Strage davanti a Tripoli, i tre sopravvissuti: «Eravamo 120» ma il conto totale è 170 morti

Strage davanti a Tripoli, i tre sopravvissuti: «Eravamo 120» ma il conto totale è 170 morti


«Meglio morire che tornare in Libia», raccontano i tre sopravvissuti del gommone naufragato venerdì 18 gennaio a 45 miglia da Tripoli. I due sudanesi e un gambiano, subito trasportati all'hotspot di Lampedusa, lo raccontano ai rappresentanti dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, l'Oim, dopo essere stati trasportati d'urgenza a Lampedusa su un elicottero della Marina, quasi morti di freddo per l'immersione nelle gelide acque del Mediterraneo, dove hanno aspettato per tre ore l'arrivo dei soccorsi. Nulla da fare nonostante le ricerche, con i soccorritori che hanno potuto vedere inabissarsi il gommone che li trasportava. Meglio il gelo che le violenze e gli abusi dei campi profughi in Libia, meglio la morte addirittura. «Eravamo in 120», dicono. Tra cui 10 donne di cui una incinta, e due bambini piccoli, uno di soli 10 mesi. Il gommone, partito da Garabulli giovedì notte, dopo una dozzina di ore di navigazione ha cominciato a sgonfiarsi, a imbarcare acqua e ad inabissarsi. Un gruppo di una cinquantina di persone in acqua è stato avvistato da un aereo di pattugliamento marittimo dell'Aeronautica partito dalla base di Sigonella, in Sicilia, che ha lanciato in acqua due battelli autogonfiabili di salvataggio. Ma quando è arrivato in zona l'elicottero del cacciatorpediniere Caio Duilio, distante 110 miglia dalla zona dell'affondamento del gommone, sui battelli c'erano solo tre persone.


Il cacciatorpediniere lanciamissili della classe Orizzonte Caio Duilio della Marina Militare

E al conto totale vanno aggiunti altri 53 morti, quelli di un naufragio avvenuti nei giorni scorsi nel Mare di Alboràn, quella parte di Mediterraneo proprio davanti alle Colonne d'Ercole, appena prima dell'Oceano Atlantico, tra Malaga in Spagna e il Marocco. L'organizzazione dell'Onu per i rifugiati racconta di un sopravvissuto che è rimasto per 24 in mare; soccorso da un peschereccio, ha ricevuto le prime cure mediche in Marocco ma per i suoi 53 compagni non c'è stato nulla da fare, nonostante le operazioni di ricerca dell'imbarcazione in cui erano stipati e dei sopravvissuti.


La cronaca dei soccorsi, purtroppo, è lunga: per due gommoni carichi di migranti è intervenuta la guardia costiera libica, che li ha riportati tutti a terra. La Sea Watch ha preso a bordo 47 persone di un altro gommone, ma non ha ancora notizie di dove possa sbarcarli; la nave è ormai l'unica dei soccorsi umanitari attualmente in mare. E i corpi recuperati nelle spiagge libiche sono 25.

Il ministro dell'Interno Matteo Salvini sottolinea da Facebook quello che ha sempre ripetuto: «Tornano in mare davanti alla Libia le navi delle Ong, gli scafisti ricominciano i loro sporchi traffici, le persone tornano a morire. Ma il cattivo sono io. Mah». E il seguito è sulle stesse note di quanto fatto finora: «Una ong ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la solita manfrina del porto in Italia o del Salvini cattivo. In Italia no».


Il ministro dell'Interno Matteo Salvini

Il vicepremier leghista non fa altro che rimanere sulla sua posizione di fermezza, così come le opposizioni che lo criticano. Come il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che a Salvini dice: «Continua un genocidio, si farà un secondo processo di Norimberga e Salvini non potrà dire che non lo sapeva». Le stesse organizzazioni non governative denunciano la loro solitudine: «Le persone rischiano di affogare in un Mediterraneo svuotato. Nessun programma europeo di salvataggio, Open Arms bloccata in Spagna, Sea Eye in cerca di un porto per il cambio di equipaggio. Non possiamo coprire il Mediterraneo da soli».


di Paolo dal Dosso

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