Raggi: lascia o raddoppia? Le ipotesi in caso di condanna per la nomina del fratello di Marra

Raggi: lascia o raddoppia? Le ipotesi in caso di condanna per la nomina del fratello di Marra



Mentre il caso "manina" sul decreto fiscale tiene banco e totalizza l'attenzione mediatica e politica, si avvicina novembre. E che c'entra? Obietterà qualcuno. C'entra che per il Movimento 5 Stelle, il primo partito in Italia secondo il voto del 4 marzo, potrebbe arrivare un'altra valanga di problemi. La dura vita del governante, del resto, è costellata di molti ostacoli e grane e pochi riconoscimenti e per chi ha fatto fortuna banchettando con i disastri altrui il momento di pagare scotto, con la stessa moneta, è puntualmente arrivato. Le responsabilità governative non sono le stesse di quando si fa opposizione. Ogni parola pesa, viene registrata, catalogata e tirata fuori al momento opportuno per la controprova tra quanto si è detto, promesso e poi effettivamente fatto. Novembre, si diceva, sarà mese caldissimo per la stabilità dei pentastellati, obbligati a uscire dal guscio e a confrontarsi con la realtà. Al Campidoglio, sede del primo cittadino romano Virginia Raggi, segnano i giorni sul calendario con trepidante attesa. Il 10 del prossimo mese sarà infatti il giorno del giudizio per la prima grillina (assieme al sindaco Chiara Appendino di Torino) chiamata a dar prova delle capacità soltanto teorizzate quando era Ignazio Marino con l'acqua alla gola. Il 10 novembre il giudice Roberto Ranazzi, presidente della sezione monocratica, dovrebbe, salvo incidenti di percorso, leggere il dispositivo della sentenza riguardo il processo che vede imputata Virginia Raggi per falso in merito alla nomina di Renato Marra, fratello dell'ex capo del personale del Campidoglio Raffaele, alla Direzione del Turismo del Comune capitolino.


Per una grillina doc come la Raggi, le chiacchiere dovrebbero stare a zero: in caso di condanna, come da lei preannunciato, le dimissioni sarebbero istantanee. Il codice etico del Movimento parla chiaro. Ecco allora profilarsi due ipotesi:


Dimissioni del sindaco Raggi


In caso di dimissioni, l'iter prevede un periodo di venti giorni in cui sindaco, giunta e consiglio possono esercitare soltanto funzioni di ordinaria amministrazione. Passato il periodo lo scioglimento della giunta diviene efficace, il Prefetto nomina un commissario prefettizio in carica per un periodo massimo di novanta giorni, entro i quali, tramite decreto del Presidente della Repubblica su indicazione del Viminale, deve essere nominato un commissario straordinario, che eserciterà le funzioni di sindaco, giunta e consiglio entro il temine utile per l'indizione di nuove elezioni amministrative. In buona sostanza se la Raggi fosse condannata e prestasse fede a quanto detto, la giunta grillina decadrebbe e si passerebbe di nuovo per le elezioni.


Raggi resta in sella


Più complicato il discorso se Virginia Raggi decidesse di mancare alla parola data e rimanere in carica nonostante la condanna. Il primo passo, a quel punto, sarebbe l'uscita dal Movimento 5 Stelle, dove i condannati sembra non possano trovare spazio. Ma qui casca l'asino: uscendo dal Movimento il sindaco avrebbe poi comunque la maggioranza in seno alla giunta comunale? Probabilmente no, a patto che ad uscire dai 5 Stelle non sia solo lei ma anche la schiera di suoi consiglieri fedeli. In tal senso potrebbe trovare sponda in quanti sono al secondo mandato e, sempre per il codice interno al partito di Grillo e Casaleggio, non potrebbero comunque ricandidarsi una seconda volta. Una spaccatura difficile da immaginare, visto che i consiglieri al primo mandato probabilmente non avrebbero nulla da guadagnare ad abbandonare il cavallo vincente, almeno per ora, per seguire una figura politica che da quando è in carica ha progressivamente visto assottigliarsi la percentuale dei consensi.


In ogni caso, mentre Luigi Di Maio cerca l'ennesima sintesi con la Lega sui temi fiscali e del condono in un clima sempre più teso e in cui la facciata bonaria sinora adottata inizia a mostrare qualche crepa, quella di Roma potrebbe diventare la classica mazzata e falciare le gambe al sogno populista dei grillini, trasformando quel capolavoro tanto agognato e inseguito in nulla più che una bella cornice priva dell'opera d'arte. Il Campidoglio trema.


di Alessandro Leproux

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