Nelle sale dopo vent'anni arriva City Hunter con Private Eyes, ma non convince



«City Hunter: Private Eyes» è la nuova trasposizione cinematografica, dopo vent'anni, del famoso fumetto di Tsusaka Hojo che negli anni novanta del secolo scorso ebbe un certo successo anche in Italia.

In Private Eyes seguiamo le avventure di Ryo Saeba e Kaori Makimura che gestiscono una organizzazione investigativa e di protezione personale, City Hunter appunto, dedita a risolvere casi particolari.

Ryo viene contattato da una ragazza, Ai Shindo, studentessa di medicina e modella che da tempo è pedinata da loschi figuri perché in possesso di una "chiave" che permette di utilizzare un sofisticato sistema di droni da combattimento; tale sistema, che è possibile controllare con il pensiero, venne progettato da suo padre morto poco tempo prima in un misterioso incidente stradale.

Tale sofisticato sistema, però, fa gola anche a molte altre organizzazioni, sia criminali sia militari oltre che a molte industrie delle armi. Ryo e Kaori, quindi, dovranno vedersela non solo con loro, ma anche con minacciose figure che improvvisamente riaffiorano dal passato.

City Hunter Private Eyes si presenta chiaramente come un'operazione nostalgia e più che aggiornare la serie per proporla al pubblico contemporaneo, sembra essere realizzato per voler compiacere unicamente i fan più accaniti della serie. La storia, infatti, appare solo un pretesto per mettere in scena tutta una serie di situazioni per le quali l' ”anime” originario è diventato famoso: soprattutto nella prima parte della pellicola si assisterà a un serrato e continuo susseguirsi di gag, che però, a meno di non conoscere la serie originaria e la caratterizzazione dei personaggi, rischiano di apparire non del tutto comprensibili. Nella seconda parte, invece, la trama comincia a dipanarsi, ma rivelandosi, allo stesso tempo, piuttosto banale.


E seppur nel manga e nella serie animata originale le storie non brillavano per particolare complessità, i rapporti tra i vari protagonisti erano sempre ben caratterizzati. In Private Eyes, invece, i rapporti tra i protagonisti non vengono sviluppati, rendendoli, rispetto alla serie originale, bidimensionali ed abbozzati. La complessa relazione tra Ryo a Kaori, ad esempio, che costituiva il centro stesso del Manga e dell'Anime non è spiegata, e non ha mai modo di evolversi per mostrare tutte le sue ambiguità. In particolare il "cattivo" principale non riesce a convincere, così com'è, governato da motivazioni aleatorie e incomprensibili, se non illogiche e da un temperamento adolescenziale che mal si confà alla sua iniziale caratterizzazione. Private Eyes vede anche la partecipazione di alcuni personaggi di un altro celebre fumetto di Hojo, “ Occhi di gatto “. Purtroppo le famose ladre sono state inserite solo per una breve, e poco significativa apparizione, non sfruttandone in tal modo appieno il potenziale. Dal punto di vista dell'animazione, invece, Private Eyes risulta un buon prodotto, ben animato e disegnato. A conti fatti, Private Eyes sembra più che altro un'occasione sprecata risultando adatto solo ai più accaniti tra fan; perché questo è Private Eyes: un enorme omaggio ai fan, i soli che possono apprezzarne la particolare comicità e riuscire, magari, a sorvolare sull'inconsistente e farsesca trama. Tutti gli altri, quelli che già non conoscono il manga o l'anime, si troveranno di fronte ad una collezione di "esagerate" scenette comiche messe assieme dall'esile filo di una storia banale, solo abbozzata ed in più punti anche illogica.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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