Stefania D'Oronzo, da bullizzata a "testimonial" della spiaggia: «Al Samsara non si discrimina»



Il mare non solo permette di staccarsi dallo studio e dal lavoro garantendo qualche settimana di riposo, ma a volta può letteralmente salvare delle vite. «Questo lido è riuscito a salvare mia figlia, le ha restituito il sorriso e il coraggio di riprendere la sua vita tra le mani, le ha insegnato a volgere a suo favore ogni evento, a considerare ogni aspetto positivo anche dal peggio». Così scrive pubblicamente Francesca, un’insegnante di Barletta, ai titolari del lido Samsara, uno degli stabilimenti balneari più noti e frequentati di Gallipoli, centro della vita notturna delle estati salentine.

Francesca racconta nella lettera la storia della figlia. Quasi diciottenne, la ragazza è stata bullizzata fin dalle elementari perché in sovrappeso, finendo isolata. Ma dopo aver iniziato a frequentare il lido, questa è passata da una condizione di isolamento e frustrazione a una di gioia e vita di gruppo. Ciò è stato possibile grazie all’atteggiamento degli organizzatori e di coloro che vi lavorano, che hanno portato passo dopo passo la figlia ad accettarsi. Ha smesso di sentirsi “sbagliata”, come se non fosse voluta dal mondo circostante e che pertanto il bullismo fosse una “punizione meritata”.

Adesso, invece, la ragazza è al pari di una testimonial della spiaggia, indossa la maglietta col logo e partecipa alle iniziative della località. La mamma, che inizialmente l’accompagnava sempre in preda all’apprensione, ora è sollevata per l’efficacia di questa “terapia d’urto” e ha voluto ringraziare gli organizzatori del lido con la lettera che è stata pubblicata sulla pagina Facebook dello stabilimento “Samsara”.

Con questo trascorso, la ragazza ha molto di cui raccontare e insegnare. E molti dei punti da lei toccati dovrebbero essere presi in seria considerazione da chi di dovere.


All'inizio hai accettato gli atti di bullismo o ti sei difesa chiedendo aiuto a famiglia e amiche? Che risultati hai ottenuto?


«Ho cominciato a conoscere il bullismo alle elementari: mi prendevano in giro per il mio fisico dato che sono un po’ in sovrappeso, chiamandomi cicciona e simili. Si appigliavano a questi piccoli difetti, pur di mettere qualcuno all’angolino. Ma non solo. Siccome sono sempre stata abbastanza brava a scuola e molto generosa, mi chiedevano sempre di passar loro i compiti, altrimenti “mi avrebbero tagliato i capelli”. Fortunatamente non sono mai sfociati in violenza fisica vera e propria, ma anche le parole hanno il loro peso e possono far male. Inizialmente non riuscivo a capire in cosa stessi sbagliando, perché la gente mi escludeva, dato che avevo un atteggiamento gentile e altruista. Ci tengo a essere rispettosa con tutti e mi mantengo il più educata possibile, per questo non comprendevo cosa stessi facendo di male per meritarmi tutto questo. Col passare del tempo ho notato che questa situazione si presentava anche all’esterno della scuola, come al catechismo o in altri luoghi di mia frequentazione.

Una volta passata alle media avevo cambiato completamente compagni, e avevo pensato che sarebbe stato un nuovo inizio. “Troverò gente migliore” mi sono detta. Così non è stato. I comportamenti erano gli stessi. Addirittura, quando ho smesso di passare i compiti perché avevo notato che i miei compagni mi cercavano solo quando ne avevano bisogno, approfittando di fatto di me, cominciarono a sparirmi libri e quaderni. E quando chiedevo loro informazioni riguardo chi potesse averli presi era un continuo “ho visto che te l’ha preso Tizio” e “no guarda ce l’ha Caio” e così via. Insomma, sparivano nel nulla. L’ultimo evento veramente pesante che ho vissuto nella scuola media è stato appunto dopo l’ennesima volta che mi sono rifiutata di passare i compiti, nascondendoli e tenendoli per me: i miei compagni mi ruppero il telefono appena comprato.

Ne parlavo continuamente a casa, chiedendo consigli ai miei, e loro sono spesso andati ai colloqui con i docenti. Ma non essendo questo un bullismo esplicito ma subdolo, i professori dicevano: “ Ma no, non è vero, vediamo che vostra figlia va d’accordo con tutti, non ci sono problemi. Sinceramente non ci sembra che le ragazze e i ragazzi della classe siano tipi da fare queste cose”. Come dire che non ci credevano».


Hai incontrato altre vittime di bullismo e ti sei confrontata con loro, sentendo magari anche storie diverse, per cercare una reciproca comprensione e scambio di opinioni?


«Alle scuole medie ho conosciuto una ragazza che come me veniva un po’ esclusa, isolata e insultata. Solo che, nel tempo, ho notato che, invece di cambiare per far piacere a se stessa, stava cambiando per far piacere agli altri. Anche per questo nostro atteggiamento diverso ci siamo perse di vista. Ho provato a farglielo notare, anche perché aveva preso scelte discutibili, suggerendole di rivolgersi a chi di dovere per farsi aiutare seriamente. Ma lei si è rifiutata, mi ha detto: “no, se per entrare nel loro gruppo devo comportarmi in questo modo allora lo farò, perché voglio stare con loro”. Non ha avuto la forza come posso averla avuta io o come possono averla avuta tanti altri di ribellarsi e riscattare se stessa».


Ritieni utile la presenza di psicologi a scuola per le vittime del bullismo e problematiche dell’adolescenza?


«Onestamente sì, li ritengo utili perché la figura dello psicologo è molto importante e valida all’interno delle scuole. Solo credo che sarebbe più efficace inserirla fin dalle scuole elementari o medie, perché è lì che i ragazzi iniziano ad approcciarsi col mondo. Una figura esterna alla classe e alla famiglia con le adeguate competenze può far capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché molte volte questo obiettivo i docenti lo perdono di vista. Non riescono ad educare del tutto i propri studenti. Essendo le classi molto numerose capisco che gli insegnanti non riescano ad essere attivi nel controllo di tutti i ragazzi e bambini, ma questa è comunque una parte fondamentale della formazione. Lo psicologo va bene come figura, ma deve puntare il dito sui valori e farlo fin dalla scuola elementare, facendo capire l’importanza di far parte di un gruppo ma nella sua accezione sana. Non che ci deve essere un gruppo che prende di mira una persona».


Che cosa hai trovato in più al Samsara rispetto alla scuola o l'ambiente sociale in generale in cui non ti sentivi accettata?


«Ho trovato una maggiore apertura mentale sia dallo staff che dai locali. Un difetto del sud è di essere chiusi e vivere con gli stereotipi, dicendo ad esempio “quella è sovrappeso e quindi la allontano”. Invece al Samsara, già nell’ambiente che lo caratterizza, ho notato che non c’era questa discriminazione, questo voler giudicare solo dalle apparenze. Tutto ciò l’ho ritrovato anche nei ragazzi e nelle ragazze che lo frequentano. Ho stretto molte amicizie qui con persone che sento ancora, con cui sono in contatto, e ogni tanto ci incontriamo anche solo per parlare del più e del meno. Ho avuto modo di constatare che il mondo non è solo “cattivo” e popolato da persone che non sanno far altro che puntare il dito contro il “diverso”. C’è anche gente umile e capace di ascoltare».


Se dovessi consigliare il luogo ad altri ragazzi con problematiche legate al bullismo, quali aspetti della località sottolineeresti?


«Prima di tutto il mare, quello del Salento è spettacolare. In seconda battuta gli eventi che vengono organizzati, dove si balla e ci si diverte, e a cui prendono parte persone che non sono come quelle che si possono aver conosciuto in precedenza. Nessuno ti critica per quelle che sei o non sei, non c’è il gusto di escludere solo per divertimento. Qui si ha voglia di far gruppo senza tralasciare nessuno, non importa se sei alto, basso, magro, grasso, o di una nazionalità diversa. Importa che tu sia qui per divertirti e per far gruppo con gli altri, ma nel modo giusto».


Pensi che ci sia un problema irrisolto nel sistema scolastico legato al bullismo o che i tempi siano cambiati e ora ci sia più sostegno?


«Io direi che il bullismo ci è sempre stato e ci sarà sempre, ma prima non gli si dava troppo peso e non aveva un nome. Il meccanismo di includere qualcuno e escludere qualcun altro c’è sempre stato. Sono molti i casi passati di giovani che hanno subìto atti di bullismo, ma questi magari non li hanno raccontati perché pensavano fossero atteggiamenti normali, ai quali non dare troppo peso. Invece, adesso, con i vari cambiamenti che ci sono stati nel sistema scolastico e nella società, le cose vengono dette, e a volte si cerca anche di intervenire. Alcuni professori e persone esterne al mondo della scuola hanno la sensibilità di aiutare i ragazzi più giovani. Credo solo che spesso ciò non venga fatto nel modo giusto, le parole restano tali, non si passa quasi mai ai fatti. Io l’ho vissuto in prima persona e, quando avevo bisogno, di tutte quelle parole quali “vicinanza” e “parlare” non mi è rimasto molto. Nessuno è passato alla pratica».


Come incide la famiglia, secondo te, nella nascita di casi di bullismo?


«Sia la scuola che i luoghi pubblici sono i luoghi in cui il bullo trova l'opportunità di manifestarsi, ma il luogo in cui "nasce" questo fenomeno sono le famiglie, perché credo che non siano più quelle di una volta. Adesso i genitori sono giustamente impegnati nel loro lavoro e non hanno più molto tempo per i propri figli. Inoltre, quando gli è concesso del tempo libero, licenziano i propri figli giustificandosi attraverso lo stress e preferiscono passare le proprie vacanze con il loro gruppo di amici piuttosto che con loro. Trascurandoli, gli danno l'impressione di non essere interessati nel mostrargli un po' di affetto o offrirgli sostegno. Perciò i ragazzi trascurati dalle loro famiglie "invidiano" i ragazzi un po' più seguiti dai propri genitori, e preferiscono escluderli ed attaccarli nei loro punti deboli, perché il loro obiettivo è distruggerli e farli cadere nello stato di tristezza e isolamento che il distacco della famiglia ha provocato in loro. I miei genitori, per aiutarmi a riprendere in mano la mia vita, mi hanno aiutata con la figura di uno psicologo che al termine del percorso ha suggerito loro di "buttarmi fuori di casa", senza considerare che il luogo in cui avrebbero dovuto lasciarmi libera era il luogo in cui avevo conosciuto gente che non avrei voluto più vedere. Così, hanno approfittato di una mia richiesta che avevo buttato lì, senza scopi ben precisi: andare al Samsara per vedere come fosse il luogo di cui parlavano tutti continuamente e in cui nessuno dei miei "amici di scuola" aveva mai voluto portarmi, permettendomi solo di ascoltare come si divertivano. E proprio adesso entra in gioco il Samsara o posti come quello: attraverso il divertimento, riesce ad unire due mondi diversi, quello degli adulti e quello dei giovani. Secondo me è proprio una salvezza questa poiché permetterebbe ai ragazzi trascurati di passare più tempo con i propri genitori e tutto ciò potrebbe fargli cambiare atteggiamento nei confronti dei ragazzi che invidiavano, in quanto adesso avrebbero entrambi pari opportunità di sentirsi considerati ed amati dalle proprie famiglie, "curando" prima di tutto il bullo e poi anche chi ha subito bullismo. Io proprio in quel posto, inizialmente con l'aiuto di mia madre, mi sono immersa tra i giovani e quando mi sono accorta che loro non davano importanza al fisico ma a ben altro, ho ripreso in mano la mia vita e la consapevolezza di non essere qualcuno solo perché ero utile nel momento del bisogno, come volevano farmi credere, ma di essere una persona come tutti, che valgo per come sono, come chiunque altro, avendo il diritto di avere la mia e il dovere di ascoltare gli altri ed essere ascoltata. Tant’è vero che, dopo l'immersione nel Samsara, guardandomi allo specchio, mi è venuto spontaneo dire a mia madre: “mamma, è bello essere me”, cosa che non avevo mai fatto. Ritornando nei luoghi precedenti, io ora ho il coraggio di dire la mia, di difendermi e di farmi rispettare».


di Alessio La Greca

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