Primi segnali di una nuova crisi, il pil scende

Primi segnali di una nuova crisi, il pil scende



L’Italia non poteva fare eccezione. Sono mesi che gli istituti internazionali, a cominciare della Bce, avvertono che sta per arrivare una gelata sull’economia. Negli Stati Uniti i primi segnali si sono già manifestati. Il ciclo espansivo si sta esaurendo. Di solito ha una durata di circa dieci anni, poi la spinta rallenta e inizia la curva discendente. Di solito, prevedendo che farà freddo, si mette legna in cascina. Si attuano politiche espansive, di rafforzamento dell’economia, irrobustendo le imprese che così hanno le spalle solide per affrontare un altro inverno. Soltanto che in Italia la crisi arriva quando il Paese sta soffrendo ancora quella iniziata nel 2008 e non c’è legna in cascina. Il governo, nella Nota di aggiornamento al Def, prevede di chiudere l'anno con una crescita dell’1,2% e ha basato il target del deficit al 2,4% del pil sulla convinzione che la crescita consentirà di gestire le maggiori spese.

Già la Commissione europea nel minacciare le procedura di infrazione, ha spiegato che sono irrealistiche le ipotesi sull’aumento del pil, e ora sono arrivate le rilevazioni dell’Istat a spegnere l’ottimismo del governo.


Nel terzo periodo dell'anno, infatti, il Pil è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e aumentato dello 0,7% rispetto allo stesso trimestre del 2017. Si tratta del primo dato negativo dopo 14 trimestri di crescita. Il dato provvisorio indicava una crescita zero e un +0,8% tendenziale. L’Istat ha spiegato che la flessione, «Che segue una fase di progressivo rallentamento della crescita, è dovuta essenzialmente alla contrazione della domanda interna, causata dal sovrapporsi di un lieve calo dei consumi e di un netto calo degli investimenti, mentre l’incremento delle esportazioni, pur contenuto, ha favorito la tenuta della componente estera». Qualora non dovessero intervenire variazioni sostanziali per la fine dell’anno, il 2018 si chiuderebbe con una crescita dello 0,9% a fronte di dati provvisori che indicano un aumento dell’1%. Questo trend non potrà non avere ripercussioni sull’avvio del 2019 rendendo più in alita la strada per centrare le stime indicate dal governo di una crescita dell’1,5%. Per come si stanno mettendo le cose, le aspettative di Di Maio e Salvini rischiano di entrare nel libro dei sogni.


Il vicepremier Di Maio ha messo le mani avanti: «C'è uno 0,1% in meno e questo significa che la manovra del governo Gentiloni è stata insipida e non espansiva, non ha fatto ripartire l’economia». Ma si è detto ottimista che nel 2019 ci sarà una inversione di tendenza perché “saranno iniettate risorse fresche”. Il commento dell’Istat sui dati del pil indicano chiaramente che nei governi precedenti si è fatto poco, o almeno non a sufficienza per dare carburante all’economia. Sui consumi stagnanti hanno influito soprattutto due fattori; la tassazione che continua ad essere onerosa e la situazione di incertezza politica (le liti interne alla maggioranza) che ha suggerito atteggiamenti prudenziali da parte dei risparmiatori. Questo vale anche per le imprese che continuano a stare alla finestra, non investono e preferiscono restare nel perimetro di ciò che già hanno, perché difeso con fatica in anni di crisi profonda. Su questo scenario sta per impattare l’arrivo di una nuova recessione. E questo non aiuta nemmeno ad avere concessioni da Bruxelles. I Paesi che nel frattempo hanno adottato politiche di sostegno all’economia non hanno intenzione di dividersi i debiti dell’Italia. Quando piove ognuno apre il suo ombrello. Bisogna vedere se quello dell’Italia sarà sufficientemente grande.

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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