Manovra, l’accordo tra Salvini e Di Maio a colpi di rinunce

Manovra, l’accordo tra Salvini e Di Maio a colpi di rinunce



Una notte da lunghi coltelli in cui non ci sono vincitori ma solo vinti. Di Maio e Salvini si sono incrociati in un braccio di ferro estenuante per tirare una coperta troppo corta tagliata dai diktat di Bruxelles, con il ministro dell’Economia Tria nel difficile ruolo del mediatore. La tensione è arrivata ai massimi quando sul tavolo sono state messe le diverse ipotesi per sottrarre 4,5 miliardi dalle due misure pilastro del programma di governo, la riforma della legge Fornero con quota 100 e il reddito di cittadinanza. Il premier Giuseppe Conte che con la Commissione europea ci ha messo la faccia assicurando che si sarebbe trovata la quadratura del cerchio, di fronte all’immobilismo dei vicepremier avrebbe minacciato le dimissioni, subito rientrate e smentite da Palazzo Chigi. La paura era di arrivare al mattino, all’apertura dei mercati con una situazione peggiore di quella di partenza e causare il solito bagno di sangue sui titoli del debito pubblico. L’altalena dello spread è già costato molto per permettersi altri scivoloni. Così ecco le rassicurazioni lasciate filtrare dalla presidenza del Consiglio che l’accordo è stato trovato.


All'una di notte Salvini twitta: «Raggiunto accordo». Con tanto di foto che immortala una pizza e una birra. Ora i tempi si possono accorciare per evitare l’esercizio provvisorio, altra situazione destabilizzante. Di qui l’annullamento di tutte le sedute odierne della Commissione Bilancio del Senato che avrebbe dovuto iniziare a votare gli emendamenti alla manovra. Il provvedimento è atteso in Aula domani. Sarà probabilmente questa la sede per apportare le modifiche concordate ieri sera a Palazzo Chigi. Il governo si prende quindi un altro giorno di tempo per appianare le divergenze dentro la coalizione e limare i provvedimenti. L’obiettivo è di sfornare le due misure simbolo della legislatura gialloverde, quota 100 e reddito di cittadinanza, senza modifiche tali da far urlare, al popolo grillino e leghista, al tradimento. L’intesa tra Salvini e Di Maio si misura sulla base dei passi indietro che i due sono costretti a fare. È un sottile gioco di equilibri, basato sulla misurazione di quanta è larga la platea da scontentare, sulla conta di quanto pesa in termini di consensi dare ad alcuni e togliere ad altri.


Alla fine il leader della Lega ottiene l’archiviazione dell’ecotassa, cara ai grillini, che avrebbe colpito il popolo delle utilitarie, limitando l’imposta alle auto extra lusso, ma deve cedere sulle pensioni d’oro consegnando ai 5Stelle il taglio del 40% degli assegni previdenziali più alti. Per centrare l’obiettivo del deficit al 2,04%, il reddito di cittadinanza avrà 2 miliardi in meno e la stessa cifra sarà sottratta a quota 100 che dagli iniziali 6,7 miliardi per il prossimo anno scenderà a 4,7 miliardi. Il reddito di cittadinanza non arriverà a tutti coloro che rientrano nella platea degli aventi diritto. Prendendo come riferimento il reddito di inclusione si stima una richiesta non superiore al 90 per cento. Se poi si aggiunge che il sostegno partirà a fine marzo, si arriva a 6,1 miliardi, a cui va sommato un miliardo per i centri per l'impiego. Ma a Bruxelles questo non basta e Juncker ha detto a chiare lettere a Conte che va rispettato il calo del deficit strutturale. Il che vuol dire 3 miliardi di coperture. Palazzo Chigi ha fatto intendere che sono stati trovati nelle pieghe del bilancio, una frase che ricorda molto gli escamotage della finanza allegra della Prima Repubblica quando non si sapeva quale risposta dare. Infatti Di Maio e Salvini non hanno fornito spiegazioni e si sono ben guardati dall’entrare nel dettaglio. I toni sono lontani dalla trionfalistica ostentazione dei muscoli all’indirizzo di Bruxelles. Per fine anno il governo ha poco da festeggiare.


di Laura Della Pasqua

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