Pugno duro di Caltanissetta su via d'Amelio,“Il più grande depistaggio della storia d'Italia”
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Pugno duro di Caltanissetta su via d'Amelio,“Il più grande depistaggio della storia d'Italia”


Il pool presieduto dal defunto Antonio La Barbera, poliziotto che indagò per primo sulla strage di via D’Amelio del 1992 dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, è ancora una volta nell’occhio del ciclone.


La motivazione depositata sabato scorso dai pm della Procura di Caltanissetta Stefano Luciani e Gabriele Paci, in riferimento alla sentenza pronunciata il 20 aprile del 2017, muove nuove pesanti accuse agli investigatori.


Gli inquirenti del ‘92 si sarebbero avvalsi di falsi testimoni e falsi pentiti informati ad arte sui contenuti da fornire nei vari interrogatori che si sono susseguiti in venti anni di processi.

I giudici, nelle 1865 pagine di motivazione, usano parole durissime contro gli autori delle indagini di allora: “Fu uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Il dito viene puntato appunto contro i servitori infedeli dello Stato, che secondo la Corte avrebbero contribuito a costruire una falsa verità attorno agli autori dell’attentato al giudice Paolo Borsellino, ucciso da un’autobomba il 19 luglio 1992.

Nella sentenza si legge come gli investigatori avrebbero “imbeccato una serie di piccoli criminali, dipingendoli come gole profonde di Cosa Nostra, per fornire una falsa ricostruzione di fatti e responsabilità”.


Il dispositivo riferito alla sentenza, emesso il 20 aprile del 2017, aveva condannato all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino, a dieci anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulici, giudicati ad oggi dalla Corte di Caltanissetta essere dei falsi collaboratori di giustizia. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di tante ritrattazioni nel corso del ventennale processo, i giudici dichiararono la prescrizione, concedendo l’attenuante del fatto che Scarantino fosse stato indotto a mentire da altri.


Gli altri, già. Si legge direttamente nelle pagine della motivazione che gli investigatori del 1992 erano “mossi da un proposito criminoso” e che “esercitarono in modo distorto i poteri”. Sarebbe stata direttamente la squadra guidata da La Barbera ad indirizzare l’inchiesta ed a compiere “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell'agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte", si legge sempre nella motivazione della Corte.


Quali erano le finalità di quello che appare come uno dei più clamorosi depistaggi della storia giudiziaria d’Italia? La Corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà". Prosegue poi la Corte: “L'occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage è nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l'opera del magistrato".

Parte della motivazione depositata sabato è poi dedicata alla famigerata agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il magistrato custodiva gelosamente nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato.


La Barbera, secondo i giudici ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre", si legge dalle righe depositate dai magistrati.

La Barbera è morto, l’inchiesta sull’agenda rossa scomparsa è stata archiviata, ma al Caltanissetta, soprattutto dopo questa sentenza, si continuerà a scavare in profondità partendo da una nuova inchiesta, già in fase avanzata, riguardante i poliziotti che facevano parte del pool del poliziotto morto.


Il 19 luglio, nel frattempo, l’anniversario della morte del giudice sarà ancora trascorso, un po’ in tutta Italia, con la cocente sensazione addosso che la strada per giungere alla piena verità è e sarà ancora lunga e tortuosa.


Alessandro Sticozzi

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