Quota 100 col trabocchetto, chi esce prima perde fino a oltre il 30 per cento



Chi pensava di poter lasciare il lavoro in anticipo rispetto ai vincoli della legge Fornero, sarà costretto a farsi bene i conti. Andare in pensione con quota 100 rischia di costare caro. Ed è forse per questo che, come dicono i rumors di Montecitorio, il governo non è preoccupato più di tanto sulla spesa per questa misura. Le previsioni indicano che solo la metà degli aventi diritto deciderebbe di usufruire di questa finestra proprio perché è penalizzante.

Secondo quanto è emerso dall’audizione alla Camera del presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, chi opta per la formula della quota 100, avrebbe una pensione decurtata da un minimo del 5% se l’anticipo dell’uscita è di un anno e oltre il 30% se è di più di 4 anni.


Il taglio è la conseguenza del modo con cui si calcola l’assegno previdenziale. Siccome l’ammontare della pensione dipende dai contribuiti versati, più si anticipa l’uscita, meno contributi si versano e quindi più basso è l’assegno che si andrà a percepire. È vero che la pensione verrebbe erogata per più anni ma anche tenendo conto di questo fattore, l’Ufficio Parlamentare di bilancio ha calcolato che, sommando i due fattori, si avrebbe comunque una penalizzazione, con una riduzione tra lo 0,58% e l'8,65%. Già l’inps aveva detto che un lavoratore medio della Pubblica amministrazione, andando in pensione a 62 anziché a 67 anni, avrebbe visto il proprio assegno ridursi di rica 500 euro. La sforbiciata dell’assegno indurrebbe quindi i potenziali fruitori a pensarci due volte prima di lasciare il lavoro in anticipo. La platea dei beneficiari di quota 100, pari a 437 mila persone, si ridurrebbe drasticamente e quindi anche la somma necessaria per finanziare questa misura pari a oltre 13 miliardi, circa il doppio di quanto stanziato in Manovra.

Pisauro ha detto che «stima del governo relativa alla spesa è incorporata l'idea che la metà delle persone che potrebbe utilizzare la misura non vada in pensione».L’Ufficio di bilancio ha anche espresso perplessità sulle stime di crescita indicate dal governo. «Il rallentamento congiunturale si è ulteriormente accentuato. Ne risulta confermata la previsione di una crescita dell'1,1% del Pil 2018, mentre emergono ulteriori rischi al ribasso relativamente al prossimo anno. Secondo le stime di breve termine dell'Upb la crescita del 2019 già acquisita risulterebbe pari allo 0,1%, rendendo l'obiettivo di aumento del Pil per il prossimo anno (1,5%) ancora più ambizioso di quanto già rilevato in precedenza».


Anche l’Istat ha corretto le stime sulla crescita. Secondo l’istituto di statistica per centrare l’obiettivo del Pil all'1,2% nel 2018, questo dovrebbe crescere nel quarto trimestre dello 0,4%. Ma è una prospettiva che difficilmente, potrebbe verificarsi dal momento che nell’ultimo trimestre la crescita è stata nulla e le anticipazioni indicano una ulteriore flessione «prefigurando una persistente fase di debolezza del ciclo economico».

Grande prudenza anche dalla Corte dei conti secondo cui «l'obiettivo della crescita dell'1,5% per il 2019 richiederebbe una ripartenza particolarmente vivace, e una ripresa duratura».

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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