Righini: «Senza donne e senza identità, questa Rai rischia di perdere la bussola»


Manager quarantaduenne dalle idee chiare. Carismatico e dinamico, divide la sua vita tra arte, impegno sociale, scienza e famiglia, tra la Rai, con cui collabora raccogliendo e organizzando cortometraggi, al mondo dello sviluppo energetico, con quella curiosità che mosse gli uomini del Rinascimento e li portò a immaginare e a costruire un nuovo avvenire umanistico. Diego Righini è uno degli italiani del domani, su cui puntare per attivare un processo ponderato di modernizzazione umana e istituzionale di questo Paese.


Chi è Diego Righini?


Il General Manager di Itw Lkw Geotermia Italia Spa, la seconda azienda italiana di investimenti nel settore geotermoelettrico, dopo Enel. Sono un manager privato nell’ambito delle grandi infrastrutture e dei loro sistemi tecnologici nel settore termoelettrico.


Futuro e sviluppo. Se le dico “energia” cosa mi risponde?


È l’energia che garantisce sia la vita, che i servizi alle persone. Vita nel senso che oggi non possiamo immaginare un mondo senza tecnologia, anche come salvaguardia dell’esistenza, e “servizi” perché a tutti gli effetti, da quelli “immaginari” che possono essere le email o le telefonate, a quelli più materiali come i trasporti o le strutture sanitarie, tutto oggi dipende dall’energia.

Bene o male, ogni sistema artificiale che l’uomo ha creato, va in contrasto con il sistema della diversità e della resilienza. Quindi la grande qualità di un’azienda privata si deve pensare a un sistema energetico che costi meno, che sia più funzionale ma che nello stesso tempo sia resiliente a zero con l’ecosistema. Questa è la grande sfida per il futuro.

L’Unione Europea su questo sta fornendo delle linee guida abbastanza chiare e la direttiva che si sta approvando, la 2021-2030, si dà un obiettivo ambizioso del trentadue percento, perché l’energia derivi da fonti rinnovabili sempre più. Un traguardo che ho discusso in commissione a Bruxelles, che se da una parte è ambizioso, dall’altra non incentiva coloro che invece vorrebbero “fare meglio”.


Cosa intende? E soprattutto, l’Italia come si sta muovendo?


Il grande tema oggi sono le fonti rinnovabili, ma non si vuole determinare la reale distinzione, visto che la tecnologia lo permette, tra le linee di “basse emissioni” e le “emissioni nulle”. Su questo ho contribuito con una notifica specifica basata su motivazioni tecniche, industriali e scientifiche e spero che si vada a determinare, perché la direttiva dovrebbe essere entro dicembre, un ulteriore passo avanti.

La “ricaduta” non è solo un problema di Bruxelles, perché l’Italia su questo fa ancora peggio.

Il nostro Paese investe solo nell’eolico e nel fotovoltaico e non fa nulla per tutti gli altri settori che sono completamente abbandonati. La cosa peggiore è che pur spendendosi all’ottanta percento per l’eolico e il fotovoltaico, pari a quasi dieci miliardi all’anno, da oltre dodici anni non è stato fatto alcun tipo di progresso.

Questa è una palese bocciatura burocratica, dovuta a Maria Rosaria Romano che è alla guida di questo sistema, incapace di rinnovarsi continuamente, col rischio di una prospettiva di violazione delle nuove norme che vorrebbero evitare conflitti di interesse e corruzione.


Lei collabora con la Rai in veste di presidente del Festival Internazionale del film corto "Tulipani di Seta Nera". In cosa consiste il suo progetto?


Dopo l’università, provenendo dal mondo degli Scout, avevo il desiderio di continuare a dare una mano con il volontariato in maniera più adulta.

Con altri amici abbiamo messo in piedi, dapprima per gioco, quella che ora è diventata la prima rassegna di cortometraggi sociali del sistema radiotelevisivo italiano. Un appuntamento culturale che usa i corti per attirare l’attenzione del mondo del cinema, dell’opinione pubblica e delle istituzioni, creando una vetrina unica per cinque tipi di disagio sociale tra i più urgenti: i disabili, l’integrazione tra le differenti religioni culture ed etnie, l’insicurezza nel mondo del lavoro, la violenza di genere e infine sul concetto di “donna leader” del settore imprenditoriale e industriale, dimostrando come in Italia vi siano pregevoli esempi di donne poste a capo di settori importanti come quello scientifico, con astronaute o ricercatrici universitarie.


A proposito di Rai e di donne, un commento sulle nomine?


Prima che di nomine, parlerei della mancanza di dibattito. Cosa che ho attaccato in modo forte. Vista la modalità molto impattante del web, che offre un’infinità di informazioni alle persone che rischiano di perdervisi, un’azienda come la Rai deve tenere la barra dritta sui temi culturali. Deve tutelare i valori della costituzione italiana nella modernità. Vanno saputi utilizzare gli strumenti del nostro tempo. A testimonianza di questo vi è anche l’errore clamoroso, e un po’ dilettantesco, fatto dal Governo, nella fattispeice dal Ministero dell’Economia, per ragioni politiche, di nominare due uomini invece di due donne, quando tutti conosciamo la legge sulle “pari opportunità”. Se quel Cda fosse attivo, la sua nomina verrebbe contestata subito dal Tar per via delle quote di genere, e sarebbe annullata.

Il palinsesto non è deciso dai direttori di rete, e secondo me è sbagliato, in quanto è l’utente che oggi, secondo la visione futura di Salini, con il telecomando crea la propria "programmazione". Servirebbe la figura di un presidente Rai esperto, e se possibile donna, che rappresenti i valori costituzionali dell’Italia e dell’Europa, perché lo Stato è l’editore della tv pubblica e stabilisce i contenuti dei prossimi anni. La situazione, al momento, è fin troppo confusa.


E.R.

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