Fukushima, al via lo sversamento di acqua radioattiva nel Pacifico. La Cina blocca l’import di pesce

Sono iniziate questa mattina le operazioni di scarico in mare delle acque di raffreddamento della centrale nucleare colpita dal terremoto del 2011

 

Stop all’import di pesce dal Giappone. Come minacciato nei giorni scorsi, oggi Pechino è passata alle misure forti dopo che Tokyo ha avviato il piano di sversamento in mare delle acque contaminate della centrale di Fukushima, colpita nel 2011 da uno dei peggiori disastri nucleari del mondo.

Le operazioni di scarico sono iniziate, come da programma, questa mattina attorno alle 6 (ore italiane) tra le proteste della popolazione, dei pescatori e degli ambientali. Il piano era stato approvato due anni fa dal governo nipponico e lo scorso luglio aveva ottenuto il via libera dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’organismo di vigilanza nucleare delle Nazioni Unite.

Negli ultimi dodici anni, da quando un violento terremoto e lo tsunami che ne è seguito hanno distrutto tre dei reattori della centrale nucleare di Fukushima-Daiichi, l’operatore Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha raccolto 1,34 milioni di tonnellate di acqua – pari a oltre 500 piscine olimpioniche – utilizzata per raffreddare ciò che resta dei reattori ancora altamente radioattivi.

ll primo scarico è previsto in 7.800 metri cubi e dovrebbe durare circa 17 giorni. La Tepco ha avviato lo sversamento “con attenzione e in piccole quantità”. Secondo le stime, per smaltire oltre una tonnellata di acqua serviranno dai 30 ai 40 anni.

Il monitoraggio dei livelli di radioattività

La Tepco ha assicurato che l’acqua è stata diluita e filtrata per rimuovere tutte le sostanze radioattive tranne il trizio, i cui livelli sono tuttavia molto al di sotto della soglia considerata pericolosa. L’operatore ha fatto sapere che monitorerà le sostanze radioattive nelle acque vicine alla centrale oggi stesso e prevede di diffondere i dati domani.

L’Agenzia per la pesca del Giappone dal canto suo ha riferito che testerà i livelli di concentrazione di sostanze radioattive nei pesci catturati entro un raggio di 10 chilometri dalla centrale. La pubblicazione dei primi risultati è attesa non prima di sabato.

Aiea: piano in linea con standard internazionali

Nel rapporto diffuso lo scorso luglio, l’Aiea afferma che il piano soddisfa gli standard internazionali e che l’impatto sulle persone e sull’ambiente sarà “trascurabile”.

Da oggi l’agenzia ha avviato sul proprio sito web un monitoraggio delle operazioni di sversamento per fornire dati aggiornati sulla quantità di acqua immessa nell’oceano, sui livelli di radioattività e sulla concentrazione di trizio.

Come osservato dagli esperti del settore, lo scarico delle acque contaminate in mare è una pratica di routine per gli impianti nucleari. “Le centrali nucleari di tutto il mondo hanno regolarmente scaricato acqua contenente trizio per oltre 60 anni senza danni alle persone o all’ambiente, la maggior parte a livelli più elevati”, ha spiegato Tony Irwin, professore associato onorario presso l’Università Nazionale Australiana.

“L’acqua rilasciata sarà una goccia nell’oceano, sia in termini di volume che di radioattività. Non ci sono prove che questi livelli estremamente bassi di radioisotopi abbiano un effetto dannoso sulla salute”, ha spiegato l’esperto di patologia molecolare Gerry Thomas, ha fornito consulenza all’Aiea sui rapporti di Fukushima.

Tecnici nella centrale nucleare di Fukushima in Giappone
Photo by AIEA, licensed under CC BY SA 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/

Cina: l’oceano non è una “fogna”

Malgrado Tokyo insista che lo sversamento sia sicuro, Pechino è da tempo sul piede di guerra. Nei giorni scorsi, dopo l’annuncio del via al piano di sversamento, la Cina ha bollato la decisione di Tokyo come “egoista e irresponsabile” e ha accusato Tokyo di utilizzare l’oceano Pacifico come una “fogna” in violazione degli “obblighi morali e legali internazionali”.

L’amministrazione generale delle dogane cinese ha precisato che sono sospese tutte le importazioni di prodotti ittici provenienti da dieci prefetture nipponiche. Oltre al blocco all’import, Pechino ha introdotto anche test di radiazioni su larga scala per i prodotti ittici nipponici.

“La Cina è seriamente preoccupata e fortemente contraria”, aveva detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin annunciando che Pechino “adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare l’ambiente marino, la sicurezza alimentare e la salute pubblica“.

Hong Kong minaccia lo stop all’import di pesce

Sulla stessa linea Hong Kong. Anche la città-Stato cinese ha minacciato lo stop all’import di pesce dal Giappone e ha già fatto sapere che attiverà “immediatamente” controlli sulle importazioni di prodotti ittici proveniente da alcune zone, incluse la capitale Tokyo e Fukushima. “La sicurezza alimentare e la salute pubblica a Hong Kong sono le priorità essenziali del nostro governo”, ha detto il capo dell’esecutivo di Hong Kong John Lee.

L’opposizione degli ambientalisti

Anche le associazioni ambientalisti si oppongono al piano del governo nipponico. A cominciare da Greenpeace, secondo cui la decisione di scaricare l’acqua “radioattiva” nell’Oceano Pacifico “non tiene conto delle prove scientifiche, vìola i diritti umani delle comunità in Giappone e nella regione del Pacifico, non è conforme al diritto marittimo internazionale” e ignora “le preoccupazioni della popolazione, compresi i pescatori”.

Corea del Sud fuori dal coro

Fuori dal coro, Seul che cerca di coltivare le relazioni con il Giappone. La Corea del Sud ha fatto sapere di non opporsi al piano giapponese ma ha avvertito che chiederà a Tokyo di fermare immediatamente l’operazione se nelle acque vicine verranno rilevate concentrazioni di materiale radioattivo superiori agli standard internazionali.

Le proteste dei pescatori giapponesi

Oltreché con i Paesi rivieraschi, il governo giapponese deve fare i conti anche con l’opposizione in patria, a cominciare da quella agguerrita delle cooperative dei pescatori che temono ulteriori danni all’industria ittica dopo il colpo inferto dal disastro del 2011, con un calo del giro di affari pari al 20 per cento.

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