Nella fabbrica di Andy Warhol. Al Vittoriano i pezzi del "Vate della Pop Art"

Nella fabbrica di Andy Warhol. Al Vittoriano i pezzi del "Vate della Pop Art"


Andy Warhol

Non prediligo la Pop Art, tuttavia il mio rapporto con l'arte prescinde dal gusto personale, canoni estetici, stati psicologici che si rivelano sempre parziali e temporanei. Considero l'arte una manifestazione del pensiero e di un'epoca, quindi la osservo come fenomeno sociale e culturale.

Bisogna oltrepassare il fatto isolato e “com-prendere” (dal latino cogliere con uno sguardo

d'insieme) il senso nel suo contesto, in nome di una obiettività che superi il soggettivo “mi piace oppure no”.

Di fronte alle “Brillo Box” di Warhol, il filosofo Arthur Danto spiegò che un'opera creata

intenzionalmente come tale, rispecchia e valorizza il suo periodo storico: parlava allora degli anni sessanta e delle nuove forme di comunicazione di massa.

Queste opere e questo tempo sono in mostra al Vittoriano di Roma fino al 3 febbraio 2019, dove è allestita la Factory di Andy Warhol (1930-1987): la fabbrica di una creatività declinata a 360 gradi (fotografia, moda, musica, cinema) e frequentata dalle star Bob Dylan, Truman Capote, John Lennon, Montgomery Clift, Mick Jagger, Jack Kerouac, Salvador Dalì, Tennessee Williams, Rudolf Nureyev, Liz Taylor, Liza Minnelli, Michael Jackson. Acetati colorati al soffitto, pareti rivestite in alluminio, istallazioni con fiori luminosi suggeriscono

l'atmosfera psichedelica di allora.


Le Campbell's Soup, Coca Cola e acqua Perrier descrivono quella cultura della comunicazione di massa che ha reso popolari bevande, pagliette saponate, zuppe in scatola. Le foto testimoniano l'ossessione per la celebrità, immortalata dagli scatti della inseparabile Polaroid. Le serigrafie (dove i tratti somatici diventano lineari e le imperfezioni sono nascoste da strati di colore) alludono alla insicurezza di Andy per il suo aspetto, la cui caratteristica parrucca bionda ne camuffava il fisico.

Pubblicità, personaggi, oggetti commerciali: sono gli ingredienti della ricetta Warhol. Il repertorio è costituito da immagini rubate alle pagine promozionali o ai rotocalchi del cinema; allineate e ripetute in maniera ossessiva; astratte dalla realtà ed oggettivate grazie ai colori accesi ed alla essenzialità dei tratti.

Ispirandosi alla produzione industriale, l'intuitivo artista trasforma il suo studio nella “Factory” (Fabbrica), dove un gran numero di aiuti lavorano alla realizzazione di immagini destinate ai consumatori di massa. Lo colpiscono i prodotti sugli scaffali dei supermercati, accessibili a tutti senza distinzioni sociali.

Il gusto di una Coca Cola non cambia in base alla condizione economica di chi la beve: “Mentre guardi in TV la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla...tutte le Coca-Cola sono uguali

e tutte le Coca-Cola sono buone”. Andy è affascinato dalla serialità, poiché ritiene che il valore non sia nell'oggetto ma nella sua immagine, che può essere riprodotta su qualsiasi supporto. Rivoluziona, così, l'oggetto dell'arte e il suo concetto. Si focalizza sui prodotti della cultura popolare e, con l'uso della riproduzione serigrafica, annulla l'unicità dell'opera generando un paradossale corto circuito: un bene familiare al punto da passare inosservato, viene liberato dalla funzione tradizionale e nobilitato al ruolo di “icona pop”.

La serigrafia permette di “Comunicare meglio l'effetto di un prodotto seriale”, spiega lo stesso Warhol. Da questi presupposti nascono i celebri ritratti, dove lo sfondo neutro isola la dimensione temporale; il volto, privato di difetti, viene ridotto all'essenziale mentre le caratteristiche somatiche sono annullate sotto le sovrapposizioni di colore.


I pezzi presenti al Vittoriano accompagnano il visitatore in una collezione che attraversa il mondo della pubblicità (Coca-Cola, Perrier , Heinz, Campbell, Brillo), del cinema, della moda, della storia (Marilyn, Armani e Valentino, Mao, Jackie Kennedy, Lenin), della discografia (non solo per i ritratti di Mick Jagger o Miguel Bosè e molti altri, ma per le provocatrici ed allusive copertine dei vinili, es. la banana sbucciabile di The Velvet Underground & Nico, 1967; i jeans con la cerniera di “Sticky Fingers” dei Rolling Stones).

Questa mostra è un omaggio al Vate della Pop Art, che è stato capace di cogliere gli aspetti iconici del suo tempo in oggetti usuali o in personaggi famosi. Coerente fino alla fine (avvenuta nel 1987 per un banale intervento alla cistifellea), Andy Warhol ha coniugato l'ordinario con lo straordinario, la cultura di massa con la dimensione creativa, compiendo una rivoluzione che ha cambiato non solo l'estetica contemporanea ma anche la scansione della storia dell'arte, contrassegnata da allora in “prima” ed “dopo” A. W.


di Carla Piro

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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