Mariastella Giorlandino (Artemisia Lab): “Pandemia gestita malissimo e comparto sanità abbandonato”


STEFANO BINI PER IL GIORNALE D'ITALIA

Mariastella Giorlandino, classe 1957, si laurea in architettura a pieni voti neanche a 22 anni. Fa l’architetto, si occupa di ristrutturazioni, e poi a 25 anni entra a far parte della società Artemisia occupandosi di organizzazione, amministrazione e segreteria; in breve tempo, scala i vertici societari sino ad arrivare all’acquisizione della stessa. La laurea in architettura, le ha fornito una visione eclettica dell’insieme strutturale, di selezione di qualità, ed è stata sicuramente utile per la crescita dell’impresa a livello nazionale, perché le ha consentito di creare un marchio unico che da più di 20 anni è contraddistinto non soltanto dall’arredamento dei centri, unico e non replicabile, ma anche da percorsi clinici di qualità. Negli ultimi dieci anni, la Artemisia Lab è cresciuta, da 5 Centri ora conta 23 Centri, capillarmente distribuiti su Roma e Provincia, acquisiti in autofinanziamento. Com’è stato affrontato il covid in Italia in confronto agli altri paesi? «Dall’esperienza maturata con la gestione in prima linea di 23 Centri della Rete Artemisia Lab, nonché come responsabile della sezione laboratori di analisi e specialistica della Associazione Confapi Sanità, non posso far altro che constatare la totale assenza di programmazione nella gestione della pandemia, in particolar modo a livello regionale. Sul punto, il macroscopico errore commesso dal Ministro Gelmini è stato quello di lasciare ogni decisione all’autonomia regionale, senza fornire direttive univoche a livello statale centrale. Ogni regione, quindi, ha proceduto autonomamente, applicando procedure diverse e attivando diversi percorsi clinici, senza prevedere la gestione dei malati a livello domiciliare e senza fornire le adeguate cure e assistenza. È paradossale pensare che in un momento in cui la medicina arriva ad intervenire addirittura sui nascituri, si parlasse di “vigile attesa”, sapendo che si trattava di una malattia che da stato influenzale poteva trasformarsi in malattia immunitaria. Alcune regioni, quindi, hanno iniziato eseguendo test sierologici, mentre in altre regioni erano ancora vietati, altre regioni ancora hanno iniziato con i tamponi antigenici rapidi, senza considerare che questi offrono una risposta attendibile solo all’8° o 9° giorno dal presunto contagio, al contrario dei tamponi molecolari, che danno una risposta già dal 5° giorno, comportando così la circolazione di soggetti già potenzialmente contagiosi. E quel che fa più rabbia è che tali considerazioni non nascono dalle conoscenze acquisite successivamente, ma si sapevano fin dall’inizio. La decisione di chiudere e bloccare tutto, a mio avviso, è stata una scelta di chi ci governava, presa senza considerare che avrebbe creato uno stato di panico collettivo che avrebbe bloccato – così come poi è stato - tutti i Pronto Soccorso, causando non soltanto un disastro medico e mediatico, ma altresì un enorme arretrato diagnostico che ha comportato un aumento di decessi a livello nazionale da circa 500 ad oltre 3000 al giorno per mancate diagnosi. Non posso tacere il fatto che i giornali ci parlano giornalmente dei 60 decessi al giorno per Covid, ma non precisano che molti di questi sono soggetti già con patologie tumorali o altre patologie aggravatesi per mancate diagnosi, che sono deceduti con il Covid e non a causa del Covid, ma che non si sarebbero salvati neanche con una normale influenza. Per tali ragioni, come associazione abbiamo presentato interlocuzioni, programmi e progetti per dare un sostegno alla popolazione disorientata e far fronte alla crisi diagnostica nazionale, che sta divenendo irrecuperabile. In tale contesto, è mancata la corretta informazione alla popolazione, di contro abbiamo assistito al proliferare di figure che si alternavano in televisione solo per la gestione dei propri personaggi ma non per il bene sociale. In conclusione, in Italia il Covid è stato affrontato creando confusione a livello clinico-medico, a livello organizzativo all’interno delle strutture ospedaliere, facendo solo demagogia e non dando la corretta informazione a livello economico dei rapporti tra sanità pubblica e privata. Nessuno dice che la sanita’ privata assiste il 33% della popolazione incidendo sulla spesa sanitaria pubblica solo per l’8%, al contrario della spesa sanitaria pubblica che incide per il 75%. Cosa si può dire? Che chi gestisce la sanità a livello amministrativo dovrebbe ascoltare chi realmente e quotidianamente gestisce l’ambito sanitario anche sotto l’aspetto economico con equilibrio, come le strutture sanitarie private. Faccio un esempio concreto: in una struttura privata come le mie, il costo complessivo di una mammografia, comprensivo di risposta diagnostica immediata, referto del medico, utilizzo di apparecchiatura di ultimissima generazione costa € 110,00, mentre nelle strutture pubbliche costa € 79,00 di ticket oltre agli ulteriori oneri che incidono su noi italiani per un importo complessivo di circa € 450,00.» E il post covid? «Già da qualche mese siamo entrati nel periodo post covid, ma ancora non viene affrontato nel modo corretto, per favorire una ripresa psicologica e immediata di cui ci sarebbe bisogno. Ad esempio, sarebbe opportuno informare la popolazione, soprattutto chi non è stato curato con particolari terapie, della necessità di procedere con la riabilitazione polmonare per riacquisire la corretta capacità respiratoria. A mio parere, si vuole continuare a mantenere un aspetto mediatico del Covid per scelta politica, per nascondere i macroscopici errori fatti. Ad oggi, infatti, nonostante tutto, sembra che la pandemia non abbia insegnato nulla, anzi sembra proprio che non si voglia prendere coscienza né consapevolezza degli errori commessi. Non si parla assolutamente dell’enorme arretrato diagnostico e non si prendono provvedimenti urgenti per l’abbattimento delle liste di attesa, trascurando completamente un problema che invece richiede un intervento immediato. L’aspetto demagogico e ideologico impedisce che progetti innovativi siano acquisiti dagli ospedali pubblici per abbattere le liste di attesa, non si considera che una collaborazione e una sinergia tra sanità pubblica e privata oggi può essere risolutiva per le problematiche emerse, perseverando così nella cattiva gestione medica a cui abbiamo assistito durante il Covid.» Indichi alcuni errori che sono stati fatti e cos’è mancato nella progettualità. «Come più volte detto e ripetuto, l’errore più grande è stato l’iniziale silenzio sulla pandemia. Già da dicembre 2020 si sapeva perfettamente che girava il virus ma il Ministero della Salute taceva al riguardo. Ricordo che io stessa, alla luce delle informazioni ricevute da persone residenti in Cina, ho chiesto informazioni al Ministero della Salute, che mi ha schernito e ridicolizzato dicendomi che si trattava di Fake news. Eppure, ricordo che già dal mese di dicembre Grillo si presentava agli incontri con la mascherina. Un altro errore macroscopico – come detto – è stata la mancanza di direttive unitarie a livello nazionale, lasciando all’autonomia regionale la decisione sul percorso diagnostico da seguire, quindi alcune regioni eseguivano i test sierologici, altre i tamponi antigenici qualitativi o quantitativi, altre ancora i tamponi molecolari, ognuna con modalità e tempistiche diverse. Ma soprattutto, il danno più grave che ho riscontrato attraverso il lavoro svolto sui giovani con la mia Fondazione Artemisia è stato il terrorismo mediatico e la non corretta informazione fornita alla popolazione, che ha generato danni psicologici talvolta irreversibili, soprattutto sui ragazzi, che sarebbero potuti essere evitati con l’assistenza domiciliare e le corrette terapie sin da subito.» Dal covid alla guerra in Ucraina, con la conseguenza del caro bollette. Ma è davvero tutta colpa della guerra? «Questa domanda è davvero molto interessante poiché - al contrario di quello che dicono i nostri partiti – occorre considerare che il costo normale della vita è aumentato non già per l’aumento del costo del gas, ma per una decisione presa dall’Europa, per cui il surplus economico acquisito dalle aziende fornitrici dovrebbe essere immediatamente restituito agli italiani. Occorre maturità e preparazione da parte dei nostri governanti, progetti concreti in ambito sanitario, al contrario assistiamo ad una campagna elettorale che al momento si sta trasformando in un circo mediatico a chi ne dice una più degli altri, senza progetti reali e concreti sulla salute.» Lei è anche responsabile della sezione laboratori di analisi e specialistica dell’Associazione Confapi, ci spighi cosa è e cosa fa. «Sono stata ben felice di accettare la nomina a livello nazionale dell’Associazione Confapi, che agisce a tutela dei laboratori e dei poliambulatori su tutto il territorio nazionale. L’associazione cura meticolosamente i rapporti con il Ministero della Salute e con le varie regioni a tutela degli associati, costituiti da strutture sanitarie private come le mie. Le strutture private accreditate o private autorizzate sono sottoposte a periodici controlli, talvolta anche più stringenti di quelli per le strutture pubbliche, per ottenere l’autorizzazione all’esercizio. Tali stringenti procedure sono previste a tutela della popolazione ed è corretto, perché se si parla di salute si parla di futuro e tutela dei cittadini. Purtroppo però, nonostante tutto, stando sul territorio e facendo una medicina di eccellenza a tutela della salute della popolazione – lo ripeto – ideologia e demagogia non fanno emergere bene tali servizi.» In questo momento, quanto sto soffrendo il comparto sanità? «In questo momento il comparto sanità è completamente abbandonato, non c’è alcun programma e non si intravedono sblocchi per l’abbattimento delle liste di attesa. Come ho detto prima, nelle mie strutture stiamo riscontrando un aumento di pazienti che arrivano con patologie ormai irreversibili, il maggior numero di esse sono donne con patologie senologiche, uomini con malattie cardiovascolari e soprattutto gli anziani che non hanno più effettuato controlli preventivi o analisi. Altre patologie in aumento sono le malattie epidermiche e soprattutto i melanomi. Purtroppo, il reparto sanità è completamente azzerato, constato solo spot pubblicitari per autoaccreditarsi e niente altro.» La sua azienda Artemisia Lab, come si sta difendendo da tutto questo? «Nella mia azienda ho creato una squadra composta soprattutto da donne che credono e sono innamorate del proprio lavoro, ci stiamo difendendo con qualità, servizio, innovazione, disponibilità per i cittadini, tanto da essere stata l’unica rete aperta per tutto il mese di agosto con orario continuato, compresi giorni festivi. Sicuramente un impegno economico gravoso ma che rende onore alla medicina. Chi fa medicina non vende abiti ma deve vende certezze, assistenza e presenza.» Ha un messaggio da mandare a tutte quelle aziende che sono sull’orlo della crisi finanziaria? «Per concludere, sento il dovere di mandare un messaggio a noi italiani, popolo di conquistatori, di creatori, sopraffatti e non considerati. Non capisco come i nostri governanti non si accorgano che l’Italia è tenuta in piedi dalle piccole e medie imprese, che con il loro contribuito economico finanziano e pagano anche le attività pubbliche, quindi dobbiamo far emergere ancora di più la nostra voce, perché non si può continuare a pensare solo al debito pubblico, ma dobbiamo far comprendere che dobbiamo essere tutelati tutti, facendo sentire la nostra voce e non abbattendoci. Per questo motivo, invito tutte le imprese a coordinarsi e fare qualcosa tutti insieme, anche a livello nazionale, attraverso l’Associazione Confapi, per far sentire che noi ci siamo, non vogliamo né morire né mandare i nostri figli all’estero, perché la nostra dignità va rispettata.»

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