Mattarella “è preoccupato” ma stavolta più del solito, la trattativa con la Ue rischia di saltare

Mattarella “è preoccupato” ma stavolta più del solito, la trattativa con la Ue rischia di saltare



Sergio Mattarella “è preoccupato”. La definizione, ormai, è entrata nell’uso di tutti i retroscenisti di Palazzo, quindi non dovrebbe più fare nemmeno ‘notizia’. Il guaio è che il Capo dello Stato è preoccupato per davvero e più del solito. Domani, riceverà il premier, Giuseppe Conte, forse accompagnato dal ministro all’Economia, Giovanni Tria, poco prima dell’incontro che lo stesso premier avrà con Juncker, capo della commissione Ue, a Bruxelles, in questo caso senz’ombra di dubbio accompagnato dal ministro Tria. Il problema è che la ‘quadra’, nella trattativa tra l’Italia e l’Unione europea, sulla manovra economica, non si trova. La Ue offre uno scostamento dal deficit pari all’1,9-2,0%, al massimo, il governo italiano si è trincerato dietro la linea Maginot del 2,2%, come massima concessione, dal 2,4% previsto nella Legge di Stabilità già votata alla Camera e che, dunque, nel passaggio al Senato, dovrebbe cambiare, necessitando, a quel punto, di una terza lettura alla Camera che arriverebbe in limine mortis, cioè poco prima di Natale, perché il 31 dicembre scatterebbe l’esercizio provvisorio.


Ecco, questa sì, una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a tutti, a partire dall’inquilino del Colle. Mattarella ha usato tutto quella che poteva, cioè la famosa moral suasion, per cercare di riportare i vicepremier, Salvini e Di Maio, a più miti consigli, ma non sta riuscendo nella (titanica) impresa. La trattativa con la Ue potrebbe sfumare e rompersi, anche se per un pugno di punti decimali. Cosa farebbe, a quel punto, Mattarella? Una traccia dei suoi possibili interventi è riscontrabile in molte delle parole già dette in questi, torridi, nonostante la temperatura, mesi. Sia quelle private che quelle pubbliche. In modo informale, Mattarella ha spiegato ai suoi principali interlocutori politici, cioè Conte, Salvini e Di Maio, ma anche Tria, il solo che, di fatto, ne ascolta i consigli, che “chiudere bene” la partita con la Ue è un fatto di “interesse nazionale”. Li ha avvertiti che se il governo non si terrà sotto la linea di galleggiamento ritenuta ‘accettabile’ dai mercati (lo spread) e dalla Ue, il ‘conto’ lo pagheranno i cittadini italiani, che vedranno intaccati i loro risparmi. E, per Mattarella, la ‘linea di galleggiamento’ non può essere, ovviamente, il 2,4% nel rapporto deficit/Pil fissato dalla manovra, ma neppure al 2,2% che è l’ultima linea fissata dal governo. L’esortazione, dunque, è stata quella di ‘trattare, trattare, trattare’ con la Commissione europea e fino allo spasimo. Dopo aver fatto e recapitato tali raccomandazioni, però, il Capo dello Stato ha ‘smesso’ di intervenire con pressioni – che, ad alcuni appaiono persino ‘indebite’ ma sono iscritte, invece, nel pieno dei suoi poteri presidenziali - perché, come recita un vecchio adagio dei quirinalisti, “quando il Parlamento parla, il Colle tace”.


Anche sul progressivo, e sempre più imbarazzante, isolamento del ministro Tria, che ‘minaccia’, e poi smentisce, le sue dimissioni, il Colle ha preferito non dire nulla, applicando la nota tattica del wait and see. Il pressing (brutale) dell’M5S, più che della Lega, su Tria preoccupa, ovviamente, il Colle, ma fino a quando il ministro non si dimetterà per davvero (cioè, forse, a gennaio, una volta chiusa in Parlamento la manovra), Mattarella non profferirà parola. Ma la tattica del ‘rinvio’ delle due misure cardine che Salvini e Di Maio vogliono, quota cento per le pensioni e il reddito di cittadinanza, non appaiono, agli occhi del Colle, il viatico migliore per trattare e ottenere, dalla Ue, di evitare l’apertura di una procedura di infrazione verso l’Italia che, anche se dovesse arrivare, materialmente, a metà gennaio, peserebbe come un macigno sulla già debole crescita economica del Paese. Poi ci sono le prese di posizione pubbliche quelle che indicano quanto sia lontana, sideralmente, la visione del mondo di Mattarella da quella dei Dioscuri oggi a guida del governo. Mattarella, parlando per celebrare i 50 anni della comunità “Papa Giovanni XXIII” fondata da don Oreste Benzi, ha invitato i cittadini a non avere paura a dimostrare “i buoni sentimenti” perché “questi ci aiutano a migliorarci” mentre il “dominante cinismo è triste e gretto”. Parole pronunciate – forse per caso – nello stesso momento in cui il Censis faceva la sua ‘fotografia’ dell’Italia, definendola un Paese “incattivito e deluso”, preda del “sovranismo psicologico”. Mattarella, prendendo a prestito papa Francesco, ha detto che “nella società non possono esserci scarti, ma solo cittadini di identico rango e di uguale importanza sociale”. Parole, quelle di papa Francesco come di Mattarella, che la dicono lunga su come la pensi, il Capo dello Stato, su tutte quelle leggi che, invece, l’odio sociale e ‘l’incattivimento’ lo fomentano e lo alimentano. Del resto, spiega Mattarella, “una diversa visione metterebbe in discussione i fondamenti stessi della nostra Repubblica”. Parole che sembrano pietre. In più, Mattarella ha ricordato che il “diritto al dissenso”, ovviamente non violento, va “assolutamente garantito”.


Una sottolineatura che fa il paio con gli interventi del Colle a difesa della libertà di stampa e del pluralismo dei media, parole che, invece, in questo caso, avevano nel mirino non la Lega, ma i tentativi dei 5Stelle di mettere la mordacchia ai giornali e alle tv, azzerandone il finanziamento pubblico. Insomma, il Colle ‘vigila’ su tutti i diritti costituzionali, ed è meglio che tutti i diversi attori politici se lo ricordino. Così pure colpiscono i dieci minuti di applausi scroscianti che hanno omaggiato la figura del Presidente ‘mite’ quando questi si è presentato alla prima della Scala, il 7 dicembre. Mattarella non pensa, certo, come ha rivelato Berlusconi durante il suo comizio dell’8 dicembre, a ‘ribaltoni’ parlamentari, ove questo governo fallisse nei suoi compiti, e il Quirinale ha smentito seccamente la rivelazione del Cavaliere e del suo colloquio avuto, tempo fa, al Colle, ma di certo farebbe di tutto prima di rispedire il Paese al voto. Cercherebbe, cioè, di far nascere, come già accaduto durante l’infinita crisi di governo del marzo-maggio scorso, una maggioranza parlamentare ‘diversa’ da quella attuale, se i numeri in Parlamento si trovassero. In caso contrario, non resterebbe, appunto, che la corsa a precipizio alle urne. ‘Prima’, però, Mattarella farà di tutto per evitare che ciò accada, come farà di tutto per instaurare un filo di dialogo tra il governo ‘sovranista’, come rivendica con orgoglio pure il premier Conte, e la commissione Ue sulla manovra. Da questo punto di vista, meglio tenere d’occhio due eventi in cui il presidente della Repubblica tocca temi politici: il discorso al Corpo diplomatico, che terrà il 17 dicembre, e quello alle Alte cariche dello Stato, previsto il 19 dicembre. Lì, il Capo dello Stato dirà la sua, e potrebbero essere parole nient’affatto tenere, soprattutto se la trattativa con la Ue fallirà, il che si saprà entro il 19 dicembre, quando la commissione deciderà se aprire o meno la procedura di infrazione contro l’Italia. Peraltro, se ciò dovesse avvenire, il discorso agli italiani di Capodanno del Capo dello Stato potrebbe essere assai poco ‘tradizionale’ e molto ‘politico’.


di Ettore Maria Colombo

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