Primarie Pd: oggi si vota, la sfida è tra Zingaretti, Martina e Giachetti caccia al il 51% dei voti

Primarie Pd: oggi si vota, la sfida è tra Zingaretti, Martina e Giachetti caccia al il 51% dei voti

Aggiornato il: 4 mar 2019



Oggi, 3 marzo, si tengono in tutt’Italia (principalmente nei 7000 circoli del Pd, ma anche in molti gazebo messi nelle varie città per l’occasione) le primarie aperte del Pd. Vuol dire che potranno parteciparvi, oltre agli iscritti, anche i semplici elettori e simpatizzanti del Pd e del centrosinistra a patto di versare un piccolo obolo (2 euro) e sottoscrivere la ‘Carta degli intenti’ del Pd, come si è sempre fatto. Possono votare tutti i cittadini italiani, sia quelli iscritti alle liste elettorali delle elezioni politiche, sia studenti fuori sede, purché muniti di documento di riconoscimento valido (carta d’identità o passaporto), i cittadini compresi tra i 16 e i 18 anni che, invece, non possono votare alle Politiche, e i cittadini, comunitari ed extracomunitari, residenti in Italia, a loro volta muniti di documento di riconoscimento. E’ previsto il voto anche per i cittadini italiani residenti all’estero, tanto che sono stati allestiti ben 163 seggi esteri. Sono, invece, ben 35 mila i volontari e militanti del Pd che daranno una mano al partito per regolare il voto nei gazebo e, ovviamente, dalle otto in poi, per scrutinare le schede. Si vota, dalle ore 8 del mattino alle 8 della sera di oggi, tracciando un unico segno su una delle liste (sono diverse) che sostengono uno (e solo uno) dei tre candidati che hanno passato la prima selezione, quella del voto tra gli iscritti, cioè Nicola Zingaretti, Maurizio Martina, Roberto Giachetti.


In realtà - anche se è un tecnicismo, va spiegato bene – ‘non’ si vota direttamente il candidato ma una lista di delegati che sostengono la sua mozione e che andranno a comporre la nuova Assemblea congressuale del Pd (mille i delegati), che, al momento della convocazione della nuova Assemblea, eleggeranno il nuovo segretario. Si tratta, quindi, in realtà, di un’elezione indiretta (come quella del presidente degli Usa) e non di un’elezione diretta, immediatamente dentro le urne. Il nuovo segretario, infatti, non verrà proclamato immediatamente, cioè la sera stessa del voto, ma dovrà attendere la convocazione della nuova Assemblea nazionale (1000 delegati la platea congressuale) che decreterà l’elezione del nuovo segretario del Pd. Quindi, il vero obiettivo di ogni candidato non è avere più voti popolari degli altri ma più 'Grandi elettori' (i delegati in Assemblea): la maggioranza di sicurezza è fissata, dunque, a 501 delegati, ma questa cifra non corrisponde al 51% dei voti assoluti. Infatti, per un complicato meccanismo di calcolo che riguarda l'elezione dei delegati in Assemblea, di fatto solo chi si assicura il 53-54% dei voti ‘reali’ nei gazebo ha la certezza di avere, dentro l’Assemblea nazionale, la maggioranza assoluta dei delegati(501 su 1000).


Ecco perché, se uno dei candidati finirà sotto, ovviamente, cioè al 49%, ma anche poco sopra il 50% dei voti nei gazebo, il voto dell’Assemblea nazionale diventerà dirimente, nel senso che potrebbe verificarsi di tutto. Compresa la possibilità – teorica e che non si è mai verificata, ma possibile e prevista dallo Statuto – che i delegati delle due mozioni congressuali battute nel voto reale sovvertano il risultato dei gazebo. Un esempio: Zingaretti (49% dei voti) viene battuto dalla somma dei delegati delle mozioni Martina (35%) e Giachetti (15%) perché la somma dei due candidati sconfitti nelle urne ha il 51% dei delegati… Da tenere a mente, in ogni caso e qualsiasi sia il risultato, che uno dei problemi principali delle primarie di domenica sarà di certo la partecipazione. L’asticella è stata fissata, da tutti i contendenti, a un milione di voti, almeno per non sfigurare: se i votanti fossero di meno, l'affluenza verrebbe indicata come un flop, dal milione in su sarebbe, invece, un successo, anche se l’ultima volta, nel 2017, quando Renzi vinse su Orlando e Emiliano, a votare furono 1 milione e 700 mila.


Le tre campagne elettorali dei tre candidati si sono chiuse in modo assai diverso, ieri, sabato 2 marzo. Nicola Zingaretti e Maurizio Martina hanno partecipato alla manifestazione “People” che si è tenuta a Milano e che, indetta da un vasto arco di associazioni anti-razziste, ha visto un enorme afflusso di gente (250 mila persone). Entrambi hanno detto che “qui c’è tutto il Pd”. Ma non è stato così. Roberto Giachetti, infatti, ha chiuso la sua campagna elettorale a Roma, in un teatro, facendo salire sul palco Carlo Calenda, promotore del manifesto ‘Siamo europei’, e ha ribadito che “se il Pd fa l’alleanza con il M5S io tolgo il disturbo”. Da sottolineare anche l’altra polemica che ha caratterizzato la campagna congressuale di Giachetti, quella contro gli “scappati di casa” (sarebbero gli ex ‘cugini’ di Mdp di Bersani, D’Alema e Speranza) cui Giachetti vuole sbarrare la porta, altrimenti, se rientrano, se ne andrebbe. Giachetti e Zingaretti voteranno a Roma, ma in due seggi diversi (il primo a Monteverde, in suo quartiere, il secondo in piazza Mazzini), Martina in un seggio a Bergamo. Martina attenderà i risultati nella sede del Pd, al Nazareno. Giachetti al suo comitato, in via dei Delfini, e Zingaretti in un locale che si chiama Domus “Circo Massimo”, forse presagendo la vittoria che tutti i sondaggi gli accreditano. Certo è che, se non fosse per l’adesione al manifesto ‘calendiano’ che tutti e tre hanno firmato, anche così si vede quanto e come i tre candidati siano stati distanti e diversi. Non solo fisicamente, ma anche plasticamente.


A proposito di Calenda, anche lui si è deciso: forse voterà, mdi certoa farà lo scrutatore – compito umile e, di solito, riservato ai militanti – al seggio di piazza del Popolo a Roma. “Più siamo, meglio è per l’Italia”, dice l’ex ministro. Anche l’ex sindaco di Milano, e di Campo progressista, Giuliano Pisapia, ha fatto il suo appello al voto (“Io voto e invito a votare”), ma già si sa che Pisapia voterà per Zingaretti. Stessa cosa ha annunciato di voler fare Enrico Letta, che andrà a votare pur non avendo più, da anni, la tessera del Pd in tasca, mentre Romano Prodi e Walter Veltroni si sono limitati a invitare “tutti” gli iscritti e gli elettori dem alla “partecipazione”, ma i beni informati dicono che anche i loro favori saranno per ‘Zinga’. Gesto che Prodi, ieri, ha esplicitato in un’intervista a Avvenire: “Al Pd serve un padre e Zingaretti potrebbe esserlo”. L’appello dell’ex premier, e fondatore dell’Ulivo, è quello, in ogni caso, come dice, di “andare ai gazebo perché l’unico cambiamento può darlo un Pd” che ha “tardato troppo” nella scelta del leader, ma ora serve “andare in tanti a votare per dare forza e sicurezza al nuovo segretario”.


E Renzi? Voterà a Firenze, al circolo ‘Vie nuove’, e anche se non dice per chi tutti sanno che voterà per Giachetti. L’ex premier sottolinea questo: “Mi fa piacere che tutti e tre abbiano escluso accordi con i 5Stelle e ritorni al passato. Chiunque vinca non dovrà temere da parte mia la guerriglia che io ho subito”. Ma se Renzi voterà il ‘suo’ Giachetti, molti renziani non lo faranno. Il grosso del ‘pattuglione’ degli ex renziani, infatti, da Guerini a Rosato e Giacomelli, si è schierato con Martina. Un dolore speciale, a Renzi, glielo ha dato il suo ormai ex braccio destro, Luca Lotti, che all’Huffington Post ha annunciato: “Renzi non esce, ma nel caso lo facesse io resto”. Lotti su Giachetti dice: “Sono in disaccordo con lui, fa come chi in passato è andato via”. Poi avverte Zingaretti: “No a un Pd brutta copia dei Ds”.


Con Zingaretti sta tutta la sinistra interna (dall’area che fa capo a Andrea Orlando a quella di Gianni Cuperlo), l’area guidata da Dario Franceschini (Area dem), quasi tutti gli ex ministri dei governi Renzi e Gentiloni (Padoan, Pinotti, Poletti, Madia) e l’ex premier Paolo Gentiloni.

Per Martina si sono schierati i Giovani turchi capitanati da Matteo Orfini, il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, alcuni ex renziani, guidati da Matteo Richetti (in teoria in ticket con Martina ma che con lui ha litigato forte, di recente) e, appunto, tutto il pattuglione degli ex renziani. Con Giachetti si sono schierati in pochi. I ‘turborenziani’ Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto, Luciano Nobili, Michele Anzaldi, il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, e ovviamente Anna Ascani, che con Giachetti fa ticket. Si parte, ovviamente, dai risultati del voto tra gli iscritti, ma le primarie aperte sono una competizione del tutto nuova, nel senso che i voti presi sugli iscritti ‘non valgono’. In ogni caso, stando ai risultati resi noti e ufficializzati alla Convenzione nazionale del Pd del 3 febbraio, nel voto tra gli iscritti Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti hanno ottenuto, rispettivamente, il 47,95%, il 36,53% e l’11,23% sui 189.023 tesserati che hanno votato (il 50,43% del totale, che è 374.786 iscritti). Per quanto riguarda i sondaggi, Zingaretti è quotato intorno al 55% per Noto (Ipr Marketing), al 48-60% per DemoPolis e al 58% per Emg. Martina al 27% per Noto, al 27-39% per DemoPolis e al 34% per Emg. Giachetti al 18% per Noto, all’8-18% per Demopolis e all’8% per Emg.


di Ettore Maria Colombo

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