Partono i referendum per fermare la caccia, De Salvo: «Così Roma non sarà invasa dai cinghiali»



Fermare la caccia o almeno ridurla servirebbe anche a fermare l’invasione di cinghiali, che sta vedendo protagoniste molte città d’Italia, tra cui la stessa capitale. A sottolinearlo e spiegarlo è Giancarlo De Salvo, legale rappresentante del movimento “Ora rispetto per tutti gli animali”.


In cosa consistono i quesiti referendari?


«Stiamo parlando di due referendum contro la caccia. Il primo vieta ai cacciatori di entrare nei fondi privati, tutelando i proprietari dei terreni, ma allo stesso tempo salvaguardando gli animali. Si tratta, infatti, di una ripresentazione del quesito proposto da Pannella e votato 31 anni fa, precisamente il 3 giugno 1990, da 18 milioni di italiani con un quorum del 42,9%. Il secondo, invece, prevede una modifica della legge 157 sulla caccia, che nei fatti la vieterebbe, mentre rimarrebbe la parte relativa alla tutela della fauna selvatica da parte dello Stato».


Quale dei due referendum è più facile che passi?


«Puntiamo su tutti e due, ma il primo è l’unico sicuro. Dopo le 500mila firme, la Corte Costituzionale può decidere se mandare a voto o meno il referendum se lo ritiene costituzionale o meno. Quello che riguarda il divieto dei fondi privati, essendo stato già votato, quindi, non può essere bocciato, sul secondo ci proviamo».


Quante firme al momento sono state raccolte?


«Circa 150mila firme a quesito».


A suo parere perché sono così tante le persone che hanno sposato l’iniziativa?


«E’ grave che nessuno lo abbia fatto prima. Soprattutto con il primo quesito non si fermerebbe la caccia, ma almeno si dimezzerebbe del 50 per cento».


Non le sembra un controsenso, però, che mentre voi chiedete di fermare la caccia città intere, a partire dalla capitale, come dimostrano le immagini, sono sempre più invase da cinghiali?


«Il problema dei cinghiali, sembra strano a dirlo, si risolve non cacciandoli. Il numero di questi mammiferi aumenta perché i cacciatori ammazzano gli esemplari grandi, la mamma. Quando muore la matriarca, soprattutto nei branchi grandi, composti da 50-60 esemplari, 20-30 di loro diventano riproduttivi, facendo nascere così nuove famiglie e generando quindi maggiori nascite e difficoltà. A dimostrarlo sono le zone dove vengono protetti, dove nei fatti si moltiplicano meno, mentre aumentano laddove vengono sparati. Chi si professa salvatore degli agricoltori, nei fatti, li condanna. Se tutti capissero ciò, perché in tanti già stanno iniziando, sarebbero certamente a favore delle nostre proposte. Pur mettendoci il bavaglio gran parte dell’informazione, ci sono degli studi che dimostrano le nostre tesi».


I referendum se appagano i sempre più numerosi vegani, certamente non soddisfano gli amanti della cacciagione. A votarli quindi sarà solo chi non mangia carne?


«Assolutamente no! Non c’entra nulla con l’essere vegani o meno. Per riuscire a vincere il referendum dobbiamo portare 30 milioni di italiani al voto. Se volessimo portare solo i vegani, che ne sono circa 500mila, certamente perderemmo in partenza, così come nel 1990 quando non esistevano i vegani non si sarebbe raggiunta la soglia dei 18 milioni. Siamo certi, quindi, che a sostenerli ci saranno vegetariani, ma soprattutto onnivori che ritengono che la caccia sia superflua rispetto a una volta, dove lo si faceva per sopravvivenza. Un esempio è quello dei fagiani, che liberati ad agosto, pur se non vengono sparati, dopo qualche mese morirebbero lo stesso perché cacciati da altri animali o perché incapaci di sopravvivere in un determinato habitat».


Perché quindi si dovrebbe sposare la battaglia?


«A causa dei cacciatori non si può andare più a funghi, camminare nei boschi o semplicemente portare a spasso il cane perché si rischia di essere impallinati. Sono in aumento le persone ferite o uccise per sbaglio. Basta leggere i giornali per sentire di ciclisti colpiti o come nel caso di Cesena di qualche anno fa dove un bambino, mentre è uscito dal ristorante è stato sparato da chi voleva uccidere un fagiano. E’ sempre più una strage».


Altro aspetto è quello della biodiversità. Quante specie verrebbero salvaguardate?


«Tantissime! La realtà è che il cacciatore spara tutto quello che si muove, protetto o non. Sono pochi quelli corretti, che non abbattono più di quanto è permesso. Dai cervi ai rapaci, sono in continua diminuzione. Gli stessi orsi, nei parchi naturali, sono stati impallinati da chi cacciava i cinghiali nelle aree contigue. Medesima sorte tocca a numerosissimi cani e gatti che muoiono per sbaglio».


La normativa attuale è severa contro queste persone?


«Assolutamente no! Non ci sono controlli, non c’è quasi niente. E’ una sorta di caccia libera. Allo stesso modo non si tutelano gli animali in generale. Ha fatto storia il cane Angelo dove quei quattro che l’hanno ammazzato, appeso e torturato non si sono fatti un giorno di carcere, pur avendo confessato».


Perché c’è tanto silenzio sull’argomento?


«L’interesse della politica è prendere i voti di chi ci tiene agli animali. Gli stessi partiti arruolano, nelle loro file, sia cacciatori che ambientalisti. Il loro obiettivo è solo avere una rappresentanza di ogni categoria per portare più acqua al mulino, ma non risolvere problemi».


In Italia sono tantissime le sigle ecologiste e perché no anche animaliste che si vedono prima di ogni competizione…


«Stiamo parlando di chi porta voti ad altri. Non a caso il nostro è un movimento slegato da tutti i partiti. Non vogliamo commettere gli errori di chi si candida in coalizione con tutti, compresi i cacciatori. Questo non ci interessa. Al contrario intendiamo fare delle battaglie per gli animali e per questo ci candidiamo col nostro simbolo da soli. Dagli allevamenti intensivi fino alla sperimentazione animale, non c’è stata alcuna risposta della politica. Stesso discorso vale per maltrattamenti e ambiente. Vuol dire, quindi, che chi doveva fare, a parte tante chiacchiere, non ha cambiato nulla o forse ha sbagliato ogni tipo di strategia possibile».


Di Edoardo Sirignano

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