Per il centrosinistra si prepara un drammatico cappotto nelle Regionali: sei sconfitte su sei

Per il centrosinistra si prepara un drammatico cappotto nelle Regionali: sei sconfitte su sei



Il voto del 4 marzo ha cambiato lo scenario politico in Italia. Non soltanto per la nascita del governo Lega-Movimento 5 Stelle, ma anche per la forte crisi che ha investito il Partito Democratico, fino a un anno fa saldamente primo partito. Un calo, quello del Pd, che ha travolto tutto il centrosinistra anche a livello locale, comunale e regionale. Infatti, eccezion fatta per il Lazio - dove peraltro la giunta a guida Zingaretti, il governatore uscente e candidato alle primarie del Pd del 3 marzo 2019, governa senza avere la maggioranza in Consiglio regionale e solo grazie a due transfughi di FI - la coalizione Pd+alleati minori ha perso la guida del Molise, del Friuli e ha ceduto il passo anche in diversi grossi comuni. Inoltre, ovviamente, e come si sa, l’M5S è stato rilevato, da tutti i sondaggi, in tumultuosa avanzata anche nelle regioni, nonostante il costante segno di flessione degli ultimi mesi, e resta, in ogni caso, un temibile avversario per chiunque voglia vincere non solo le elezioni amministrative, ma anche, ovviamente, le elezioni politiche.


Eppure, i primi tre tentativi di portare in dote a Grillo la prima regione ‘gialla’ d’Italia sono falliti l’uno dopo l’altro: nel 2017 l’M5S non è riuscito a vincere le regionali in Sicilia (altra regione dove il centrosinistra ha dovuto cedere il passo al centrodestra) e nel 2018 ha perso le gare in Molise e Friuli. Vediamo, allora, la situazione nelle sei regioni dove nel 2019 si andrà al voto, regioni tutte - al momento ma ancora per poco - in mano al centrosinistra, ricordando un dato di fatto politologico non indifferente: il centrodestra ha un alto tasso di ‘coazionabilità’ (riesce, cioè, ad aggregare molte forze nella sua coalizione, dalle maggiori alle minori), il centrosinistra ha un tasso di ‘coalizionabilità’ medio, ma sempre più in calo, con il passare del tempo (il Pd aggrega sempre meno forze politiche e civiche e sempre più piccole), mentre il grado di ‘coalizionalibilità’ dell’M5S è pari a zero perché, come si sa, i 5Stelle rifiutano le alleanze per Statuto.


Tornando al quadro delle regioni al voto va ricordato, come già detto in occasione dell’articolo-quadro sul centrodestra, che nel 2019 non si terranno solo le elezioni europee, fissate per il prossimo 26 maggio, ma anche una importante tornata di elezioni amministrative (andranno al voto circa 4 mila comuni italiani, tra cui Firenze e di Bari, a giugno) e che, soprattutto, si voterà in ben sei regioni italiane. Ma con date tutte differenti tra loro. Infatti, ogni regione italiana non solo gode di uno specifico sistema elettorale ma è il consiglio regionale, non lo Stato, a stabilire lo scioglimento (se anticipato o ordinario) e, dunque, la data del voto. Le regioni in campo sono sei: l’Abruzzo (il 10 febbraio, data ufficiale), la Basilicata (il 26 maggio, data ufficiale), la Calabria (al voto il 26 maggio o a novembre, data ancora da definire), l’Emilia-Romagna (idem, cioè come la Calabria), il Piemonte (il 26 maggio, data ufficiosa, cioè a sua volta in abbinamento con le Europee come già era successo nel 2014) e la Sardegna (il 24 febbraio, data ufficiale).


Si tratta, peraltro, di sei regioni dove i governatori e le giunte regionali uscenti sono tutte di centrosinistra, ma si va al voto solo in quattro casi per scadenza naturale della legislatura (Emilia, Piemonte, Sardegna, Calabria) mentre in altri due casi si torna a votare perché la giunta uscente è caduta, pur se per differenti motivi. In Abruzzo, il governatore uscente, Luciano D’Alfonso, ha optato per il seggio vinto al Senato con il Pd, mentre in Basilicata la giunta governata da Marco Pittella è andata in crisi perché il governatore è indagato in un’inchiesta, è stato agli arresti domiciliari e solo da poco è tornato in libertà vigilata. Ovvio che il centrosinistra abbia subito dei duri colpi di credibilità come pure in Abruzzo per il lavoro incompiuto. Caso vuole, infine, che a essere più avanti, nella definizione delle candidature e delle alleanze, sia il… centrodestra, non l’M5S e tantomeno il centrosinistra, in pieno marasma interno. E se il centrosinistra ha già perso, durante la crisi di governo, ben due regioni, Molise e Friuli, in due mesi (entrambe ora governate dal centrodestra), che diventano tre se si somma anche la Sicilia, persa dal Pd nel 2017 (vincente, sui 5Stelle, sempre la coalizione di centrodestra), ora rischia di perdere, in pratica, tutte le sei regioni al voto, ma più spesso a vantaggio del centrodestra che dell’M5S. Ma esaminiamo, una per una, le sei singole regioni al voto.


Abruzzo. La scelta di Luciano D’Alfonso di lasciare il ruolo di governatore per quello di senatore, ha messo nei guai il Pd. L’ex esponente della Margherita ha creato, in Abruzzo, posti di lavoro e servizi, con annesso sistema di potere. Il centrosinistra si potrebbe ricompattare attorno alla figura del vice presidente uscente del Csm, Giovanni Legnini, ex Ds quanto D’Alfonso è un ex Popolare e un ex della Margherita. Al momento però è più facile prevedere un serrato testa a testa tra Movimento 5 Stelle e il centrodestra: i pentastellati, che hanno scelto Sara Marcozzi come candidata, al momento sembrerebbero essere in leggero vantaggio, soprattutto perché la coalizione ancora non trova un accordo sul nome, anche se dovrebbe spuntarla il sindaco locale di FdI Marsilio.


Basilicata. Situazione simile si vive in Basilicata che da (troppo) tempo era una sorta di fortino per il centrosinistra. La vicenda Pittella – il governatore finito in uno scandalo, poi agli arresti domiciliari, oggi in libertà vigilata, nonché erede di una famiglia lucana e tutta impegnata politica (il fratello, Gianni, è capogruppo del Pse all’Europarlamento) - potrebbe aver tagliato definitivamente le gambe al Pd, anche se i dem cercheranno di compattare tutta la coalizione scegliendo un candidato condiviso, magari con le primarie. Antonio Mattia è il candidato di un Movimento 5 Stelle che se la giocherà con il centrodestra. Anche qui la sfida si preannuncia molto serrata, ma ancora incerta. Tra le curiosità l’annuncio della candidatura della ex inviata Rai Lasorella.


Calabria. Alla guida c’è Mario Oliverio del centrosinistra. Alle politiche del 4 marzo il Movimento 5 Stelle ha fatto il pieno di voti, ma in una competizione elettorale come le regionali, dove conta molto il radicamento sul territorio, il centrodestra sembra essere in deciso e costante vantaggio. La coalizione ha deciso che spetta a Forza Italia indicare il candidato e gli azzurri hanno scelto di puntare sull’attuale sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, mentre il centrosinistra proverà ancora sul governatore Oliverio con poche chances.


Emilia Romagna. Matteo Salvini ha ufficialmente lanciato l’assalto all’Emilia Romagna, regione “rossa” per eccellenza insieme alla Toscana. Il ministro infatti ha strappato di poter indicare un candidato della Lega alla guida del centrodestra. Con il Movimento 5 Stelle in crescita, ma che non ha mai sfondato in Emilia Romagna, il centrosinistra dovrà cercare di respingere l’assalto del centrodestra per non incorrere in una sconfitta che sarebbe storica e clamorosa. Il problema è che il governatore uscente, Stefano Bonaccini, non ha alcuna voglia di ricandidarsi per andare incontro a un sconfitta non certa, ma possibile, e vorrebbe fare il salto andando a Roma, anche se non ha ancora deciso e reso noto quale candidato – tra i tanti che si presentano alle primarie – vorrà appoggiare, facendo pesare l’indubbio peso della regione dentro il Pd. Ergo, mancano candidati del centrosinistra degni di causa, a meno che non si stia scaldando la ricercatrice e studiosa, nonché assessore dell’attuale giunta, Elisabetta Gualmini.


Piemonte. Sergio Chiamparino, storico esponente del Pd e attuale governatore, ha dato la sua disponibilità a candidarsi per un secondo mandato. E se anche in Piemonte il centrosinistra non viene dato in grande forma né sostanza, Chiamparino resta un osso duro, assai difficile da battere. Inoltre, l’alleanza con la formazione di Giacomo Portas, i Moderati, garantisce il Pd sul lato centrista, il più esposto. Il forzista Alberto Cirio dovrebbe essere il candidato di un centrodestra che vestirà i panni del grande favorito, mentre il Movimento 5 Stelle ha scelto, tramite le primarie, di puntare sull’attuale consigliere regionale, Giorgio Bertola.


Sardegna. Il centrosinistra governa anche in Sardegna ma anche qui sembrerebbe essere tagliato fuori dalla lotta per il successo elettorale. Il governatore uscente, Francesco Pigliaru, non si ricandida e sarà il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda (ex Sel), che dovrà guidare la coalizione, peraltro orba di diversi alleati, a una difficile riconferma. Il Movimento 5 Stelle, invece, punta forte su questo voto per conquistare la sua prima regione, obiettivo già fallito tre volte: in corsa, dopo l’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, che ha ritirato la sua candidatura dopo una condanna, ci sono vari candidati che dovranno cimentarsi con nuove primarie. Anche qui la sfida è con il centrodestra che punta sul senatore e segretario del Partito Sardo d’Azione Christian Solinas.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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