Vietti: «Nuove forme di democrazia al centro del forum di Fondazione Iniziativa Europa»

Vietti: «Nuove forme di democrazia al centro del forum di Fondazione Iniziativa Europa»

Si sono chiusi ieri pomeriggio, con le conclusioni di Pier Ferdinando Casini, Presidente del Gruppo Italiano dell'Unione Interparlamentare, i due giorni di convegno organizzati dalla Fondazione Iniziativa Europa. Come ogni anno, sono stati invitati a confronto autorevoli esponenti delle Istituzioni, del modo della cultura e della società civile che hanno affrontato il dibattito sulle tematiche relative alla crisi della democrazia.

«Abbiamo avuto oltre 300 persone, una presenza di pubblico molto significativa ed esponenti di rilievo del mondo politico, parlamentare, culturale, intellettuale e giornalistico di grande spessore» - ha detto Il presidente Michele Vietti, durante l’intervista che ci ha rilasciato sui risultati emersi dai confronti e sulla sua personale visione dell’era post-democratica.


Quest anno il dibattito del forum da lei presieduto ha più che mai un tema caro a tutte le parti politiche. Vuole porre un problema, dare una risposta oppure vagliare le possibili soluzioni?

«Direi tutte e tre le cose, in fondo i problemi per poterli affrontare e trovare conseguentemente delle soluzioni bisogna esaminarli e conoscerli. Capisco che oggi non vada più tanto di moda studiare, parlare e confrontarsi, ma io continuo a pensare che siano gli strumenti più adatti e inevitabili anche per poi valutare quali ricette sociali, politiche ed economiche adottare. Il dibattito tendeva anzitutto ad analizzare un tema, cioè questa democrazia così come oggi la conosciamo, si può ancora chiamare tale, è ancora la democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto nel dopoguerra e che ci accomuna agli altri Paesi dell’Europa, oppure sta subendo trasformazioni tali che ne stanno cambiando il dna con partecipazione diversa e sconosciuta compresa la comunicazione solo digitale. Io credo personalmente, cosi come emerge dall’esito del convegno, che siamo di fronte a forme nuove diverse di democrazia, ma che fanno salva la rappresentanza e la manifestazione del consenso, certo le forme di comunicazione online inducono ad adottare delle categorie interpretative nuove. Oggi non ci sono più i partiti tradizionali, il consenso si forma per altre vie, per le generazioni più giovani, diverse anche dalle più conosciute come i giornali o la televisione, come appunto attraverso la rete».


Perché ha scelto proprio questo tema, coglie un pericolo democratico?

«Non vi è dubbio che la rete è manipolabile, ma d’altro canto erano manipolabili in qualche modo anche i giornali ed è ancora più certo che anche i partiti tradizionali potevano rischiare delle forme di manipolazione, noi pensiamo quando nel dopoguerra la fede comunista immaginava che l’Unione Sovietica fosse il paradiso dei lavoratori e chi votava il vecchio Pci credeva, in assoluta buona fede, a questo messaggio veicolato dal partito e per contro chi votava Dc, che era una grande famiglia, sentiva il suo parroco dal pulpito spiegare che nella cabina elettorale Dio ti vede e Stalin no. Questo per significare che anche la democrazia più parlamentare, pacifica che noi abbiamo conosciuto fosse immune da forme di condizionamento. Certo in quel caso si trattava di un forte condizionamento ideologico e per cui si credeva al partito qualunque cosa ti dicesse perchè ne condividevi l’ideologia. Oggi è chiaro che in un mondo post-ideologico nel quale non troviamo più dottrine politiche forti, è molto più facile che il singolo finisca attratto da suggestioni che la rete gli manda e che non sono assolutamente vagliate dal mito ideologico, ma si tratta spesso di vere e proprie suggestioni di pancia. Questo è concretamente un grande rischio»


Lei vede una nuova democrazia come una democrazia diretta?

«No, io credo che almeno fino a quando non cambiamo la Costituzione, che la sovranità, come dice la nostra carta fondamentale, appartiene al popolo che però la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione e cioè attraverso la scelta dei propri rappresentanti che si votano e che poi vanno in Parlamento a legiferare. Questa mi sembra una condizione insuperabile, certo dobbiamo prendere atto che non c’è più solo il momento del voto come espressione del potere del popolo, ci sono forme di affiancamento come i sondaggi e le successioni alle quali gli stessi sondaggi inducono, non solo sugli elettori, ma anche sugli esponenti politici che spesso anziché fare scelte nell’interesse e nel bene comune e collettivo in un’unica prospettiva, inseguono i sondaggi».


I nostri esponenti politici secondo lei sono pronti ad adeguarsi al cambiamento che questa crisi all’interno della democrazia sta richiedendo, come nella più conosciuta legge darwiniana, per cui sopravvive solo la specie che meglio si adatta al cambiamento?

«Forse no, nel senso che manca il momento dell’analisi e manca l’elaborazione di queste categorie nuove che dovrebbero servire a gestire questo tipo di democrazia contemporanea. I pentastellati hanno rappresentato un tentativo di sintonizzarsi rispetto i nuovi metodi di comunicazione di massa, però alla fine sono stati obbligati a convertirsi loro stessi alle Istituzioni, alle procedure e a quello che, con un certo disprezzo, definivano “Palazzo” e nel quale però alla fine sono dovuti entrare, frequentare e ad abitare. Matteo Salvini interpreta a sua volta una forma di democrazia carismatica con un rapporto diretto con il suo popolo dal quale ottiene un grande consenso. Berlusconi è in crisi perchè la sua grande popolarità era legata a sistemi di comunicazione televisivi che riscontravano un enorme successo e che oggi sono in crisi».


La democrazia è espressione del popolo. Con un proverbio popolare le chiedo: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa lascia non quel che trova. Cosa lasceremmo e cosa troveremmo cambiando le categorie interpretative?

«La vecchia democrazia era anzitutto la democrazia degli Stati Sovrani e che oggi hanno ceduto in gran parte la propria sovranità agli organismi sovranazionali, nel caso dell’Italia all’Unione Europea e sopratutto non vivono più ormai nel mercato autartico, ma nel mercato globale. La globalizzazione ha portato grandi vantaggi alle popolazioni che vivevano ai margini dell’economia mondiale. Però ha portato anche prezzi forti da pagare in termini di trasformazione dei mestieri, delle profession. Basti pensare che la classe media non è più cresciuta così come la ricchezza procapite che è ferma da venti anni. La generazione dei nostri padri ha fatto un grande salto rispetto a quelle precedenti ed ha visto i propri figli vivere meglio di quanto non avessero vissuto loro. La generazione dei nostri figli non potrà dire lo stesso e questo genera un clima di inquietudine, incertezza e insoddisfazione. Dobbiamo lavorare per riportare ottimismo e progettualità, crescita e affidabilità alle nuove generazioni e garantire loro un futuro».


di Camilla Taviti

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