Sbarcati a Malta i migranti del dirottamento: 5 arresti, Salvini esulta ma i suoi numeri non tornano

Sbarcati a Malta i migranti del dirottamento: 5 arresti, Salvini esulta ma i suoi numeri non tornano



Sono iniziate alle 9.30, presso il molo di Boilers Wharf, a sud de La Valletta, le operazioni di sbarco dei 108 migranti a bordo del mercantile turco El Hiblu 1, protagonista ieri del dirottamento che ha rischiato di provocare l'ennesimo incidente diplomatico tra Italia e Malta. Poco dopo essere stati strappati alle onde e aver appreso che l'imbarcazione stava facendo rotta verso la Libia per riconsegnarli alle autorità di Tripoli, un gruppo dei migranti a bordo ha minacciato e costretto a virare verso Lampedusa il capitano, rimasto ostaggio degli "ammutinati" sino all'intervento della Marina militare maltese, che ha abbordato la nave, dove nessuno dei presenti a bordo ha opposto resistenza, e l'ha infine scortata presso le sue coste.


«Non ci sottrarremo alle nostre responsabilità nonostante le nostre ridotte dimensioni. Seguiremo di conseguenza tutte le regole internazionali», le prime parole del premier maltese Joseph Muscat, che ha acconsentito allo sbarco dei 108 migranti, tra cui figurano 19 donne e 12 bambini. Aveva parlato di «pirati» che avrebbero visto l'Italia «col binocolo» il vicepremier leghista Matteo Salvini, infuriato dopo aver appreso del dirottamento di migranti probabilmente consci che, qualora riavessero messo piede in Libia, sarebbero stati nuovamente rinchiusi nei centri di detenzione sempre più simili a lager. È apparso invece soddisfatto oggi il ministro degli Interni, dopo aver appreso dell'operazione maltese, dichiarando che «è la dimostrazione che l'immigrazione è gestita da criminali e va bloccata con ogni mezzo lecito necessario». Secondo le prime ricostruzioni del caso, sembrerebbe che i migranti volessero recarsi a Lampedusa, ma già nel corso della nottata era apparso chiaro che la rotta della petroliera turca puntasse verso Malta. Una nottata di incertezze e tensioni, visto che in un primo momento l'isola a metà tra la costa italiana e quella libica aveva schierato le navi della marina militare in difesa dei propri confini territoriali. Un'incertezza alimentata anche dalla scarsissima presenza di controlli nel bacino da quando l'operazione Sophia è stata alterata ed è stata scongiurata la presenza di navi di pattugliamento che, dopo la quasi totale scomparsa di altrettante navi delle Ong, rendono il Mediterraneo un limbo dove si rischia la vita nel silenzio e nell'anonimato.


Sbarcati nello stesso molo dove mesi fa riuscirono a toccare terra i migranti a bordo della nave Ong Aquarius, cinque dei 108 del El Hiblu 1 sarebbero stati identificati come i dirottatori del mercantile e quindi arrestati dalle autorità maltesi. Una vicenda, quella del dirottamento, che ha fatto molto discutere anche in Italia, divisa tra chi li ha considerati dei pirati e chi ha intravisto nel gesto disperato la scelta del male minore, il carcere a Malta, piuttosto che la detenzione nei centri libici. C'è anche chi, come Giorgia Linardi, portavoce della ong tedesca Sea Watch, non usa mezzi termini e parla con cognizione di causa di un «olocausto» ai danni dei richiedenti asilo rinchiusi, torturati e spesso uccisi nei centri di detenzione in Libia. Un sistema non solo conosciuto, secondo la giovane comasca, «ma sponsorizzato» da Unione Europea, Italia (e quindi questo governo) e Libia. Nel corso di un'intervista a Radio Capital, durante la trasmissione Circo Massimo, l'attivista ha inoltre smentito, come già avvenuto a mezzo stampa da altri attivisti o da fonti Onu e Unhcr, i numeri "trionfalistici" presentati dal vicepremier Matteo Salvini, secondo cui, da quando il governo e la politica dei "porti chiusi" sono in auge, ci sarebbe stato solamente un morto nel Mediterraneo nella rotta che dal nord Africa conduce all'Italia. Numeri che non collimerebbero affatto con i dati presentati dall'Organizzazione Mondiale per le migrazioni e dall'Unhcr, che parlano di almeno 150 morti dall'inizio del 2019, stime per altro a ribasso considerata la difficoltà nel reperire informazioni, sia per la scarsa presenza di pattugliamenti, sia perché spesso ci si rifà alle testimonianze dirette dei sopravvissuti, che non sempre ci sono dopo un naufragio in mare aperto. Non solo i dati sarebbero "contraffatti", ma le stime parlerebbero di un inasprimento della situazione già grave nel 2018, quando sono state certificate 358 morti nel Mediterraneo centrale. È un dato infatti che il numero di sbarchi e di partenze sia stato ridotto, ma è altrettanto vero che proprio in rapporto al loro numero (circa dieci volte in meno rispetto allo scorso anno) la conta dei morti e quindi la pericolosità della tratta siano incrementate vertiginosamente.


In quanto al solo morto "rivendicato" dal ministro degli Interni, il riferimento va al finora unico cadavere rinvenuto in acque italiane sebbene i morti continuino ad esserci e, come è logico aspettarsi, vengano quasi tutti recuperati (quando vengono recuperati) in acque di territorialità libica, dove avviene il maggior numero di partenze.


di Alessandro Leproux

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