‘Ponzio’ Di Maio affida a “Rousseau” le sorti di Salvini, ma il quesito è ambiguo anche per Grillo

‘Ponzio’ Di Maio affida a “Rousseau” le sorti di Salvini, ma il quesito è ambiguo anche per Grillo



A legittimare il sacrosanto dubbio che percorre le menti della "base" 5Stelle e tormenta quelle dei Costituzionalisti di mezzo Paese (oltre che dei "comuni mortali"), ci ha pensato direttamente il pontifex maximus del Movimento 5 Stelle: con quella che doveva essere, ovviamente, una battuta, Beppe Grillo ha scoperchiato il vaso di Pandora che rischia, comunque andrà a finire la vicenda, di segnare un confine tra “il prima e il dopo” la votazione sull'annoso caso Diciotti. Col riferimento al celebre romanzo Comma 22 di Jospeh Heller e la sindrome di Procuste, il comico pentastellato, seppure a modo suo, ha voluto avvertire, per non dire ammonire, la sua banda che sta pericolosamente sfidando le leggi della fisica, in un precario equilibrio su funi sospese. Per chi non fosse collegato col pianeta Italia da un paio di settimane a questa parte, parliamo ovviamente della decisione che spetta al Senato della Repubblica, previa votazione in Giunta per le autorizzazioni, di decidere se mandare o meno a processo il Senatore e ministro degli Interni Matteo Salvini per quello che il Tribunale dei Ministri di Catania ha configurato come reato di sequestro di persona, quando Salvini (o il governo tutto) proibì ai 177 migranti ormeggiati a bordo dell'imbarcazione della Marina militare di poter toccare terra sul suolo siciliano.


Ciò che ha inizialmente fatto storcere il naso alla quota "gialla" dei sostenitori dell'esecutivo e fatto gridare allo scandalo la componente delle opposizioni, è stata la scelta del Movimento di rinnegare sé stesso e i propri principi. Se un ripensamento in corso d'opera circa i tanti bellissimi e campati in aria propositi di condotta era prevedibile se non auspicabile, essendo impossibile mantenere le vesti di oppositore quando hai le redini del gioco, in casa 5 Stelle sono riusciti ancora una volta a sorprendere tutti: l'immunità, una delle bestie nere su cui sono stati spesi fiumi e fiumi di inchiostro e consumate centinaia di gole al grido «onestà onestà», di botto, dal giorno alla notte, è diventata oggetto di disquisizioni tecnico-giuridiche. Come in una cartolina dal passato, recentissimo, riaffiorano alla mente e agli occhi gli spergiuri, i sacri giuramenti da rituale pagano fatti dagli adepti a cinque stelle, dalla base negli scantinati alle vette dei palchi nelle piazze d'Italia, il cui inequivocabile succo era sempre il medesimo, e cioè che con l'avanzata del popolo in giallo «certe schifezze» non si sarebbero ripetute. Via l'immunità urbi et orbi, senza possibilità di replica. E invece, basta un primo assaggio di cruda realtà per rimettere tutto in gioco: si badi bene, avverte il direttorio, con Di Maio in prima fila, quello della Diciotti e del conseguente voto in Aula rappresenta un unicum giuridico e legislativo, essendo la prima volta che si richiede l'autorizzazione a procedere contro un ministro accusato di reato durante l'esercizio delle proprie funzioni. Oltre a smontare l'assioma su cui si è costruito l'impero digital-politico di Casaleggio&Grillo, che mai e poi mai, dicevano, sarebbe ricorso all'immunità per “salvare” un componente, in questo caso della squadra di governo, dal proprio destino dinnanzi ai giudici, la scelta dei vertici grillini di non esporsi sino all'ultimo, fino alla fatal decisione di non esprimersi affatto (avendo in cuor loro deciso di “salvare” il leghista) e lasciare la patata bollente in mano ai click del popolo per mezzo della piattaforma Rousseau, ha finito col trasformare la vicenda in una “lavata di mani” che ricorda un altro celebre processo. Non sappiamo, né sogniamo di professarlo, se il ministro sotto accusa possa trasmutare acqua e moltiplicare pesci (ma ci avrebbe senz'altro resi partecipi con un tweet), ma di certo il Ponzio Di Maio sembra un nomignolo azzeccato. Se poi ci aggiungi, e qui si torna al capo del discorso e alla battuta non-tanto-battuta di Grillo, che il quesito posto alla platea di Rousseau può quanto meno trarre in inganno dal momento in cui votando "Sì" si riconosce l'interesse pubblico dietro all'azione di Salvini nel caso Diciotti e si dice pertanto "No" all'autorizzazione a farlo comparire di fronte ai giudici, il piano si fa machiavellico. Non sono mancate, né cesseranno di farlo anche a voto ultimato (che ci dicono essere stato parecchio difficoltoso causa sovraccarico del server che ospita la piattaforma), le sollevazioni dal mondo della politica a quello dei «sinistroidi» tanto avversi al “Capitano” sul ricorso al voto popolare, per giunta non verificato e verificabile, che deciderà una volta per tutte quale indirizzo prederanno i senatori pentastellati. Ore caldissime, in cui convincere anche i più ostinati e vicini al purismo, i cui voti saranno necessari per garantire la maggioranza dei "No" (che in Aula vorrà dire appunto «no al processo») visti i numeri che non fanno fare sogni tranquilli. Che lo facciano «per la poltrona», come si è più volte ripetuto, o meno, cambia poco. Il voto di Rousseau, da cui scaturirà l'intenzione di voto del grosso dei senatori grillini, sarà un punto di non ritorno e le conseguenze, ahiloro, non si faranno attendere. Ma di mezzo c'è un governo da mantenere in piedi almeno fino alle Europee, quando Salvini, se sarà ancora in facoltà di autodeterminazione, potrebbe fermare la macchina e prenderne una tutta sua, magari con amici più fidati a bordo, anche se a giudicare da questi primi mesi la convivenza è stata sin troppo pacifica. Appuntamento allora alle 21.30, tempo ultimo per dare la propria preferenza e conoscere l'esito della giornata che segna il passaggio, ormai sempre più evidente, da movimento a partito dello schieramento grillino che, anche dovesse saldamente rimanere in sella e a bordo della macchina, lo farà senza più il "peso" della propria coscienza.


di Alessandro Leproux

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