Torna il rischio subprime, gli americani non pagano le rate delle auto

Torna il rischio subprime, gli americani non pagano le rate delle auto




Nel 2008 il detonatore che fece esplodere la recessione durata fino ai giorni nostri, fu la crisi dei mutui subprime. Il rallentamento dell’ecnomia che secondo gli economisti del crebbe manifestarsi in pieno tra il 2020 e il 2021, potrebbe avere come innesco le rate dei prestiti per l’acquisto di auto. Gli ultimi dati della Federal Reserve Bank di New York indicano che più di 7 milioni di americani hanno raggiunto un grave livello di morosità nei pagamenti, superando le scadenze di almeno 90 giorni. È la spia che il motore dell’economia non gira più a pieno ritmo.

L’editorialista Heather Long scrive sul Washington Post che quando “un altissimo numero di persone sono insolventi, solitamente è un segnale di difficoltà significativa fra i cittadini americani a reddito basso e/o della working class”. Inoltre la maggior parte dei debitori ha ottenuto il finanziamento da società specializzate nell’auto-finance, cioè i finanziamenti per l’acquisto di automobili, invece che da una banca o una cooperativa di credito.


La bolla della crisi potrebbe esplodere proprio qui. Per questi prestiti si è messo in moto lo stesso meccanismo che abbiamo visto con i mutui subprime. La Fed sostiene che metà dei crediti insoluti delle compagnie di quel settore sono stati concessi a prestatori subprime, il 6,5% dei quali è in ritardo di più di 90 giorni sul pagamento delle rate. Alla fine il numero complessivo dei morosi raggiunge i sette milioni.

Un’altra spia della situazione esplosiva è nell’ultimo sondaggio della NABE, Association for Business Economics, che arriva alla vigilia dei dati sul Pil del quarto trimestre 2018 (pubblicati in ritardo dal Dipartimento del Commercio statunitense a causa dello shutdown). Più i tre quarti degli economisti intervistati prevedono che gli Stati Uniti entreranno in recessione entro la fine del 2021, anche se la maggioranza ritiene che la Federal Reserve continuerà la politica di aumento dei tassi anche per quest’anno.


Il 10% degli economisti si aspetta l‘inizio della recessione per quest’anno, mentre il 42% la rinvia al prossimo. Per il 25% la contrazione si farà sentire dal 2021, e per il restante oltre il 2021.

La maggior parte sono concordi nel ritenere che la battuta d’arresto sarà influenzata dalla politica sulle tariffe del presidente Donald Trump. Per il 36% le tariffe esistenti, se rimarranno in vigore, ridurranno la crescita del PIL nel 2019 di 25 punti base, mentre il 26% ritiene che il calo sarà di 50 punti base e il 15% degli economisti interpellati stima che la riduzione supererà i 50 punti base.

Ci sono tutti gli indizi che il ciclo favorevole alla crescita si sta esaurendo. L’onda non risparmierà l’Europa.



di Laura Della Pasqua


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