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Si ribella alla famiglia e fugge dal matrimonio combinato, diciottenne pakistana sotto protezione



Appena compiuti 18 anni, è scappata di casa per correre via dall’incubo. È fuggita da mesi di maltrattamenti, dalle minacce di essere riportata in Pakistan, terra d’origine della sua famiglia, dal divieto di vivere e pensare l’Occidente, di fondersi col nostro mondo, dall’obbligo di un matrimonio combinato. A Brescia, una ragazza abbandona la sua casa, la sua famiglia e il dramma di una tradizione lacerante. Lei, forse, più fortunata di Farah, diciottenne di Verona di origini pakistane fatta abortire perché il padre del bimbo era italiano, Sana Cheema, la venticinquenne pakistana uccisa il 18 aprile nella città natale dei genitori per aver rifiutato le nozze combinate, o Hina Saleem, ammazzata dal padre a vent’anni perché voleva vestire all’occidentale.

La diciottenne, residente in provincia di Brescia, ha lottato per mantenere la propria indipendenza, fino a denunciare quanto era costretta a subire ed ora è stata tolta alla famiglia ed è sotto protezione. Ha raccontato il suo dramma prima alle amiche e poi alla Polizia e agli assistenti sociali, ha parlato del padre padrone che l’avrebbe controllata in tutto e per tutto, arrivando anche a chiuderla in casa stabilendo quando, come e con chi potesse uscire.

Ora è al sicuro e ha meno paura anche se porta dentro la sofferenza di ogni donna musulmana che volta le spalle alla figura paterna.

Una macabra danza tribale sulla pelle di molte donne del Pakistan che continua a porre dubbi seri sulla capacità d’integrazione reale tra civiltà e identità lontane.


E.R.


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