Zingaretti verso il 50% di consensi degli iscritti, Calenda unisce tutti, tranne Renzi e Letta

Zingaretti verso il 50% di consensi degli iscritti, Calenda unisce tutti, tranne Renzi e Letta



Ci voleva Carlo Calenda e il suo appello per una “lista unica” di tutti i progressisti per far andare d’accordo il Pd. Renzi escluso, si capisce, non foss’altro perché sempre più lontano e distante da tutto quella che ‘sa’, anche solo alla lontana, di Pd, ma paradossalmente anche Enrico Letta escluso. Ed è forse la prima volta che Renzi e Letta sono d’accordo su qualcosa da quando il primo ha ‘rottamato’ il governo e le ambizioni politiche del secondo. Ma al netto del ‘manifesto programmatico’ dell’ex ministro, che riscuote larghi consensi tra i vari contendenti alla segreteria, il Pd - da giorni, anzi da settimane, si sta lacerando in una logorante e tutta fatti di colpi bassi, la più classica della ‘guerra di numeri’ sui dati del congresso. Da una parte ci sono i sostenitori di Zingaretti, che sostengono di stare, in seppur lieve, vantaggio anche tra gli iscritti, un dato per nulla scontato perché si era sempre detto che, tra gli iscritti, Zingaretti avrebbe dovuto essere più debole in questa fase.

E, dall’altra parre, ci sono i fan di Martina che dicono, ovviamente, l’esatto contrario. Ma la guerra si estende anche al (presunto) terzo meglio piazzato: infatti se Roberto Giachetti stacca, in modo netto, Francesco Boccia, nei voti degli iscritti arrivati sinora, Boccia non esita a polemizzare duramente contro i (presunti) “pacchetti di voti e relativi “signori delle tessere” che, soprattutto al Sud, sarebbero tutti renziani, o ex renziani, e starebbero convogliando i loro consensi tutti su Giachetti o, in parte, su Martina.


La ‘guerra dei numeri’ sul congresso. I primi dati.


Insomma, il Pd è un partito – come al solito – balcanizzato o almeno così si sta rivelando in questo prima fase congressuale, quella in cui, appunto, votano solo gli iscritti (le primarie ‘aperte’ del 3 marzo dovrebbero rappresentare, in teoria, tutt’altro film, perché lì il voto sarà più ‘libero’). Ragionando sui dati generali, quelli almeno noti sinora, e ribadito che la commissione congressuale del partito, presieduta da Gianni Dal Moro, tarda ancora, e da giorni, a rendere noti i primi dati, quelli davvero ‘ufficiali’, risulta che Nicola Zingaretti è vicino al 50%. Almeno secondo i congressi di circolo tra gli iscritti che si sono svolti fin qui. Si tratta di risultati parziali, certo, ma, a quanto si apprende da fonti parlamentari, il governatore del Lazio avrebbe ottenuto 11.959 voti (su 24.016 votanti in 972 circoli, ricordando sempre che gli iscritti al Pd sono circa 400 mila e si presuppone che voteranno, alla fine, in circa 200 mila), pari al 49,8%. Maurizio Martina avrebbe ricevuto 8237 voti, pari al 34,3%, e Roberto Giachetti 3111 pari al 13%. Seguono – seccamente e, forse, definitivamente distanziati - Francesco Boccia con 349 voti, pari al 1,5%, Dario Corallo a 196, pari allo 0,8%, e Maria Saladino 164, pari allo 0,7%.


I sondaggisti non hanno dubbi: vincerà Zingaretti.


Per quanto riguarda i sondaggi, inoltre, ne girano diversi, ma anche questi – sia chi li commissiona sia chi realizza – vengono contestati, nel Pd, da questo o quel candidato.

Meglio ribadire, anche in questo caso, che dati ‘ufficiali’ sul numero di tesserati al Pd non vengono diffusi dal 2017, quando erano circa 450 mila. In quell’anno, i voti degli iscritti nel congresso che vide Orlando ed Emiliano opporsi a Renzi furono 265 mila. Si trattò di un dato lievemente inferiore a quello del 2013, quando furono circa 300 mila. Morale: se – come dicevamo – voteranno circa 200 mila iscritti, delle due l’una: o il crollo degli iscritti al partito è stato, dal 2017 al 2018, un crollo verticale e da riflettere, oppure ‘questo’ congresso non attira neppure gli iscritti.

Il sito di sondaggi Youtrend, che raccoglie in esclusiva i dati dai singoli circoli, su Facebook e su Twitter, con l’hastag #openPddata e via mail (redazione@youtrend.it), è aggiornato, a sua volta, in tempo reale, a oggi, 19 gennaio, e presenta alcune anticipazioni sui risultati parziali, in seguito alla ricezione di 16.899 voti (quindi, in teoria, più voti di quelli effettivamente calcolati dalle varie mozioni). “La maggior parte dei circoli si sta riunendo in queste ore, e fra oggi e domani aggiorneremo costantemente questo conteggio che potrebbe variare anche di molto”, segnalano da Youtrend. “Per ora – spiega il sito - la maggior parte dei risultati che ci sono giunti provengono dal Nord e dalle regioni rosse, ma già dovrebbero arrivare un buon numero di dati dal Lazio e dalla Puglia, regioni fondamentali per il risultato finale, che ci daranno la possibilità di produrre una prima proiezione sul risultato finale”, è la premessa.

Sulla base dei dati ricevuti finora la situazione, secondo Youtrend, è la seguente: Zingaretti si conferma primo con il 47,6% dei voti, segue Martina con il 34,0%, poi arriva Giachetti con il 15,9%. Molto dietro, praticamente appaiati, ecco gli ultimi tre della fila: Boccia, con lo 0,8%, Dario Corallo (0,8%) e Maria Saladino (0,9%) che sarebbe quarta.


Con uno ‘stato di salute’ del partito intorno al 17,5%, per quanto riguarda la rilevazione di tutte le forze politiche, anche un sondaggio realizzato dall’Istituto Twig per Repubblica si era focalizzato, ma a fine dicembre, sul Pd. Il primo dato è l’aumento degli indecisi, dopo l’uscita di scena dell’ex ministro Marco Minniti. Se il 6 dicembre gli incerti erano il 24,8% degli elettori dem, il 21 dicembre la stessa percentuale era già salita al 29,5%. Per quanto riguarda l’analisi dei trend dei candidati alla segreteria, Nicola Zingaretti era stabilmente un passo avanti. Il 6 dicembre aveva ottenuto il 39,3% delle intenzioni di voto, ma il 21 dicembre era già passato al 48,1%, cioè, appunto, a un passo dalla soglia della maggioranza assoluta che gli consentirebbe di diventare segretario senza il secondo, e definito, passaggio nell’Assemblea nazionale del Pd. Al secondo posto, ovviamente, Maurizio Martina che - dopo l'uscita di scena di Minniti – è passato, nello stesso arco temporale (6-12 dicembre) dal 27% al 43,2%. La new entry Giachetti era, allora, all’8,7% delle preferenze tra i dem.

Dati, come si vede, ben diversi da quelli forniti da Youtrend e che indicano che bisognerà ancora attendere alcuni giorni per avere un quadro davvero ‘realistico’ della situazione, almeno nel voto degli iscritti con l’arrivo dei dati ‘ufficiali’.


Il manifesto di Calenda unisce, per una volta, il partito.


Ma come si diceva, tornando dai sondaggi alla politica, è stato Calenda a tira fuori dal cilindro una proposta che, da due giorni, sembra ‘unire’, per una volta, tutto il partito. Un “manifesto” (dal titolo, assai pomposo, “Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia”) che vuole promuovere una lista unica del centrosinistra, alle prossime europee. Calenda propone/impone pure il nome (“Siamo europei!”) e, ovviamente, il senso politico dell’operazione: “una lista che metta insieme le forze europeiste presenti nella società in chiave anti sovranista ed anti populista”. A lungo annunciata, la mossa di Calenda - iscrittosi al Pd dopo la sconfitta del 4 marzo, ma sempre assai polemico e, insieme, assai ‘disponibile’ a candidarsi (da capolista, ovviamente) - incontra subito il sostegno di tutti i big dem, dal favorito per la segreteria, Nicola Zingaretti, al suo principale rivale Maurizio Martina. Calenda vuole “difendere l’Unione per riformarla” e poi dare vita, addirittura, agli “Stati Uniti Ue”.


“Ho fatto un lavoro di preparazione”, ammette l’ex ministro, confermando di aver sentito personalmente gli amministratori locali e i dirigenti nazionali del Pd, e aggiungendo: “forse l’altra volta avevo sbagliato io”, e qui il riferimento è alla famosa ‘cena’ che voleva organizzare con Renzi, Minniti e Gentiloni, rifiutata dai commensali. Un appello, quello lanciato da Calenda, che vuole costruire una proposta che vada nel senso di un cambiamento dell’attuale Europa e che nello stesso tempo non sia solamente un patto ‘anti-Lega’, per evitare la deriva “venezuelana o russa” della Ue. Un ‘patto’ che il suo promotore vede come occasione per allargare il campo e coinvolgere le forze sindacali e della cosiddetta società civile. “E’ molto chiaro che il Pd non basta”, afferma l’ex ministro. Certo è che una lista unitaria e allargata potrebbe riuscire ad evitare anche il confronto impietoso con quel 40,8% che i dem da soli presero alle Europee del 2014.

Calenda punta alla diffusione digitale della piattaforma: “In poche ore abbiamo saturato più volte i server”, dice fiero, “e solo se questo perimetro sarà ampio e il Manifesto vedrà la luce”, Calenda accetterà la sua candidatura a Strasburgo.


I tanti nomi ‘illustri’ che hanno risposto ‘sì’ a Calenda.


La chiamata alle armi di tutte le “forze politiche e civiche europeiste” sfoggia un centinaio di firme illustri: i sindaci di Milano, Firenze e Bologna (Sala, Nardella e Merola), ma anche quelli di Bergamo (Gori) e Reggio Calabria (Falcomatà), i governatori delle regioni ‘rosse’ Rossi (Toscana, Mdp), Bonaccini (Emilia-Romagna, Pd) e Marini (Umbria, Pd). Ma ci sono anche e soprattutto imprenditori (Merloni e Bombassei), economisti (Tinagli), intellettuali (il filosofo Emanuele Severino e lo scrittore Edoardo Nesi). Ma adesioni importnati giungono anche da esponenti di spicco della società civile e dai professori universitari, fra cui Vincenzo Barone, che da pochi giorni si è dimesso tra le polemiche dalla Normale di Pisa, e da Walter Ricciardi, anche lui dimissionario dall’Istituto superiore di Sanità. E c’è anche la firma di un operaio - che in qualità di operaio, merce rara a sinistra - serve sempre, dell’Ast di Terni.


Dicono sì anche personalità importanti degli ultimi governi come l’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro (prima candidatosi alla guida del Pd, poi ritiratosi) Marco Minniti, Mario Giro (ex sottosegretario legato alla comunità di Sant’Egidio), e Claudio De Vincenti (ex viceministro allo Sviluppo economico). Si accodano entusiasti anche l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, deputata di Leu, ma fondatrice di un suo movimento autonomo, ‘Futura’, e altri esponenti vicini a Mdp o all’ex mondo ulivista: si va da Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano ed ex fondatore di ‘Campo progressista’ a esponenti cattolici e prodiani.


“Utilissimo contributo per un campo largo”, commenta entusiasta Zingaretti, che ha proposto già da tempo a Calenda di candidarsi alla testa del Pd alle elezioni europee. “Io ci sono! - twitta felice Martina che, in corsa per riprendersi la segreteria, vorrebbe addirittura che il Manifesto di Calenda si facesse firmare sotto i gazebo del 3 marzo, quando gli elettori del Pd saranno chiamati alle primarie, 364 giorni dopo la grande disfatta delle politiche. Solo il renziano Giachetti, twitta un po’meno convinto: Condivido l’idea, ma bisogna decidere con chi realizzarla”. E anche altri renziani doc storcono il naso verso Calenda.


Ma due i ‘no’ fanno rumore, quelli di Renzi e di Letta.


In effetti, il rischio della melassa gelatinosa c’è tutto e che il Pd diventi un ‘non luogo’ indistinto, per quanto aperto a tutti, pure. Renzi, intanto, se ne resta in disparte e lontano. Il ‘Fronte repubblicano’ di Calenda proprio non gli piace e, infatti, si guarda bene dall’apporre la sua firma o anche solo di parlare del manifesto di Calenda, anche perché, di fatto, gli ruba la scena, specialmente se – come a molti sembra – è intenzionato a costruire un nuovo ‘movimento/partito’ che – con i ‘Comitati civici’ di Gozi e Scalfarotto come perno – intenda, se non presentarsi alle prossime elezioni europee, di certo ‘uscire’ dal Pd, sicuramente se vincesse Zingaretti, ma forse in ogni caso, e lanciarsi in una nuova avventura.


Per ora, l’unica voce fuori dal coro arriva da Enrico Letta. L’ex premier – che non ha ripreso la tessera del Pd e che sta per lanciarsi in un tour promozionale del suo nuovo libro - ha stroncato la proposta, parlando addirittura di mossa che fa un favore ai populisti, un’arma a doppio taglio. E così Letta, che ha scelto la Francia come luogo per allontanarsi dalle lite dem, stronca le velleità unitarie del suo partito.

“Ho apprezzato molto il suo libro”, premette Letta rispetto a Calenda, in un’intervista rilasciata oggi a La Stampa. “La cosa che non mi convince è il frontismo anti-populista perché è il favore più grosso che puoi fare ai populisti: offri un nemico, la sola cosa che li unisce”. “Si vedrà – continua Letta - che il fronte populista è tutt’altro che compatto a meno che non trovi un nemico comune schierato a difesa di un’Europa in bianco e nero e con la forfora”, conclude. Insomma, Renzi e Letta per una volta la pensano allo stesso modo, anche se il primo – che di solito parla di tutto - per ora resta silente mentre il secondo – che di solito tace – ora ha preso a parlare. Ci voleva Calenda a unirli, per una volta.


di Ettore Maria Colombo

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