di dire, per esempio, che la legge del governatore del Friuli sui migranti non solo è incostituzionale ma inumana, ti sei già consegnato alla sconfitta».


Un’ultima domanda. Pochi giorni fa la ministra del Pd, Teresa Bellanova è stata insultata sui social per l’abito che indossava, per il suo fisico, per la sua storia di bracciante e il suo titolo di studio. Il tutto condito da un approccio sessista.


«Questo episodio fa parte della cultura dell’odio che oggi ha trovato lo sfogo nei social ma che c’era anche prima. Teresa Bellanova, a cui va tutta la mia solidarietà, è stata aggredita con violenza perché aveva un vestito che a qualcuno non piaceva. E’ stata aggredita ed offesa perché è una donna. A nessuno viene in mente di deridere Salvini per le sue rotondità o per come si veste o per quello che mangia. Invece la donna deve rispondere ad un cliché insopportabile sul suo aspetto fisico, sulle sue “grazie”. Ricordo che per un periodo ho portato l’apparecchio ortodontico; ebbene non ha idea di quante cattiverie mi hanno vomitato addosso sui social. Io me ne sono fregata e anzi ho cercato di affermare la mia normalità come donna sempre e comunque, rifiutandomi di diventare un “selfie”. Ma, per il mio ruolo, sono una “privilegiata”. Quante ragazze e quante donne oggettivamente più indifese di me vengono fatte oggetto di insulti volgari? Quante sono trattate come articoli da acquistare? C’è nel paese un sessismo diffuso che è alimentato anche da una certa inconsapevolezza delle donne che non riconoscono più l’insidia di certi schemi che finiscono per rigettarci tutte indietro di 50 anni».


Giampiero Cazzato

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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