Renzi: siamo leali ma serve più centro nel centrosinistra, le mosse dell'ex leader Pd

Renzi: siamo leali ma serve più centro nel centrosinistra, le mosse dell'ex leader Pd



“Noi (usa il pluralia majestatis, ma intende dire ‘io’, ndr.) siamo la quintessenza della lealtà, molto più di quello che qualcuno pensasse di noi. Abbiamo subìto un fuoco amico pazzesco, ma siamo qui a dire votate Pd, perché siamo leali con noi stessi”. Matteo Renzi come back, è tornato, e lo si era capito ormai da giorni. Ieri si è presentato a Roma, al Tempio di Adriano, per tirare la volata alle candidature di Simona Bonafè e Nicola Danti, due renzianissimi candidati dal Pd nella circoscrizione Centro, per le elezioni europee. Ma nei giorni scorsi ne aveva fatte, una dietro l’altra, già ben due: una a Milano, con Carlo Calenda, capolista dem nel Nord Est ma con il suo logo, quello di ‘Siamo europei’, che serviva a sponsorizzare la candidatura di una ‘calendiana’, l’economista Irene Tinagli, e una a Roma, dove aveva raccolto i suoi (ex) giovani, i Millennials, per parlare di Europa e di massimi sistemi, ma in realtà – anche in quel caso - per aiutare sempre gli stessi, Bonafé e Danti. Non c’è che dire, l’ex premier ed ex leader del Pd è in palla, oltre che in forma, ed è tornato a far parlare di sé. Ieri, al tempio di Adriano, c’era il tutto esaurito: i renziani romani si erano dati appuntamento da tempo per applaudire e anche solo poter ‘vedere’ il loro beniamino. In realtà, l’applauso più scrosciante è stato per un fedelissimo della prima ora, Roberto Giachetti, che da giorni è in sciopero della fame (motivo per cui è finito anche in ospedale) di protesta al fine di salvare Radio radicale, messa in crisi (la convenzione con lo Stato è decaduta da ieri) a causa dell’ottusità del governo (e, in particolare, del sottosegretario all’Editoria, Crimi) che ha deciso di tapparle la bocca come sta cercando di fare con molti altri giornali.


Tutti, però, si aspettavano che Renzi parlasse di politica e, soprattutto, del suo (?) Pd e lui non ha deluso le attese. “Abbiamo a che fare con un presidente del Consiglio che è la somma di tutte le incompetenze, che è impalpabile sui dossier internazionali. E tanta è la spocchia che parla di sé in terza persona” dice Renzi (che lo fa a sua volta…). Siamo “alla dittatura dell'incapacità”, incalza, e “se uno non sa la differenza tra garantismo e giustizialismo, visto che Conte ha detto che per lui pari sono, vuol dire che non solo non sei in grado di fare il premier ma neanche di fare il professore”. Renzi, però, è sicuro che “Lunedì prossimo (cioè il giorno dopo le elezioni europee, ndr.) non succederà niente al governo. Questi i posti non li lasciano... il momento del redde rationem arriverà quando ci sarà da fare la legge di bilancio”. D’altra parte, a differenza di Zingaretti – che le elezioni anticipate le ‘sogna’ – Renzi non le vuole: troppo presto per i suoi progetti futuri che prevedono uno sganciamento, seppur ‘dolce’, dal Pd. A far capire che aria tira ci pensa il solito Giachetti, uno che non le manda a dire e che, soprattutto, dice sempre quello che Renzi pensa ma che non può dire. “Noi siamo diversi. Abbiamo perso le primarie ma siamo in prima fila” – si accalora Giachetti - a fare campagna per il Pd “anche se non condividiamo alcune cose. Vedere Speranza e Bersani nei manifesti sotto il simbolo del Pd mi fa venire i brividi”. Parole che suonano come una scudisciata contro Zingaretti, che proprio ai candidati di Mdp – ma anche della Boldrini e a Pisapia, tutti esponenti di area che col Pd avevano rotto, quando comandava Renzi – ha aperto le porte candidandoli.


Zingaretti, che in serata si presenta negli studi di Otto e mezzo, da Lilli Gruber, un po’ prova a rintuzzare le critiche dei renziani, un po’ prova a lisciare il pelo proprio a Renzi. Da un lato, rispetto all’intervista con cui l’ex leader diceva di ‘immaginare’ un ‘nuovo’ centrosinistra moderato e che, dunque, sia più centro e meno sinistra, si inalbera: “Questi schemi senza contenuti e credibilità contano poco. Serve una classe dirigente credibile e intorno a essa bisogna organizzare un campo di forze e poi serve un leader che ascolta, mette insieme ed è molto determinato”. Dall’altro, liscia il pelo a Renzi: “Considero l'intervista di Renzi un mio grande successo personale. Se guardiamo al dibattito congressuale, è la posizione che ponevo da tempo, mettere fine alla stagione dell'autosufficienza”. “Poi vedremo – continua Zingaretti - chi e come, ma ci sarà la possibilità di raccogliere anche parte di un elettorato moderato che non sta in un centrodestra egemonizzato da Salvini. Tutti devono fare conti con una straordinaria mobilità dell’elettorato che premia le scelte più credibili” conclude. Insomma, Renzi e Zingaretti, per ora, ancora ‘si studiano’. Ma la domanda è sempre la stessa: cosa ha in mente Matteo Renzi? Una nuova forza politica centrista, alleata con il Pd, ma che guardi anche al di là dei confini del centrosinistra “storico” o una nuova scalata al Pd per riprenderselo? La seconda ipotesi potrebbe prendere improvvisamente quota dopo le europee. A dispetto di quanto l’ex premier lascia intendere nell’intervista rilasciata oggi al Quotidiano nazionale, infatti, intervista nella quale parla esplicitamente di una riorganizzazione del centrosinistra in vista delle politiche e di elezioni che si vincono al centro, le sue parole – assicurano i suoi – non preludono (almeno non ancora) a una fuoriuscita dal partito.


Il punto di svolta saranno, però, i giorni successivi al 26 maggio, quando si determinerà il futuro del governo. Renzi non scommette sul voto anticipato già in autunno, come fa invece Zingaretti. Anzi, per l’ex premier un rinnovo così rapido del Parlamento sarebbe quasi una sciagura: non avrebbe tempo per costruire una nuova forza politica e uscirebbe dalle liste compilate dal nuovo segretario con una rappresentanza molto ridimensionata all’interno dei gruppi parlamentari, complicando pure l’ipotesi della reconquista. Questo scenario è l’unico che può metterlo in difficoltà. Se il Governo riuscisse a mangiare il panettone, infatti, Renzi sarebbe ben lieto di portare lo champagne. Innanzitutto perché rimane convinto che tenere incatenati al potere Lega e M5S farebbe male soprattutto a loro (è la famosa teoria dei pop corn), oltre che all’Italia. Dopo, perché da parte sua cambierebbe l’atteggiamento nei confronti di Zingaretti. “Finora siamo stati fin troppo leali – dicono i suoi – ma dopo le europee non garantiremo più quella unità interna, della quale ha goduto finora il segretario”. Le ferite accumulate in questi mesi sono state taciute in nome della campagna elettorale, ma non sono state di certo dimenticate: la promessa (non mantenuta) di una gestione unitaria, la questione umbra e il presunto ammiccamento al giustizialismo, la valorizzazione di membri della maggioranza interna che Renzi vede come fumo negli occhi (Orlando, Gentiloni, Franceschini, Zanda). Sono tutti temi che saranno posti sul tavolo una volta acquisito il risultato elettorale. Il quale, a sua volta, non sarà certo secondario. L’asticella del 25% posta dall’ex premier nell’intervista a Repubblica lo scorso 11 maggio è apparsa a tutti elevata. Ma se Zingaretti arriverà anche poco al di sotto di quella soglia, e magari davanti ai Cinquestelle, difficilmente potrà essere attaccabile. Discorso diverso se, invece, si attesterà intorno al 21-22%, soprattutto con un’affluenza che alle europee è genericamente più bassa che alle politiche. Nell’entourage renziano si preferisce guardare ai numeri assoluti: “Se la lista larga messa in piedi da Zingaretti metterà insieme tra i 6 e i 7 milioni di voti – sono i calcoli – il suo risultato non sarà molto diverso di quello del 2018, sommando i consensi di Pd, cespugli vari e almeno una parte di Liberi e uguali”. E allora la cosa sarà fatta notare.

La strategia sarà decisa solo dopo il voto, dunque. Bisognerà vedere i tempi di una eventuale crisi politica, si è detto, ma anche la tenuta di Zingaretti e l’atteggiamento che manterrà nei confronti della minoranza. Poi ci sono le scelte di Calenda, che i renziani vedono scalpitare per farsi un partito tutto suo, anche se lui smentisce questa ipotesi.


Tra l’ex ministro e il suo ex premier la competizione non è ancora aperta. A unirli c’è soprattutto il veto nei confronti di una possibile alleanza con il M5S, anche solo nella prossima legislatura, che invece non appare più come tabù per Zingaretti, come filtra dal Nazareno. Per il momento, Renzi si limita a tenere d’occhio le mosse di Calenda, al quale riconosce una grande abilità comunicativa. Se sarà lui il primo a tentare una fuga in avanti verso la nascita di un altro partito, poco importa, ma se le cose dentro il Pd dovessero precipitare, sarà meglio tenerselo buono. D’altra parte, Calenda non gode (o, almeno, non ancora) di una struttura organizzativa solida. I comitati di “Siamo Europei” registrati sul sito sono meno di cento, concentrati soprattutto nel Nord-Est e praticamente assenti al Sud. Quelli renziani dei comitati “Ritorno al futuro”, invece, sono già più di 800, e bene distribuiti in tutta la Penisola. Ne fanno parte molti elettori dem, ovviamente, ma anche persone orientate a scegliere +Europa o in uscita da Forza Italia. Una forza imponente, quindi, che potrebbe essere mobilitata al momento opportuno. Nel frattempo, a giugno, i comitati civici renziani animeranno un evento nazionale sulle fake news. Sarà la prima data da segnare in agenda per capire le mosse dell’ex premier. Seguirà, dal 5 al 7 luglio, l’assemblea nazionale di “Base riformista”, la componente guidata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini, che si riunirà a Montecatini Terme e farà sentire la sua voce di maggioranza relativa dentro i gruppi parlamentari di Camera e Senato, ma all’incontro ci sarà, come invitato, anche Zingaretti. Infine, dal 18 al 20 ottobre, il tradizionale appuntamento con la Leopolda. Per allora, le idee sul futuro di Renzi e dei renziani saranno sicuramente più chiare.


di Ettore Maria Colombo

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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