Per non ammettere l'errore di nomina della De Santis, Foa vuole un commissario per le Reti Rai

Per non ammettere l'errore di nomina della De Santis, Foa vuole un commissario per le Reti Rai


Marcello Foa

Che strano mondo è la Rai. Solitamente anticipa ciò che farà poi la politica, dando le coordinate a chi sta dentro e a chi sta fuori. In modo da guidare il Paese. E anche stavolta sta avvenendo la stessa cosa. Solo che le coordinate tracciate sulla mappa usata per delineare la rotta sono alquanto scoordinate, al limite della dissonanza. Insomma una vera e propria Babilonia. Fuor di metafora succede che con l’avvento del governo giallo-verde (Salvini-Di Maio gli azionisti di maggioranza) avremmo dovuto assistere alla Rai del cambiamento, della politica fuori dalla porta. Invece ci ritroviamo a dover fare i conti con la Tv pubblica dell’appannamento delle idee, con l’assalto alla diligenza da parte dei nuovi epurator. Il caso Fabio Fazio è da manuale delle giovani marmotte. Tutti a gridare allo scandalo per il suo mostruoso (in tutti i sensi) contratto, tutti a chiederne la testa. Tutti, ma proprio tutti. Salvo scoprire, lo racconta con agghiacciante lucidità il Fatto Quotidiano di Travaglio, che il suo contratto è intoccabile. Talmente blindato da far paura all’ufficio legale della Rai. Grazie all’ingegneria contrattuale avallata dai precedenti direttori generali, Campo Dall’Orto e Mario Orfeo (quest’ultimo pur essendo in panchina continua a gestire uomini e poltrone a vantaggio della sinistra e del circolo renziano) ogni modifica deve essere accettata da Fazio, altrimenti non se ne fa nulla e la Rai deve metter mano al portafoglio per pagare le penali. Complimenti alla trasmissione. Per non dire del presidente del consiglio di amministrazione Marcello Foa. Dopo essersi reso conto dei danni fatti con il valzer delle nomine, in particolare con l’assegnazione di Rai Uno a Teresa De Santis, nel mirino per le sue scelte non proprio in linea con l’azienda e il sentimento della maggioranza, soprattutto quella grillina che la vorrebbe fuori dalla porta, Foa ora vorrebbe creare il Minculpop televisivo. L’idea, sussurrata a Repubblica, sarebbe quella di creare la figura di un super-direttore a capo di tutti i programmi di approfondimento della Rai. “Un regista unico che abbia voce in capitolo”, sostiene il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, forte dell’esperienza maturata con un rapido passaggio in Rai, “su Porta a Porta di Bruno Vespa, sulla navicella corsara Report di RaiTre, ma anche su Uno Mattina, dove l’informazione giornalistica si alterna all’intrattenimento”. Insomma, un vero e proprio commissario politico che controlli i direttori di Rete e quellli dei telegiornali. Pura follia. A Verdelli, a suo tempo, era stato affidato il compito di ristrutturare l’informazione della Rai, non di metterle la museruola. Le tre reti generaliste della Tv pubblica hanno sempre salvaguardato la qualità del prodotto e l’ autonomia dei contenuti. Pensare di mettere la mordacchia e commissariare i canali della Rai è l’alibi perfetto per non dover ammettere l’errore madornale fatto con le nomine ,a partire dalla De Santis. Il fatto stesso che tutti se la prendano con il direttore di Rai Due, Carlo Freccero, che potrà pur aver fatto i suoi errori ma almeno ha il coraggio di provare a fare, e rivoluzionare, invece di ubbidire o servire gli amici, è la dimostrazione plastica di tutto ciò. Insomma, non si può piegare un’ azienda, con una storia come la Rai, agli errori di nomina fatte dai politici, non si capisce su suggerimento o “imposizione” di chi. E che le cose stiano andando in una certa direzione lo dimostra l’affondo portato all’Agcom dal deputato della Lega Massimiliano Capitanio, segretario della Commissione di Vigilanza Rai. “Il tentativo di Agcom, ormai a fine mandato, di fungere da stampella al Pd e alle sue posizioni già statisticamente confutate nelle competenti sedi istituzionali è triste, oltre che squalificante per l'Autorità stessa”, sostiene l’esponente del Carroccio, “anzi ne conferma tutti i limiti, dimostrando ancora una volta che qualcuno non sa, o non vuole, ancora distinguere i tempi di antenna da quelli di parola, prestandosi così a un'inutile campagna elettorale. Del resto, che in Agcom ci fosse qualcosa che non andasse era già evidente a tutti: bastava leggere l'introduzione della sua relazione annuale per riscontrarvi più politica che scienza. E questo di certo non aiuta la democrazia e il pluralismo nell'informazione radio-televisiva”. Se anche la Lega attacca i controllori (“il consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha verificato la non piena osservanza alla raccomandazione” in materia di pluralismo “recata dalla delibera del 19 dicembre scorso da parte della Rai-Radiotelevisione Italiana e di Sky”) significa davvero che la Rai del cambiamento per non ora non andrà in onda.


di Alberto Milani

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