“Sangue del tuo sangue”, tra fiction e realtà: Andrea Biavardi parla del suo ultimo libro

“Sangue del tuo sangue”, tra fiction e realtà: Andrea Biavardi parla del suo ultimo libro


«Cronista sono nato e cronista voglio continuare ad essere». E’ una vera dichiarazione d’amore quella di Andrea Biavardi per il giornalismo e per chi nel mestiere «più bello del mondo», ci mette passione, curiosità, voglia di cercare le notizie e di raccontarle. Per chi consuma la suola delle scarpe per portare in redazione lo scoop. Il direttore di “For Men Magazine” (en passant l’unico magazine per uomo che mette gli uomini in copertina), di “Giallo” e di “Airone”, tutte riviste del gruppo Cairo Editore, da qualche giorno è in libreria con la sua ultima fatica, “Sangue del tuo sangue”, un romanzo noir, di quelli che si leggono d’un fiato, fino all’ultima pagina, perché non vedi l’ora di scoprire come va a finire la storia. Modenese doc, per la precisione di Spilamberto, Biavardi ha iniziato a 19 anni a lavorare al Giornale. Montanelli lo ha incontrato, ci racconta, solo un paio di volte, quando il mitico direttore si presentò nella redazione emiliana.


Ci racconti come è stato l’incontro con questo gigante del giornalismo?


«Un giorno Montanelli venne in visita alla redazione locale. Salutò i colleghi, sapeva i nomi di tutti noi, e quando arrivò davanti a me disse: “Biavardi ti seguo sempre”. Non sapevo che dire, ero imbarazzatissimo. E poi figurati, in Nazionale avevo scritto solo due pezzi! Questo per dire dell’attenzione di Montenelli anche ad una realtà minore quale poteva essere la redazione di Modena. E’ stato il più grande giornalista che abbiamo avuto in Italia. Un uomo libero senza padroni. Ma tra le figure luminose del mestiere non posso non ricordare il mio conterraneo e maestro insuperabile, Enzo Biagi. Ecco, dovremmo cercare tutti di ricordarci di questi due personaggi, ogni volta che ci mettiamo alla scrivania a fare il nostro lavoro».


Certo, la professione non è più quella di una volta. Non crede che internet abbia profondamente modificato il nostro mestiere? Che insomma il giornalismo abbia perso un po’ l’anima in nome della velocità a tutti i costi?


«E’ innegabile che il giornalismo sia cambiato però io sono ottimista. La scrittura è e rimane un lavoro artigianale. Il mezzo è importante, ci mancherebbe, ma è il contenuto quello che conta davvero. Facciamo questo mestiere perché siamo curiosi, perché abbiamo la passione per la notizia, ci piace scovarla e poi raccontarla. Raccontare e scavare nei fatti è il nostro mestiere. La cosa importante è cercare sempre di essere obiettivi. E’ un parolone lo so, però non è impossibile ed è quello cui dobbiamo tendere con onestà intellettuale. Il cronista non può e non deve inventare. Può enfatizzare, e da questo punto di vista la cronaca nera è una scuola straordinaria, ma sempre restando fedele ai fatti. A volte quando nelle trasmissioni tv cui mi invitano arriva la fatidica domanda: secondo lei come è andata?” io rispondo che non ho opinioni, non posso avere opinioni. Devo leggere gli atti, ascoltare gli inquirenti, raccogliere informazioni, rifarmi alle mie fonti».


Biavardi lei è al suo quarto libro. Con “Sangue del tuo sangue” si è cimentato per la prima volta con un noir. Come nasce l’idea?


In casa editrice, alla Cairo Editore, mi avevano proposto da tempo di fare un giallo. Lì per lì ho avuto qualche remora, perché col settimanale “Giallo” mi occupo di fatti di cronaca nera, di delitti veri, e mi sembrava di mancare di rispetto alle famiglie delle vittime. Poi ci ho riflettuto e ho capito che un romanzo, una fiction, poteva essere una modalità utile per lanciare dei messaggi. Per dire nel caso di “Sangue del tuo sangue” uno dei messaggi è la lotta al femminicidio, visto che la vittima è proprio una ragazza che si trova in una situazione in cui non avrebbe dovuto trovarsi. La violenza sulle donne è la più brutale e vigliacca delle violenze».


Nel testo ci sono elementi che ci riportano alla cronaca vera?

«Il libro è chiaramente ispirato a episodi veri è in un certo modo un puzzle romanzato di situazioni reali. Anche per quel che riguarda l’aspetto investigativo. Primo fra tutti il tema del dna. Del dna abbiamo sentito parlare per mesi anzi per anni, vedi il caso Yara-Bossetti. E l’assassino infatti viene identificato proprio attraverso l’esame del dna».


Ma la domanda è: ci si può fidare del dna, o meglio, ci si può fidare ciecamente?


«La risposta è il dna non sbaglia. Il dna è la scienza moderna, però come ci insegnano gli inquirenti e gli uomini di diritto non può essere l’unico approccio, ci sono altri protocolli che vanno seguiti e rispettati. L’indagine scientifica, per dirla in altro modo, va inserita in una serie di prove logiche coerenti. E’ la logica che porta alla soluzione di un caso e sono proprio le indagini tradizionali che servono a costruire queste prove logiche. Una volta chiesi ad un ufficiale dei carabinieri che faceva una indagine importante se esistesse il delitto perfetto».


Cosa le rispose?


«”Sì esiste, quando lavoriamo male”. Che vuol dire che anche l’indagine scientifica ha bisogno di tutta una serie di parametri da rispettare. Faccio un esempio: le prime impronte che trovano sull’uscio di Chiara Poggi a Garlasco sono le impronte dei carabinieri. Era stata inquinata, senza rendersene nemmeno conto, la scena del crimine. Lo stesso discorso lo si può fare per qual che riguarda il delitto di Perugia, l’omicidio di Meredith Kercher. II dna che portava a Sollecito viene esaminato con oltre 40 giorni di ritardo e di conseguenza la prova è invalidata».


Noir ma anche storia d’amore “Sangue del tuo sangue”?


«Sì, i protagonisti sono Aurora una bellissima modella e il capitano dei carabinieri Massimo Ademarchi. Un rapporto intenso pieno di colpi di scena, ma non voglio dire di più per non rovinare il finale. Ma oltre a una storia d’amore è anche una storia di persone, un modo per raccontare cosa succede in quelle famiglie dove c’è chi si occupa per decine di ore al giorno della risoluzione di un caso. Una vita straniante e totalizzante, dove gli affetti fanno fatica a farsi spazio».


Dove c’è un delitto c’è anche un giornalista a cavalcare la notizia. Succede anche qui?


«Diciamo che c’è anche uno spaccato sul ruolo media. A seguire il delitto è Valentina, una giornalista televisiva abbastanza spregiudicata, protagonista di programmai che ricordano da vicino quelli che ci capita a volte di vedere in tv».


Quanto pesano i media nel creare quelli che diventano i “casi” di nera?


«I media pesano nel senso che in qualche modo fanno pressione - una pressione salutare, aggiungo - affinché un caso venga risolto presto e bene. Non pesano invece sul versante giudiziario, come ci dimostra il caso di Stasi, il biondino dagli occhi di giaccio, che prima di essere condannato definitivamente dalla Cassazione era stato assolto due volte. Penso che in genere i magistrati siano impermeabili alle pressioni dei media. Quel che è certo è che i mass media influenzano se stessi nel senso che articolo chiama articolo, trasmissione chiama trasmissione».


Capita anche che un imputato o un testimone non parlino davanti al giudice ma davanti alla telecamera diventino loquaci. Strano fenomeno.


«E’ un segno dei tempi. Ricordo che nel caso Ragusa, Antonio Logli davanti ai giudici che lo volevano interrogare si avvalse per ben due volte della facoltà di non rispondere salvo poi andare in tv a sproloquiare. E’ chiaro che i giudici di fronte a questi comportamenti si trovano a stigmatizzare. Lo stesso è accaduto per Bossetti. Insomma, se uno decide di parlare è bene che lo faccia prima davanti ai giudici».


Il capitano Demarchi del suo libro è un personaggio dal profilo ben definito. Ha pensato a farne il protagonista di un prossimo romanzo?


«Nella mia testa sì, il seguito c’è. Aurora e Demarchi sono destinati a vivere una storia d’amore intensa. Il loro è un rapporto complicato e intricato che potrebbe benissimo dipanarsi in una prossima avventura».


Dall’alto della sua esperienza sulla tolda di comando di “Giallo” cosa risponde alla domanda su cosa c’è generalmente alla base di un delitto?


«Nel mio romanzo, ma anche nella realtà che seguo tutti i giorni nella costruzione del settimanale, c’è spesso la mancanza di amore in famiglia. Molte risposte vanno cercate lì».


Un ultima domanda Biavardi. Alla tua terra ha dedicato oltre al libro autobiografico “Fuori dal coro” anche “Emilia la dolce” una serie di racconti ambientati in un paese di fantasia nel quale è riconoscibile Spilamberto. Anche qui c’è molta realtà?


«Sì i protagonisti che danno vita a questi racconti sono ispirati a personaggi ed eventi realmente accaduti nel mio paese. E la soddisfazione più grande è stata quella di avere due righe di complimenti da Pupi Avati. Un onore straordinario».


Giampiero Cazzato

Iscrizione n° 144/2017       del 28/09/2017 del Registro della Stampa;        Tribunale di Roma

Direttore Responsabile:      Monica Macchioni

Editore: Ultra! S.r.l.-Via E. Gianturco 5-Roma

                         P.I.: 13394291002