Ranieri: «Parole di D’Alema frutto di un risentimento che speravo la vecchiaia attutisse»



Umberto Ranieri, più volte nel sottogoverno e noto per essere un esponente di spicco della corrente dei “miglioristi” del Pci, ma poi dirigente del Pd, dove ha ricoperto diversi incarichi dirigenziali, in un’intervista a Spraynews, non si ritrova con le affermazioni di D’Alema su Renzi ed esorta i dem a non appiattirsi troppo sulle posizioni grilline.


Massimo D’Alema è pronto a tornare nel Pd. Come commenta il discusso messaggio di fine anno?


«Il fallimento della scissione promossa da D’Alema e Bersani è sotto gli occhi di tutti. Questo spinge molti a tornare nel Pd. Le parole di D’Alema sono il segno di un risentimento che speravo la vecchiaia attutisse e che invece in lui sembra arrivare all’esasperazione. Non è il caso, tuttavia, di dare eccessiva importanza alle sue parole. I problemi seri sono altri».


Considerando che ha avuto modo di governare insieme all’ex premier, cosa è cambiato oggi in questo autorevole personaggio della politica italiana?


«Sono stato nella segreteria D’Alema, ma sono storicamente impegnato nel sostegno delle posizioni di coloro che furono definiti miglioristi e quindi ho sostenuto sempre, anche in contrasto con D’Alema, negli anni della svolta dal Pc al Pds, l’evoluzione del Pc in un partito socialdemocratico. Posizioni, quindi, ben lontane dall’ex presidente del Consiglio».


Renzi, a suo parere, è “una malattia incurabile”?


«Sono sciocchezze che un uomo politico accorto e colto non dovrebbe mai dire. Renzi ha guidato il Pd per alcuni anni convinto di poter contribuire a fare di questo partito una forza centrale della vicenda politica italiana e a consolidare quell’ispirazione che fu originariamente di Veltroni di una forza a vocazione maggioritaria, ovvero in grado di andare oltre i tradizionali confini e capace di conquistare consensi anche in settori lontani dalla tradizionale sinistra. Stiamo parlando di un’operazione molto impegnativa e difficile. Le cose, però, non sono andate per il verso giusto, sia per le resistenze che si sono prodotte nel Paese che nello stesso Pd, sia per errori commessi da Renzi che lo stesso ha pagato. Non fu uno sbaglio, comunque, la proposta di una significativa riforma delle istituzioni, sempre nel rispetto dei principi della Costituzione».


Il Pd deve avvicinarsi al centro e meno a quella sinistra che lo ha portato verso il suo minimo storico?


«Dovrebbe avere l’ambizione di assumere i caratteri di una forza centrale, che si candida a guidare il Paese sulla base di un consenso ampio. Questo non vuol dire mettere in discussione il rapporto con il mondo del lavoro e le fasce più deboli della società, ma costruire un partito forte di centrosinistra in grado di candidarsi al governo dell’Italia. E’ l’unica strategia da adottare, nonché quello che dovrebbe essere lo sforzo primario per chi oggi è al Nazareno».


Il Pd di Letta è meno centrista rispetto a chi lo ha preceduto?


«Non lo è mai stato. Il Pd è partito di centrosinistra che ha l’aspirazione di allargarsi ulteriormente, conquistando nuovi strati sociali. Occorre un’impostazione programmatica, nonché comportamenti orientati in tale direzione. E’ indispensabile una forza politica in grado di battersi per le grandi riforme, per rimettere in moto l’economia, per affrontare e superare il problema storico del divario, capace di parlare al mondo del lavoro, delle professioni e ai giovani».


Qualcuno accusa il Pd di essersi appiattito troppo sulle posizioni dei 5 Stelle e in modo particolare dell’ex premier Conte…


«C’è stata, soprattutto prima di Letta, una disponibilità eccessiva, se non di subalternità a temi e posizioni grilline. Tutto ciò non ha favorito il consolidarsi e il rafforzamento del Pd. Il nuovo segretario, comunque, si è mosso in modo molto più equilibrato, anche se sarebbe rovinoso per i democratici concedere troppo al Movimento, alle risorgenti ambizioni di gruppi populisti».


Tale alleanza nella sua Napoli è risultata un modello vincente…


«Osservando i risultati delle amministrative del Pd e dei 5 Stelle, non si direbbe. Il consenso che ha permesso a Manfredi di diventare sindaco di Napoli è frutto dell’autorevolezza della candidatura e di una stanchezza della città verso l’inconsistenza delle amministrazioni guidate da De Magistris. Facendo bene i conti, però, sia i democratici che i grillini escono ridimensionati».


Come ritiene stia amministrando la nuova fascia tricolore?


«Messi da parte gli atteggiamenti demagogici e le chiacchiere che hanno caratterizzato l’amministrazione precedente, il nuovo sindaco mostra consapevolezza sui problemi della città e una disponibilità a stabilire una sintonia con la Regione, nonché un confronto costruttivo con il governo nazionale, consapevole che una convergenza d’intenti tra Comune, Palazzo Santa Lucia e Roma sia indispensabile per superare le difficoltà in cui si dibatte Napoli. Si è visto anche in queste settimane sulle misure da adottare per il risanamento del debito che gravava sulle spalle di Palazzo San Giacomo».


Per tanti anni ha frequentato i corridoi di Montecitorio. Qualora si tornasse al voto, è disponibile a ricandidarsi?


«La mia esperienza parlamentare è stata lunga, interessante, faticosa e piena di soddisfazioni, ma si è conclusa. Sono in questa fase della mia vita impegnato negli studi e nel sostegno critico al Pd».


Tale indisponibilità vale anche per Napoli?


«Vale pure per la mia città».


Di Edoardo Sirignano

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