Roma se ci sei batti un colpo: cronache di immobilismo di un sindaco «a sua insaputa»

Roma se ci sei batti un colpo: cronache di immobilismo di un sindaco «a sua insaputa»



La tanatosi, ci insegna l'esperto, è uno stato di catalessi frutto di un preciso comportamento messo in atto da alcuni animali, sviluppato nel corso dell'evoluzione, che implica un irrigidimento totale del corpo e la cessazione di ogni movimento col fine di difendersi dai predatori simulando uno stato di morte. È un riflesso involontario, l'ultima carta nel mazzo quando è troppo tardi per fuggire. Ragionando per analogie viene da chiedersi che giungla debba mai essere il Campidoglio, quali temibili predatori lo circondino per indurre un tale immobilismo nel suo titolare e di conseguenza in tutta la macchina a lui facente capo.

Governare, si sa, è affare per pochi, specialmente a Roma, che della metropoli eredita tutte le difficoltà gestionali sommate alla singolarità di un luogo senza tempo e in cui per un problema che ci si accinge a risolvere ne spuntano altri due . Ma è proprio questo che si richiede a un leader (al sindaco nella fattispecie) la capacità, unita al coraggio e alla sfrontatezza, di portare avanti un progetto con la piena consapevolezza che ciò comporta molto probabilmente la perdita di una parte dei consensi. Scelte drastiche, a volte impopolari, ma necessarie, sono alla base del buon governo e sono peculiarità imprescindibile per un buon governante. Ma ciò che è ancora peggio di un governante dissennato e scriteriato è quello affetto da accessi di tanatosi acuta, quello che per paura di sbagliare non fa nulla e nasconde la testa sotto la scrivania. Ricordiamo tutti come è iniziata l'avventura di una giovane inesperta Virginia Raggi, catapultata nel cuore del cuore della politica italiana, chiamata al duplice e difficilissimo compito di risollevare una città decadente e di fungere da metro di paragone con il passato, trovandosi nella scomoda posizione di essere la prima grillina chiamata a un ruolo di responsabilità così vasto. Un semplice «No». Questo il primo atto da sindaco della capitale, il no alle Olimpiadi 2024 di cui Roma sembrava la naturale e predestinata sede, dopo il successo del 1960. Motivo? Possibilità concreta di infiltrazioni della malavita nei cantieri che sarebbero sorti per le strutture appositamente pensate per i giochi. Di lì in poi, con rare eccezioni, il modus operandi, o meglio dire pensandi dalle parti del Campidoglio, non si è mai scrollato di dosso questa etichetta. C'è chi se la immagina, il sindaco Raggi, seduta sullo scranno del potere con la città che crolla (purtroppo molto poco metaforicamente) ai suoi piedi. Un Nerone moderno che al posto dell'arpa contempla la caduta della città eterna con una monetina in mano, perennemente indecisa sul da farsi. Lacerata dal dubbio, logorata da un sogno infranto l'istante dopo aver messo piede nella tana della lupa, quando si è resa conto che a dissipare il patrimonio elettorale costruito su promesse e ambizioni si fa molto prima che ad accumularlo.


L'ultima trovata che certifica la via di mezzo che il Campidoglio sembra deciso a portare avanti, quella con i piedi in due staffe, è scaturita dal caso mediatico di cronaca nera che vede protagonista una giovanissima ragazza, la Desirée che occupa le prime pagine dei rotocalchi, uccisa in circostanze torbide ancora da chiarire. C'è di mezzo il degrado in cui la città verte in moltissime zone della periferia e non (San Lorenzo è cuore pulsante della città), c'è il senso di abbandono di una parte della popolazione che convive giornalmente con la criminalità, lo spaccio, la prostituzione. C'è il dramma personale di una giovanissima ragazza caduta nell'incubo della droga e rimasta uccisa dopo aver subito violenze indicibili. C'è insomma lo specchio, uno specchio di Roma, che certifica l'urgenza di certi interventi troppo a lungo rimandati. C'è poi la risposta, appunto, tiepida, mite, raffazzonata del sindaco: ordinanza di stop alla vendita degli alcolici dopo le ore 21 per il quartiere di San Lorenzo, la solita, ennesima risposta palliativa a un problema molto più vasto e che finirà soltanto per scemare così come è nata, arrecando semmai qualche danno ai commercianti di uno dei quartieri più vivi della capitale, soprattutto per le sue serate popolate da giovani e vecchi. Invece di occuparsi di petto, o pronunciarsi in merito all'incuria, all'abbandono, al fatto che oltre cento stabili in città siano occupati e adibiti a covi dell'illegalità, è più semplice ritrarsi, negare il problema alla radice, fingersi morti. «Nell'arco di dieci anni Roma non si sa dove sia finita. Non ha nemmeno più il nome. Il sindaco è una decalcomania rispetto a illustri predecessori, se non c'è qualcuno che rappresenta la città tanto meno il romano si assume la colpa dello stato attuale e si fa andare bene il processo di scarico di responsabilità verso frange più deboli o emarginate della società. Manca la città, manca la gloria, la civiltà. In quindici anni Roma è rimasta ferma e quello che di buono c'era è sparito». È questo l'esordio del critico d'arte e sindaco di Sutri Vittorio Sgarbi, ospite di TgCom 24 a Fatti e Misfatti di Paolo Liguori, in un'analisi dello stato catatonico in cui la città verte. Poi l'affondo sulla Raggi: «Il fumo positivo di Rutelli e Veltroni è diventato una nebbia in cui non si vede più nulla, con un sindaco ignaro di tutto, sindaco a sua insaputa. Una città senza sindaco è una città senza testa». E ancora: «Il sindaco rappresenta l'orgoglio della città, questa invece è una sguattera non in grado nemmeno di fare la sguattera». La tocca piano, come di consueto, Sgarbi che poi profetizza un ruolo di commissario straordinario di Roma per il titolare del Viminale Matteo Salvini. «Degrado, incuria e inciviltà sono conseguenze dell'assenza del sindaco, ma per sua fortuna Roma è la capitale dell'Italia e c'è una supplenza di un leghista che dovrebbe essere un nordista, arrivato a Roma con molte idee e molta forza, che sarà probabilmente il commissario di Roma». Ultima chiosa, l'affondo finale, la definizione di «nulla» con cui congeda il pensiero sulla Raggi e sulla capitale: «Questa donna è il nulla e Roma è diventata il nulla».


Parole di piombo, macigni sulle spalle di un giovane avvocato che ha fatto il passo più lungo della gamba e nella paura di cadere anzitempo ha usato (per poi essere usata) come stampelle figuranti e faccendieri di quella specie che riempie le pagine della cronaca giudiziaria e i fascicoli della Procura. Ma non è forse vero che per chi dorme la realtà è quella onirica e il mondo reale nulla più che un incubo? Se ci sei, sindaco Raggi, batti un colpo, vero e deciso. Non il solito mezzo colpo.



di Alessandro Leproux

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

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