Sindacati uniti in piazza, non è una novità, ma sono insieme agli imprenditori contro il governo



“Il governo cambi marcia” e “ascolti questa piazza, se ha ancora un briciolo di intelligenza”. “Incontrano i gilet gialli e non trovano il tempo per vedere noi” (Landini). “Il governo esca dalla realtà virtuale” (Furlan). “Questo è il governo del cambiamento, sì, ma in peggio!” (Barbagallo). Leit motiv: “Serve una scossa sui temi del lavoro”. Oggetto del contendere: manovra economica (“sbagliata”), reddito di cittadinanza (“un errore”) e quota cento (“un azzardo”).


Ecco alcuni degli slogan da comizio sentiti oggi in piazza. I sindacati (ri) discendono in marcia contro il governo. La notizia, si potrebbe anche dire, è una ‘non’ notizia perché, in Italia, da quando mondo è mondo, e a prescindere dalla numerazione delle ‘Repubbliche’, il gioco delle parti è questo: i governi si susseguono e i sindacati scendono in piazza contro essi. Succedeva nella Prima Repubblica. La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, almeno dalla fine degli anni ’60, scendevano sistematicamente in piazza contro i governi della Dc. Vi fu, all’epoca, una sola – e storica – eccezione: la scelta dei sindacati confederali di Lama, Carniti e Benvenuto di appoggiare la ‘politica di austerità’. Succedeva nella Seconda: i sindacati in piazza contro i vari governi Berlusconi erano la regola, ma succedeva, a volte, anche contro i governi di centro-sinistra. In quel frangente, la Cgil superò sé stessa: con Cofferati riuscì a riempire le piazze sia contro Berlusconi che contro Prodi… ‘Ci sta’ che succeda nella Terza: sindacati confederali – fuori dei quali c’è l’Ugl, storicamente vicino all’Msi-An e ora alla Lega e i sindacati extra-confederali e di base, di estrema sinistra – che scendono in piazza contro il governo gialloverde. Ma stavolta, le cose sono andate in modo diverso. Innanzitutto, la manifestazione organizzata in piazza San Giovanni era stata convocata, inizialmente, a piazza del Popolo, molto più piccola, poi si è capito che la risposta della gente – e non solo dei militanti - sarebbe stata buona e la si è spostata in piazza San Giovanni, ben più grande e complicata da gestire, oltre che sempre un azzardo, riuscire a riempirla.: operazione riuscita. In piazza, almeno in 100 mila, se non in 200 mila, come hanno esultato, i sindacati erano. E Landini si è pure potuto permettere lo sberleffo: “Ci sono troppi che danno i numeri in questo Paese e a loro dico contateci voi”.


È stata la ‘prima’ del nuovo segretario della Cgil, il ‘rosso’ e barricadero Maurizio Landini, ex leader delle ‘tute blu’ della Fiom. Una ‘prima’ riuscita, ma anche questo era prevedibile: Landini sa ‘tenere’ la piazza, sa fare i comizi, sa urlare (anche troppo) e, insomma, sa farsi ascoltare. Neppure la ritrovata unità interconfederale, dopo mesi, se non anni (l’ultima manifestazione unitaria di Cgil-Cisl-Uil, confluita sempre in piazza San Giovanni. risale al 2013) di dissapori e scontri, tra la Cgil della Camusso da un lato e la Cisl della Furlan dall’altro è una notizia. I sindacati hanno perso ‘peso’ specifico e potere, oltre che molti iscritti: la Cgil si è lacerata per un anno in un lacerante congresso, la Csil ha perso smalto e capacità di relazione con il sociale, la Uil di Barbagallo è un sindacato ormai ‘di risulta’, che perde iscritti e peso politico in modo inesorabile, non aiutata da un segretario simpatico, ma debolissimo. Insomma, l’unione fa la (decrescente) forza, è il motto.


Così, si era capito sin dall’elezione di Landini – arrivato alla segreteria della Cgil al congresso di Bari, meno di un mese fa, dopo un lungo ‘braccio di ferro’ con il leader dei riformisti interni, Vincenzo Colla, che all’ultima ora si è ritirato dalla corsa per acconciarsi a fare il vicesegretario – che la strada del ritorno a una – discreta – unità confederale sarebbe stata battuta subito, dal neo leader della Cgil. Landini - dopo anni in cui ha autoescluso la Fiom dalla firma di molti contratti, nella categoria dei metalmeccanici, specie quelli per il settore automobilistico, dove era entrato in pieno e durissimo scontro con l’ex ad Fiat Marchionne – come neosegretario di ‘tutta’ la Cgil ha fatto la scelta più giusta e più furba. Imboccare la strada dell’unità sindacale in modo convinto per restituire slancio e peso specifico alla sua organizzazione, oltre che all’interno mondo sindacale. A tal punto che si parla, ormai, e paradossalmente proprio con Landini segretario della Cgil, di un processo, quello della mitica strada verso il ‘sindacato unico’ confederale, che potrebbe, dopo anni di screzi e sgambetti, oggi avviarsi.


La vera novità di oggi, però, è un'altra. Per la prima volta, gli imprenditori sono scesi in piazza ‘con’ i sindacati. Certo, si è trattato, oggi, ‘solo’ degli industriali emiliani (e, in particolare, romagnoli) che vogliono che continuino le trivellazioni nel mare Adriatico (il governo le ha stoppate) perché vedono sfumare, altrimenti, migliaia di commesse, oltre che posti di lavoro: in ogni caso vedere lo striscione di Confidustria Emilia-Romagna il suo bell’effetto lo faceva. E anche gli industriali del Nord Ovest sono scesi in piazza, a Torino, con i sindacati, chiedendo a gran voce che la Tav Torino-Lione si faccia. E l’insoddisfazione e dello sconcerto che regna tra i piccoli e medi imprenditori del Nord Est per le mosse del governo – a tal punto da chiedere al loro referente politico, la Lega di Salvini, di mollare i 5Stelle e aprire la crisi di governo – è, ormai, un segreto di Pulcinella. Persino loro, i ‘padroncini’ solidarizzano più coi loro operai che con ‘quelli di Roma’. Di tutte queste insoddisfazioni, paure e critiche del mondo imprenditoriale italiano si fa portavoce, con sempre più autorevolezza, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: ha iniziato la sua presidenza tra mille inciampi, ma ha poi acquistato, via via, sempre più ruolo e protagonismo. E proprio Boccia, supportato dai suoi e anche dai ‘non’ suoi, ha dato vita a una nuova e feconda stagione di ‘dialogo’ con il sindacato.


Certo è, in ogni caso, che era dai tempi della ‘politica dell’austerità’ degli anni 70 e, anche, dal ‘patto sui salari e la produttività’ del 1992-’93 (ma si era in un’altra fase altrettanto drammatica del Paese, tra svalutazione della lira, crisi economica e crisi politica), che organizzazioni datoriali e sindacale non sentivano così vicini i loro destini, e i loro problemi, a tal punto da scendere in piazza insieme. Il governo Conte riesce nella storica impresa di avere tutti contro: imprese (grandi e piccole), sindacati (confederali e non), lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, statali e precari. Poi, certo, è scesa in piazza anche l’opposizione, quella del Pd, ovviamente (ma manca poco che anche Forza Italia inizierà a farsi a vedere, a sua volta, con i sindacati…) ma stava in un angolo, e nel retropalco, timida e ansiosa, quasi come non volesse disturbare. La piazza, ieri e oggi, la riempiono i sindacati a Roma, gli imprenditori a Torino e, forse, entrambi insieme, la prossima volta, chissà dove. Contro un governo che non li ascolta e fa scelte sbagliate. E’ la prima volta che accade, potrebbe non essere l’ultima.


di Ettore Maria Colombo

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