“Sua maestà il Tg1”: al Plaza di Roma un successo la presentazione del libro di Ida Peritore

Aggiornato il: 10 mag 2019



Mettiamola così: se nella stessa sala – e che sala!, quella dell’hotel Plaza di Roma – riesci a mettere assieme il comunista - trinariciuto ma non troppo – Marco Rizzo e la contessa Marisela Federici Rivas y Cardona – rigorosamente in abito scuro e calze a rete – e se a immortalare il tutto si aggirano nella sala e tra i capannelli il mitico Umberto Pizzi e Marco Nardo con le loro inseparabili reflex, beh allora l’evento è riuscito. Ed è riuscito alla grande. Ma non è stato solo mondanità la presentazione, ieri, del libro di Ida Peritore, “Sua maestà il Tg1”, edito dalla Male edizioni di Monica Macchioni. E’ stata anche l’occasione per una interessante riflessione sul presente, sulla politica e i suoi rapporti con viale Mazzini e più in generale con il mondo della comunicazione. Riflessione a cui hanno portato il loro contributo Daniela Santanchè, parlamentare di Fratelli d’Italia, Guglielmo Epifani (Art. 1, Mdp), Andrea Marcucci (Pd), Gianluigi Paragone (M5S), Marco Rizzo (Partito Comunista) e Renato Schifani (Forza Italia). In una sala gremita c’è gran parte del giornalismo che conta, curiosi, grand commis e politici della prima, seconda e terza repubblica. Dall’inossidabile Fabrizio Cicchitto ad Antonio Razzi.


Quello di Ida Peritore - volto e firma storica del Tg1, una carriere che iniziata dalla redazione del Popolo e passando per la rete regionale Rai di Firenze è culminata al telegiornale della rete ammiraglia della Rai, dove ha seguito per lunghi anni le cronache parlamentari - è un volume snello ma denso in cui la giornalista fa parlare 10 direttori della testata di viale Mazzini. Quasi 35 anni di impegno giornalistico scorrono in 126 pagine che si leggono d’un fiato. A partire dalla bellissima prefazione scritta da Vincenzo Mollica e letta dall’attore Massimiliano Buzzanca, in cui il giornalista rivendica con orgoglio di aver indossato per 40 anni la casacca del Tg1 che «prima di essere un luogo di lavoro è un sentimento». Come nasce il libro? Nasce, confessa Peritore, da una serata conviviale «in cui iniziai a raccontare episodi e aneddoti della sua vita professionale. Erano affascinati dalle storie, dalle curiosità, dai retroscena che svelavo a un certo punto mi hanno detto: “ma perché non scrivi un libro?”. Ed eccolo qui».


Il filo conduttore del libro è il rapporto tra l’azienda pubblica e la politica. E uno dei direttori intervistati dalla Peritore, Giulio Borrelli, lo riconosce con grande onesta intellettuale: «La Rai è sempre legata alla politica, è un fatto. Ieri come oggi». Con una avvertenza però: «I partiti contano molto, ma se ci fermassimo a loro, non capiremmo tutto il meccanismo. Se non si racconta l’arcana simbiosi politico-industrial-editoriale si scrive una storia monca della Rai». E Daniela Santanchè in un intervento in cui evidenzia tra l’altro – da orgogliosa non femminista – l’arretratezza di un Paese in cui nonostante le tante bravissime professioniste dell’informazione non c’è ancora una direttrice del Tg1 donna, mette subito i piedi nel piatto. La domanda che si pone e che pone alla platea è se la politica ha fatto bene al Tg1 e alla Rai in genere. «Il punto è che si cambiano i direttori non perché fanno male il loro mestiere, ma perché cambiano i partiti di governo. Le nomine si fanno perché le decide il partito della spartizione». Lode dunque a Bruno Vespa, che ha avuto il coraggio, quando si è trovato a dirigere il Tg1, e tirandosi dietro gli strali ipocriti di gran parte della sua redazione, di dire che il suo editore di riferimento era la Dc. «Era la verità, niente altro che la verità», sostiene la parlamentare di FdI, e ancora oggi, «col cosiddetto governo del cambiamento questa regola resiste». Bravura e competenza ci sono, ma vengono in secondo piano, «però così, e lo dico da imprenditrice, oltre che da politico, come si fa a stare sul mercato?». Gianlugi Paragone, che prima di approdare tra i banchi di palazzo Madama col Movimento Cinque stelle è stato per lunghi anni volto noto della Tv di Stato e che per una breve stagione è stato anche vicedirettore di Rai 2, sul rapporto, spesso malato, tra politica e Rai minimizza: «Non scopriamo niente di nuovo. Guardate che a volte i giornalisti contano più dei politici» dice e a riprova ricorda che quando conduceva “L’ultima parola” al 7 piano di viale Mazzini, dove hanno le loro stanze i big dell’azienda, mandava sempre «una scaletta della trasmissione falsa». Paragone consiglia poi al Tg1 di «tornare a fare la grande cronaca», di togliersi la corona per «fare un’informazione più pop».


La lettura di Marco Rizzo sulle vicende raccontate dalla Peritore è una lettura, come dire, di classe. «La politica conta meno in Rai? Vedete – dice – la politica conta meno ovunque. Conta meno della finanza, della magistratura. Conta meno di Francoforte o di Bruxelles dove vi sono istituzioni che non sono state votate da nessuno ma decidono il destino di tutti noi. Oggi potremmo dire che la politica non conta nulla. Amazon ha più potere dei governi». Partendo da questa analisi per Rizzo «di fatto il servizio pubblico non esiste più». E, guardando a questa stagione politica, l’esponente comunista sottolinea che «il Tg1, e Ida lo può confermare, ha sempre fatto parlare i comunisti. E’ singolare che la stessa attenzione non ci sia sugli altri canali Rai. Per dire da Floris, quando era ancora in Rai, io non sono mai stato invitato. E’ una questione di area. C’è un certo centrosinistra che vuole espungere il conflitto sociale».

Parole, quelle di Rizzo su cui, ovviamente dissente il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci. «Non è vero che la politica non conta, conta ancora molto. In Italia e nel mondo». Quanto alla Rai per l’esponente dem «pur essendo sempre molto legata alla politica la Rai era riuscita a tenere un rapporto corretto con il Paese. Qualcosa si è rotto. E’ stato preoccupante lo spettacolo offerto sulla nomina del presidente Rai, Foa. Quando si arriva a paventare il rischio di brogli, vuol dire che si è sperata la soglia di guardia». Conclusione amara, «il meccanismo di lottizzazione oggi si è rafforzato».


Il potere di condizionamento della politica, avverte nel suo intervento l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, oggi è più subdolo che nel passato. «Il Tg1, come ci racconta magistralmente Ida Peritore è sempre stato ambito dalla politica. Ma mi chiedo: ne valeva davvero la pena? Davvero avendo in mano i Tg la politica può condizionare le scelte dei cittadini?». No, non in maniera così automatica almeno, avverte Schifani, che mette invece in guardia dalle trasmissioni di intrattenimento, dove in maniera subliminale passano dei messaggi politici. Penso a “L’Arena”, che di domenica pomeriggio ha dato in pasto ai telespettatori italiani un messaggio negativo per cui si poteva essere portati a credere che il nostro paese e la nostra classe politica fossero solo ruberia e malaffare. Una narrazione non vera che sistematicamente ignorava le tante positività e le eccellenze italiane». Il punto allora, conclude Schifani, è che i Tg, a prescindere da chi li diriga, siano capaci di restituirci una immagine più veritiera della società e della politica». Una riflessione quella di Schifani che viene ripresa anche da Guglielmo Epifani, secondo cui “Sua maestà il Tg1 è l’occasione per una riflessione originale sul sistema dell’informazione. «Ci si è azzannati sui direttori e invece cominciavano ad avere più peso le trasmissioni di intrattenimento, contenitori molto più efficaci ai fini della costruzione del consenso». E in questa guerra, più o meno sotterranea per il controllo politico dei Tg, si è rinunciato ad una logica d’impresa». Come uscirne? Intanto chiedendo che i tg della Rai facciano prodotti di qualità. Sennò il rischio che può capitare alle testate giornalistiche televisive è di fare la fine di quelle di carta.

Le considerazioni di Peritore sono un monito per il presente e per il futuro del servizio pubblico. «Con gli anni, sono cambiati i partiti, si è passati al bipolarismo, ma i criteri sono sempre rimasti lottizzatori. Insomma la frase “la politica fuori dalla Rai” diventa un refrain, purtroppo rimane pura utopia. Tutto ciò stride fortemente con le grandi professionalità che ci sono in Rai a tutti i livelli. Professionalità che meritano il loro giusto riconoscimento… Per cui mi auguro sempre che le cose possano cambiare, ovviamente in meglio. E allora cari politici, se proprio volete mandare avanti gli amici, almeno abbiate l’accortezza di puntare su quelli bravi e di rispettare professionalità inattaccabili». Speriamo che queste parole qualcuno le ascolti.


di Giampiero Cazzato

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