Renzi lavora al suo nuovo partito, i comitati civici come base, ma molti renziani resteranno nel Pd



Che Matteo Renzi volesse dare vita a un nuovo partito (il suo) e non a un partito nuovo (il Pd) lo sapevano in molti da mesi, compresi alcuni giornalisti, e con il relativo timing. Una vecchia volpe del Transatlantico, Augusto Minzolini, lo aveva scritto in un articolo uscito il 25 maggio, in piena crisi di governo e con all’orizzonte il governo gialloverde. Naturalmente, l’articolo di Minzolini era stato smentito dall’ufficio stampa dell’ex premier, ma con scarsa forza, e in questi mesi Renzi non ha mai smentito le ricostruzioni (tra cui quelle del sottoscritto) sui suoi sogni di gloria fuori dal Pd. Solo ieri, a ‘caos scissione’ scoppiato si è deciso: “Non uscirò mai dal Pd, non farò la scissione, non sono il burattinaio di nessuno né un capocorrente, mi occupo del Paese e non della Ditta”, etc. Tutte e solo tante chiacchiere. Del resto, i comitati civici “Ritorno al futuro” lanciati alla IX edizione della Leopolda, tenuta tra il 19 e il 21 ottobre, erano già in incubazione e, in questi mesi, si sono rafforzati. E se è vero che alcuni sono ‘in sonno’ o vivi solo su carta (220 realmente operanti sui 380 dichiarati, ma in crescita), il loro organizzatore, Ivan Scalfarotto, è un renziano che la fuoriuscita dal Pd l’ha teorizza apertamente in diverse interviste rilasciate a molti giorni mentre lo stesso ex premier ed ex leader dem ha ‘fatto correre’, senza smentita, tutti i retroscena che lo vedevano impegnato solo a formare la sua nuova creatura e non certo a occuparsi di congresso. Renzi e i suoi giudicano il Pd attuale, e pure quello venturo, “imbarazzante e inutile”, un “ferro vecchio da “dismettere”.


Insomma, il dado era già tratto da ben prima che la pochade della candidatura, per troppo tempo attesa, e poi del ritiro di Marco Minniti, dalla corsa alle primarie, si materializzasse. Tanto che, al convegno dell’area (il primo dell’era renziana visto che lo stesso Renzi si è sempre fatto un vanto di “non avere una corrente” e di non voler darne vita a una adesso), che i renziani hanno tenuto a fine ottobre a Salsomaggiore le due linee di faglia del renzismo erano emerse entrambe. La prima, quella di Renzi e dei suoi fedelissimi, era, appunto, “mani libere” e “nessun coinvolgimento” nelle beghe interne al Pd. La seconda, quella dei renziani – anche molti un tempo definiti ortodossi (Guerini, Giacomelli, Rosato), ma per lo più provenienti dalla ex Margherita, avevano detto, pur se in modo soft, che di uscire dal Pd non ne avevano voglia né poco né punto. Volevano restare, cioè, e impegnarsi a fondo per far vincere la gara a Minniti. Una faglia di divisione, quella emersa a Salsomaggiore, che, per un paio di mesi, è solo rimasta sottotraccia, ma che, alla fine - quando Minniti si è trovato di fronte al sostanziale ‘disimpegno’ di Renzi e ai suoi che recalcitravano anche solo all’idea di firmare un documento che li impegnasse a ‘non’ uscire dal Pd “qualsiasi cosa accada” (cioè, anche in caso di sconfitta del loro candidato), è esplosa portandosi dietro il – catastrofico, per tutti - ritiro della candidatura dell’ex ministro degli Interni. Insomma, “era già tutto previsto” avrebbe detto Riccardo Cocciante. Restano da capire, ora, solo i prossimi passi, da qui al 2019.


Renzi ha in testa un solo appuntamento, le elezioni europee. Renziani pasdaran (o fedayn) parlano di cifre elettorali “intorno al 20%: doppieremo il Pd, inchiodato al 10%, ma non vogliamo essere in concorrenza, solo arare terreni diversi. ‘Dopo’ ci potremo anche alleare, ma dopo…”. Sarà, si vedrà, certo è che un conto sono i sondaggi e le percentuali che ci si dà per farsi coraggio, un conto i voti. Il guaio è che i renziani che seguiranno Renzi saranno pochi, molti pochi, ma all’ex premier va bene così: innanzitutto, ‘non’ li vuole perché ritiene molti di loro ‘una zavorra’. E così, i renziani che seguiranno Renzi saranno pochi e tra loro non ci saranno nomi simbolo del renzismo storico, come Luca Lotti e Lorenzo Guerini, che hanno lavorato fino all’ultimo per convincere Minniti a candidarsi, ma solo una stretta cerchia di pretoriani (Ascani, Nobili, Marcucci, Parrini etc.). Una cerchia così ristretta – e asfittica - dalla quale potrebbe restare fuori persino Maria Elena Boschi, anche se c’è, invece, chi dice che sia proprio lei, la ex ministra, la più scatenata nel chiedere a Renzi di andare ‘oltre’ (e di molto) dal Pd e di dar vita alla nuova avventura. Certo è che, nella sua lista (nome e simbolo sono ancora da decidere), ci sarà molto spazio per la fantomatica – e troppo spesso citata a sproposito da tutti i partiti – ‘società civile’. Si fanno già i nomi della giornalista Rula Jebreal, dell’immunologo Burioni, dell’olimpica Bebe Vio, oltre ai ‘soliti’ imprenditori, professori, registi e, magari, attori, etc, e Renzi candidato capolista in più circoscrizioni elettorali. A tal punto interverrà il mondo dello spettacolo, a dare man forte al nuovo progetto politico di Renzi, un Pd 4.0, che si dice che, a sobillare l’ex sindaco di Firenze alla scissione, ci sia un imprenditore dello show bitz come Lucio Presta.


L’uomo che ha ‘piazzato’ il docufilm di Renzi su Firenze e che è tornato a nutrire ambizioni politiche ‘grandiose’, anche se, quando si presentò come candidato sindaco della sua città, Cosenza, l’avventura finì presto e male, un flop. Eppure, un gruppo, o meglio una falange macedone, a Renzi serve: dieci senatori e venti deputati, non di più, pronti a costituirsi in gruppo parlamentare per evitare la fastidiosa ma necessaria incombenza della raccolta delle firme, incombenza obbligatoria per tutti i nuovi partiti. Resta anche un’incertezza sul lancio della nuova creatura: subito, cioè a gennaio, per bruciare sul tempo Carlo Calenda che sta per lanciare il suo Fronte repubblicano - simile, per toni e contenuti, proprio alla proposta renziana - o dopo il congresso dem di marzo? Probabilmente dopo, una volta che Zingaretti avrà vinto. Ma anche se, per ventura, fosse Martina a spuntarla, nelle urne delle primarie, per Renzi cambierebbe poco. Alle elezioni europee, come pure alle prossime elezioni politiche, si presenterà con il suo nuovo partito. Tra i (pochi) fedelissimi che seguiranno Renzi c’è anche, e non a caso, Sandro Gozi. Il nuovo segretario dell’Unione dei Federalisti Europei, associazione fondata da Altiero Spinelli nel 1946, è la longa manus di Renzi che lavora in pianta stabile tra Parigi e Bruxelles. E’ stato Gozi a procurare a Renzi gli incontri dell’altro giorno con personalità di spicco della commissione Ue (Vestager, Juncker, Timmermans) e con esponenti dei raggruppamenti politici del Parlamento europeo che Renzi vuole prendere a modello (Verdi tedeschi, Liberaldemocratici, En Marche di Macron, Ciudadanos spagnola), in vista della nascita del suo partito. Certo, Gozi nega, agli amici, ogni proposito di scissione e non sa ancora che farà al congresso. Intanto si rammarica: “Stavo preparando incontri utili per Minniti, in Europa, dove già lo conoscono e stimano. Ci credevo, in Minniti”. Saranno Gozi e Scalfarotto ha tenere l’assemblea fondativa dei comitati, già prevista per il 12 dicembre a Roma, ma senza Renzi. Il movimento si chiama “cittadini2019.it” e il modello è una via di mezzo tra En Marche (selezione delle candidature dal basso) e Ciudadanos (rete web capillare). Lì verrà lanciata un Carta europea in cinque punti con una piattaforma anti-sovranista e anti-nazionalista e che verrà sottoposta a tutti i partiti nazionali in vista delle Europee. “Il Pse – spiega Gozi a un amico – non è autosufficiente, e lo sa. Noi non avremo uno Spitzenkandidat, decideremo le alleanze dopo il voto, provando a stanare il Ppe”. E il Pd? Potrebbe essere un buon compagno di strada, nulla di più.


di Ettore Maria Colombo

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