Prosegue la diaspora dei migranti a Castelnuovo di Porto, proteste dal sindaco e dalla diocesi

Prosegue la diaspora dei migranti a Castelnuovo di Porto, proteste dal sindaco e dalla diocesi



A ventiquattr'ore dal blitz dell'esercito al Cara di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d'Italia, prosegue la diaspora verso altre regioni degli oltre cinquecento migranti alloggiati nel centro d'accoglienza alle porte di Roma. Con un misero preavviso di 48 ore, in sordina, alle prime luci del giorno, funzionari dell'esercito si sono recati nella struttura, che verrà del tutto smantellata entro fine mese, per dare inizio allo smistamento e al trasferimento dei migranti alloggiati a Castelnuovo di Porto dove, per dieci anni, si è lottato contro mille difficoltà per dar luce a progetti di integrazione che hanno coinvolto oltre mille richiedenti asilo. Caricati sui pullman e condotti in altri centri periferici e più piccoli: questa la sorte di centinaia di profughi, mentre sono finiti letteralmente per strada i centocinquanta titolari di protezione umanitaria per cui, dall'entrata in vigore del decreto sicurezza, non è più contemplata l'accoglienza e il passaggio per gli Sprar. Ancora da definire le strutture che andranno ad ospitare la moltitudine di immigrati che sono stati "sfrattati".


In molti, già ieri, hanno fatto fagotto con i pochi beni personali e si sono diretti verso la più vicina fermata dell'autobus, (i più fortunati hanno rimediato un passaggio) direzione la capitale. Il pullman con a bordo i primi trenta migranti trasferiti, si è fermato in Campania e Basilicata, mentre per oggi era prevista la partenza di un altro mezzo con a bordo settantacinque immigrati. Partenza che è stata letteralmente bloccata e posticipata grazie all'intervento della deputata di LeU Rossella Muroni che, in segno di protesta, si è aggrappata al pullman in procinto di partire chiedendo di sapere con esattezza il luogo in cui sarebbero stati condotti i settantacinque a bordo. In mancanza di risposta e non avendo mollato la presa, la deputata ha costretto di fatto l'autista a cancellare la partenza, per ora rinviata fino a nuovo ordine. Già in mattinata centinaia tra italiani e romeni (per la forte comunità presente nel comune a nord di Roma) avevano fatto la fila per portare beni di prima necessità e vestiti ai migranti costretti a partire, molti dei quali in regioni del Nord certamente più fredde del Lazio. E se Salvini esulta parlando di «mega strutture dell'accoglienza, dove ci sono sprechi e reati» rivendicandone con orgoglio la chiusura, dalle opposizioni, dall'amministrazione comunale e dalla Chiesa piovono pesanti le critiche.


Se il Pd ieri aveva attaccato Salvini e la procedura, definita con «modalità che ricordano i lager nazisti», si è unito al coro dei dissensi anche il parroco della vicina chiesa di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, che si è detto «preoccupato e dispiaciuto» e ha aggiunto che i migranti deportati «non vengano trattati come bestiame». Durante una marcia di solidarietà organizzata da parte della cittadinanza in comunione con la vicina parrocchia, partita dalla chiesa di Santa Lucia verso il Cara, anche il vescovo della diocesi di Porto e Santa Rufina Gino Reali ha espresso il suo disappunto e ha definito «assurdo interrompere progetti di integrazione bene avviati con la partecipazione di tanti cittadini e volontari delle diocesi». Per il sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini, «si possono cambiare le politiche di gestione dell'immigrazione, ma non si possono sbattere le persone per strada». «Io non ho interessi – ha proseguito il primo cittadino – non entro nel merito politico del decreto sicurezza ma da sindaco chiamato a dare riposte immediate ai bisogni dei cittadini ribadisco che non è possibile mettere persone in mezzo alla strada da un giorno all'altro». Travaglini ha poi aggiunto di aver dovuto «attivare i servizi socio assistenziali, ho dovuto fare un ordinanza di protezione civile e allestire un presidio lì per le prime necessità di questi ragazzi». Non per ultimo, il sindaco si è reso protagonista in prima persona del concetto di accoglienza aprendo le porte di casa sua a una ragazza somala di venticinque anni, Mouna, una dei centocinquanta a cui spetta la protezione umanitaria sino al 2020 ma che non ha più diritto all'accoglienza negli Sprar. Parla di «primi frutti avvelenati del decreto sicurezza del Ministro dell'Inferno» la senatrice dem Annamaria Parente, mentre il Viminale difende ovviamente l'operazione e, attraverso una nota emessa in giornata, parla di «risparmi per circa un milione all'anno di affitto», tutti soldi che Salvini ha promesso di utilizzare per «aiutare gli italiani o chiunque abbia bisogno».


di Alessandro Leproux

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