Staffette, collette su web e canili lager, un business che pesa sugli italiani 700 milioni l'anno



In Italia ci sono 1051 canili. Il costo medio per la gestione di ogni cane, che resta in media in una struttura per sette anni, è di circa 1200 euro l’anno. Stiamo parlando di un business che pesa sulle spalle degli italiani circa 700 milioni di euro l’anno. Nonostante ciò, il randagismo, come rivela Veronica Cucco, consulente cinofila in alcune procure, “non solo resta un problema irrisolto, ma in continuo peggioramento. Ci sono rifugi con il doppio o il triplo dei numeri previsti per legge. L’imprenditore, titolare del canile, infatti, guadagna solo se ospita animali e l’ultima cosa che vorrebbe è perdere la propria miniera d’oro”.


Ci sono, quindi, esemplari maltrattati, di cui spesso non viene comunicata neanche la morte, perché diminuire gli ospiti delle strutture significherebbe perdere soldi. Tra l’altro i controlli, che dovrebbero essere frequenti, purtroppo sono pochi o non sufficienti. “In molte realtà – spiega l’esperta – non c’è neanche la possibilità di entrare. E’ rarità oggi chi rispetta le regole”.


Dietro i randagi, pertanto, viene fuori un giro d’affari da brividi, considerando anche il caso delle staffette, ovvero furgoni non idonei per il trasporto animali, molti di questi collegati alla malavita organizzata. Stiamo parlando di un business di circa due milioni di euro l’anno. Soprattutto nel Sud Italia, sono tantissimi gli animali che muoiono lungo le strade e che a causa di un censimento, non sempre svolto nel migliore dei modi, finiscono semplicemente nel dimenticatoio.


L’unica soluzione a tutto ciò sarebbe la sterilizzazione, ma al 90 per cento di soggetti non interessa fare un piano preventivo, perché adottando tale strada anche loro avrebbero non poche difficoltà a sbarcare il lunario. “Preferiscono – spiega Cucco - semplicemente che nulla cambi, in modo che grazie alle collette sui social ogni anno si possano continuare a raccogliere migliaia di euro senza dichiarare nulla al fisco”.


Sui randagi, inoltre, c’è anche un giro di realtà specializzate estere, che grazie alla complicità dei volontari, svuotano i rifugi, portando i loro ospiti in Svizzera, Austria e Germania. “Non si conosce – sottolinea la consulente delle procure - però il loro destino. Molti di loro, secondo quanto riportato da diverse inchieste, sembrerebbe finire nei laboratori per la vivisezione”.

La stessa adozione, nella maggior parte dei casi finisce col diventare assistenzialismo. Sono davvero poche le persone che sognano i canili vuoti. Secondo Cucco quasi nessuno sarebbe disposto a firmare un contratto in cui oltre alla semplice presa in cura del cane sia prevista anche una somma per la sterilizzazione di un numero x di esemplari.


Il 90 per cento degli animalisti, secondo l’esperta, non sarebbe neanche in grado di riconoscere un trafficante da un allevatore etico, che sarebbe una figura giuridica riconosciuta, che rispetta la legge e che quindi che non può godere di ampi profitti.


Ritornando alla possibile soluzione del problema, pertanto, la strada resta solo una campagna informativa massiccia, soprattutto nelle scuole. “Gli studenti, sin da piccoli, devono capire il destino con cui spesso sono costretti a combattere molti dei loro amici a quattro zampe. La cultura, anche in questo caso, è l’unica strada per salvare il mondo”. Obbligando le persone al microchip, ad esempio, si potrebbe capire chi abbandona e chi lascia il proprio animale a zonzo, generando così cucciolate, che poi finiscono nelle mani della malavita organizzata.


Di Edoardo Sirignano

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