Trattativa Stato-mafia: «In attesa dell'Appello di luglio, fuochi d’artificio senza contraddittorio»




Trattativa Stato-mafia: «In attesa della sentenza di luglio, fuochi d’artificio senza contraddittorio»


Vicenda Eni-Nigeria: «Bene che Cartabia faccia luce»


Referendum sulla giustizia: «Una delle poche cose giuste fatte da Salvini»


Caso Persichetti: «Colpirne uno per educarne cento»


Fabrizio Cicchitto, in un’intervista esclusiva, rilasciata a Spraynews, ritorna sulla trattativa Stato-mafia e spiega come tutt’oggi «è in corso una pressione fortissima di fronte alla sentenza d’appello che se non sbaglio dovrebbe concludersi a luglio». Il presidente di Riformismo e Libertà interviene pure sulla riforma della giustizia, sul referendum, sul recentissimo caso Persichetti e sulla vicenda Eni-Nigeria dove approva la scelta della ministra Cartabia di far luce sulla vicenda.


La trattativa Stato-mafia torna a essere di attualità, mentre il generale Mori, che arrestò Riina, rischia 12 anni di carcere, colui che azionò la bomba di Capaci è in piena libertà. Non le sembra un controsenso?


«Stiamo vivendo in un totale controsenso. Quale trattativa Stato-mafia se poi il generale Mori e il capitano De Donno procedettero all’arresto di Riina? Ho sentito perfino affermare che ci fu un occhio di riguardo nei confronti di Riina perché non fu immediatamente sottoposto a perquisizione il suo rifugio. Ricordo che una delle caratteristiche metodologiche della lotta alle Br da parte del generale Dalla Chiesa era che spesso non procedevano ad arresti di brigatisti identificati o alla perquisizione di sedi proprio per poter così creare le condizioni per ampliare e allargare l’area di intervento, tenendo tutto sotto osservazione. Adesso, invece, si dice che uno dei segni della trattativa rientra anche nelle modalità con cui fu arrestato Riina, ma il punto vero è che lui fu arrestato ed è stato un colpo decisivo nella lotta alla mafia. Alla faccia della trattativa, se la trattativa era questa. Se per la mafia l’arresto di Riina rientrava nella trattativa rischiamo di inoltrarci su un campo che è assolutamente paradossale».


L’argomento è stato oggetto di inchieste di diverse trasmissioni televisive. Che idea si è fatto?


«Ormai ci sono anche settori della magistratura inquirente, che pur di ottenere un risultato, esercitano e fanno esercitare da conduttori televisivi con cui stanno in organici rapporti, il massimo di pressione per influenzare la magistratura giudicante, specie se le giurie sono di carattere popolare. L’assoluzione di Mannino, avvenuta dopo trent’anni di persecuzione e con il rito abbreviato, avrebbe dovuto essere di esempio. Ormai la magistratura inquirente si è specializzata nel contestare una serie di sentenze perché sono stati completamente smontati i meccanismi basilari dei processi. Ritornando al caso Mori, In questa proliferazione di trasmissioni televisive, che durano ore e ore, c’è una rinnovata pressione fortissima di fronte alla sentenza d’appello che se non sbaglio dovrebbe concludersi a luglio. Vediamo, quindi, in corso fuochi d’artificio senza contraddittorio, anche perché quando un minimo viene concesso emergono punti che mettono in grande difficoltà i sostenitori della trattativa».


A cosa si riferisce?


«Non alle ultimissime trasmissioni tutte univoche, ovvero a una voce sola, ma a una precedente trasmissione dove hanno avuto la parola anche la figlia di Borsellino e Di Pietro. La prima non ha affatto confermato che tra Borsellino e il Ros ci fossero dissensi, mentre il secondo ha detto a sua volta che da lui si recarono sia Borsellino, sia il capitano De Donno. Borsellino lo pregò di fare delle indagini al Nord perché aveva per le mani finalmente questo faldone sui rapporti mafia-appalti. Lo stesso avvenne con il capitano De Donno che addirittura disse a Di Pietro: “Dacci una mano, perché noi qui attraverso la procura di Palermo non riusciamo a cavare un ragno da un buco”. Tutto ciò non viene mai ricordato molto da coloro che agitano la vicenda. La procura di Palermo, dopo pochi giorni che Borsellino era stato ucciso, archiviò il processo mafia-appalti, a testimonianza che la cosa aveva un andamento molto inquietante. Aspetti, che però, come ribadisco, non vengono mai evidenziati, così come non si mette l’accento sul fatto che il processo sull’uccisione di Borsellino e della sua scorta è stato oggetto di un colossale depistaggio con la costruzione di un falso pentito di nome Scarantino. E’ un risultato costruito da un pezzo grosso della polizia che si chiamava La Barbera, persona di fiducia del capo della polizia dell’epoca. Di tutto ciò si era reso conto la Bocassini, che però fu trasferita, non continuando quindi a occuparsi del caso. Su questi punti interrogativi non ci si sofferma affatto, così come non si dice che a costruire il faldone intorno a mafia-appalti fu appunto il Ros di Mori e dell’allora capitano De Donno, mentre si sostiene la tesi demenziale che per favorire la trattativa la mafia accentuava gli attentati. E’ evidente che gli attentati, invece, portarono nella direzione opposta, finalmente a un intervento dello Stato. Le uccisioni di Falcone e poi di Borsellino, provocarono un tale soprassalto che ha portato alla conseguenza di ulteriori colpi dati alla mafia, altro che trattativa».


C’è qualcuno, a suo parere, che in quel periodo, avrebbe tentato realmente di allentare la tensione?


«L’unico che accennò in modo assolutamente corretto a un tentativo di ammorbidire la tensione fu l’allora ministro di grazia e giustizia Conso che ridusse l’attuazione delle misure speciali nei confronti di mafiosi. Lui lo ha realmente riconosciuto e ha detto anche che quella cosa era stata fatta non sulla base di una trattativa, ma di un’iniziativa che puntava ad allentare la tensione. E’ l’unico segno di un tentativo non contrattato di ridurre la tensione. Per il resto, ci sono la costruzione di teoremi su teoremi, fatti da trasmissioni televisive, prive di contradditorio».


Accusato di terrorismo, invece, lo studioso del caso Moro…


«Varie sono le ipotesi sottostanti alle perquisizioni fatte nei confronti di Paolo Persichetti. Quella che a noi sembra possibile si fonda sul motto, ben conosciuto alcuni anni fa, colpirne uno per educarne cento. Siccome non è affatto vero che gli archivi sono stati resi integralmente pubblici, ma esistono numerosi vincoli, tant’è che Carlo Giovanardi è stato minacciato dal dottor Vecchione, allora capo del Dis, probabilmente Persichetti ha messo le mani, neanche consapevolmente, su uno di questi testi che non devono essere letti e resi pubblici. Di qui i provvedimenti di perquisizione che valgono per Persichetti ma come minaccia e ammonimento a quei ricercatori troppo curiosi. Gli archivi non sono stati resi pubblici in modo integrale e vengono gestiti arbitrariamente dalla Presidenza del Consiglio, dagli Uffici delle Camere o addirittura dai singoli magistrati, a seconda delle questioni in ballo. Per esempio guai a chi si avvicina a documenti su Ustica e sulla strage di Bologna che possano contraddire alcune delle tesi che devono prevalere secondo una precisa tendenza della magistratura e di una parte della sinistra, quella più dogmatica e settaria».


Basta, quindi, la riforma della giustizia voluta da Cartabia?


«E’ tutto per aria, molto per aria. Ho accolto positivamente il referendum perché è l’unico modo per esercitare una pressione positiva, come avvenuto anche nel passato. Sostenerlo è una delle poche cose giuste che ha fatto Salvini negli ultimi tempi. Allo stesso modo, il fatto che lui lo appoggi non è un alibi per tenersi lontani. Bisogna costruire un consenso di ampie forze, diverse e lontane da Salvini, ma tutte quante per far sì che questi 6 referendum, che colgono aspetti fondamentali, vadano avanti per esercitare un’influenza su un quadro politico che mi sembra molto faticoso per quanto riguarda la via parlamentare alle riforme. Se c’è una chance che quella della giustizia vada avanti, deve avvenire una sollecitazione dall’esterno e in modo particolare dai cittadini attraverso lo strumento di democrazia diretta».


La stessa ministra Cartabia, però, irrompe nella battaglia, che dopo le motivazioni della sentenza Eni-Nigeria sta spaccando l’ufficio giudiziario più importante del Paese. Annunciata, infatti, un’ispezione a seguito dell’inchiesta di Brescia sui tre pm. Forse sta cambiando realmente qualcosa?


«Quello che è emerso sulla Procura di Milano dà luogo a molti dubbi. Siccome si è rotta evidentemente un’omertà giudiziaria, si cominciano a sapere delle cose e quello è emerso sul comportamento di un pezzo di questa Procura è molto inquietante. E’ bene che si faccia luce. E’ il segno che forse qualcosa sta cambiando. Non voglio essere sempre pessimista».


Di Edoardo Sirignano

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